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Lode all’ignoranza del docente – riflessioni sul metodo socratico

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La lezione euristica o socratica ha carattere dialogico; l’insegnate alterna brevi esposizioni a domande o a frasi non completate.

Bruner ha mostrato la differenza tra un insegnamento espositivo e algoritmico (sequenziale, realizzato per blocchi successivi di conoscenze) ed uno ipotetico o euristico (mosso da domande stimolo e orientato alla ricerca di significato). Nel primo caso le decisioni sul modo, sul ritmo e sullo stile dell’esposizione sono determinate principalmente dall’insegnante che presenta linearmente ed integralmente i contenuti mentre lo studente ascolta. Nel modo ipotetico l’insegnante e lo studente cooperanoLo studente non è un ascoltatore ma prende parte alla formulazione dei contenuti nelle interruzioni, spazi, problematizzazioni che continuamente il docente solleva. (cit. A. Calvani, Elementi di didattica, Carocci editore, 2000)

Nella mia esperienza di docente, mi trovo spesso a riflettere su di un concetto apparentemente destabilizzante, eppure ricco di fascino e forza: l’ignoranza.

L’ignoranza è una parola dalla quale spesso si rifugge: sinonimo di inferiorità sociale, essa veicola sentimenti di disprezzo e di denigrazione per chi nella società contemporanea non conosce le risposte esatte alle domande comuni.

Il problema di fondo consiste nell’aver miscompreso, travisato e di conseguenza dimenticato il significato primo trasmesso dalla parola “ignoranza”, vale a dire madre di tutte le conoscenze.

L’ignoranza, come afferma il filosofo francese Jacque Rancier,

è il puro esercizio di allenamento verso il sapere: struttura alla base di ogni apprendimento, irrompe con tutta la sua forza in quanto rappresentante del fascino estetico dell’uomo primitivo, dell’individuo incolto ed incivile, sprovvisto di fondamenta culturali ma dotato di spirito d’iniziativa e motivazione a vivere (o per meglio dire sopravvivere) nel mondo, dunque simbolo della ricerca e della costruzione della conoscenza. (cfr. Rancier Jacques, Il maestro ignorante, Mimesis, 2009)

Risorsa preziosa di cui farne buon uso, mezzo indispensabile per scoprire domini d’azione e punti di incompetenza, l’ignoranza è l’approccio più sensato all’intelligenza. Dovere dell’insegnante nella contemporaneità del modo di fare scuola sarebbe la proposizione di immagini della propria ignoranza agli studenti.

Atto difficile e dai più considerato lesivo del paradigma tradizionale del docente, del deus ex machina nella pratica della trasmissione del sapere, del sapiente promotore di una didattica univoca ed unidirezionale, eppure indispensabile per l’apertura verso un modo più partecipato e costruttivo di fare scuola, in cui docente e discente siano compartecipi del processo di insegnamento/apprendimento.

La riconquista dell’ignoranza nel suo stato puro è il passo fondamentale per poter crescere insieme, per poter accogliere, ascoltare ed accettare l’altro: dalla consapevolezza di non sapere, di non conoscere, nasce la spinta propulsoria per imparare ad imparare, per diventare consapevoli delle proprie specificità e dei propri limiti personali, per intraprendere un percorso di ascesi che conduca al miglioramento graduale del sé.

Abbracciare l’ignoranza nella dimensione socratica, nell’ammettere a se stessi in primo luogo, e agli altri successivamente, di non essere una macchina equipaggiata con una risposta pronta ad ogni domanda posta, ma una persona, ed in quanto tale incompleta, ed al tempo stesso con la volontà innata verso la crescita personale, è il gesto più autentico ed arduo nella contemporaneità per decostruire la falsa sapienza, il non sapere di non sapere, condizione derivante da un accumulo di conoscenze che non lasciano libero spazio alla creatività ed all’autonomia dell’individuo.

L’ignoranza, se insegnata e praticata dal docente, e fatta propria dagli studenti come fonte di ricchezza, senza falsi timori di messa in discussione della posizione di maggiore da parte dell’uno, e con l’assenza di una categorizzazione limitante del concetto nel suo stato puro da parte degli altri, apre il cammino verso una progressiva liberazione della relazione studente-docente dai vincoli imposti dalla società esterna, impostando il modo di fare scuola su parametri nuovi e condivisi.

Discente e docente coltiveranno lo spirito di collaborazione nei momenti di ricerca, di selezione e costruzione del sapere, dando vita ad una didattica condivisa e condivisibile in cui il maestro, per poter insegnare, si ponga nella condizione di ignorante e sappia apprendere di conseguenza dall’alunno, dalla sua voce, dalle sue idiosincrasie, dalle sue passioni dalla sua natura, e questi al tempo stesso, nella speranzosa prospettiva di diventare futuro cittadino attivo e responsabile del mondo, per poter imparare dal maggiore deve fuoriuscire dal guscio della sua tradizionalmente presupposta inferiorità e, spinto dalla volontà di superare i propri limiti e le proprie difficoltà, sia in grado di insegnare al maestro.

Nella lezione euristica, lo slogan “l’uomo che non deve chiedere mai” lascia il posto al motto di Gordon Pask

“If you want to know, ask” (cit. Pask Gordon, Conversation, Cognition and Learning, Elsevier, London, 1975)

in uno spirito di liberazione e di apertura verso nuovi orizzonti.

La domanda dello studente, legittima perché punto di partenza per la condivisione e costruzione del sapere tra le parti in gioco, rende possibile ai giovani, nel loro percorso di apprendimento, di insegnare la propria identità al maestro. In egual misura, la domanda dell’insegnante, legittima perché stimolo per il discente alla ricerca personale ed alla metariflessione sulle risposte date, racchiude la volontà di imparare a conoscere il proprio interlocutore.

In questa maniera, il docente può insegnare ed apprendere ciò che esso stesso non conosce ancora, guidando l’alunno ad usare la propria intelligenza.

Maestro ed allievo devono superare insieme la dicotomia del vero-falso, la concezione di un sapere misurabile quantitativamente, per interrogarsi continuamente sulla propria ignoranza, sul percorso di esercizio quotidiano ed arricchente, con l’obiettivo di migliorarsi lungo il cammino della vita.

Perché, come diceva il professor Keating nel film L’attimo fuggente, “è proprio quando credete di sapere qualcosa che dovete guardarla da un’altra prospettiva”.

Autore: Valentino Valitutti
Revisione e cura: Alessandro Ardigò

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