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La Storia attraverso la biografia: l’esempio di Andrea Costa (TERZA PARTE)

Come si è detto in chiusura della SECONDA PARTE, Costa torna in Italia dopo aver preso parte ad importanti congressi operai internazionali: viene ormai riconosciuto, in Europa, come l’unico interlocutore nelle relazioni estere del PSRI (Partito Socialista Rivoluzionario Italiano, definito dai francesi le seul parti organisé en Italie, nuovo nome assunto dal Partito Socialista Rivoluzionario di Romagna a partire dal 1884), in quanto più di ogni altro aveva compreso l’importanza di evitare che il socialismo italiano si trovasse isolato nel contesto europeo.

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UTOPIE UNITARIE

Sul finire degli anni ’80 la creazione di un partito socialista italiano è ormai inderogabile: l’affermarsi dell’SPD (nato nel 1875) come partito guida del socialismo europeo e la nascita della II Internazionale nel 1889 pongono questioni fondamentali sulle quali confrontarsi, prima fra tutte quella della forma organizzativa del partito, della sua base e del ruolo dirigente della classe operaia. Andrea Costa, sostenitore di un’istanza fortemente unitaria, con la sua concezione del partito come federazione di autonome società operaie, socialiste ed anarchiche e consapevole che il suo partito non gli avrebbe consentito di penetrare nei grandi centri urbani e industrializzati del Nord, decide di offrire il proprio appoggio al Partito Operaio Italiano (da qui in avanti POI), nato intorno al gruppo del giornale La Plebe. La fusione del PSRI con il POI, scenario che sembra possibile per un breve periodo, si rivela poi in realtà inattuabile. Costa non può condividere le nuove tendenze, eccessivamente classiste, del movimento operaio europeo e italiano. Un’alleanza fra società operaie e coalizioni formate da repubblicani, radicali e socialisti viene però attuata (anche se solo in poche località) in occasione delle elezioni amministrative del 1889, le prime svoltesi con il suffragio allargato: superati i problemi sorti dalle rivendicazioni programmatiche degli uni e degli altri, vengono composti programmi e liste unitarie. Costa, candidato, viene eletto vice-sindaco ad Imola, prima amministrazione democratico-socialista. Il risultato positivo nelle elezioni sembra dare al PSRI la possibilità di riprendersi, in un momento in cui la sua tenuta è minata dalla frammentazione interna: Costa propone un congresso nazionale, con lo scopo di elaborare un programma condiviso in vista delle elezioni politiche. Secondo Costa l’unica strada percorribile è quella di favorire un’unificazione come convivenza e tolleranza delle diverse correnti, in cui socialisti ed anarchici rappresentino due tendenze autonome capaci di collaborare senza divergere.

LA FINE DI UN SOGNO

Il progetto di creare un partito socialista unitario si rivela utopico e irrealizzabile: Costa, deluso, decide negli anni successivi di dedicarsi perlopiù all’amministrazione del comune imolese (dell’essersi Costa “chiuso nella sua Imola” si rammarica anche Antonio Labriola in una lettera ad Engels del 31 luglio 1891).

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Turati e la Kuliscoff (a sinistra in abito nero)

Ormai anche in Italia il formarsi di un’industria moderna, il POI e il gruppo socialista milanese che fa capo a Turati stanno progressivamente minando il ruolo egemonico del socialismo romagnolo: è proprio all’avanguardia intellettuale rappresentata da Turati e dalla Kuliscioff che, falliti i congressi degli anarchici, degli operaisti e dei socialisti romagnoli, passa l’iniziativa di creare un partito italiano della classe operaia.

Mentre il PSRI era espressione di un mondo di braccianti precari, la Lega milanese creata da Turati si rivolge perlopiù ad una classe operaia disciplinata dal regime di fabbrica e disposta ad una trasformazione più ordinata e graduale della società.

Nel Partito Socialista Italiano diventa presto dominante la linea riformista sintetizzata in questo programma:

“ogni scuola che si apre, ogni mente che si snebbia, ogni spina dorsale che si drizza, ogni abuso incancrenito che si sradica, ogni elevamento del tenore di vita dei miseri, ogni legge protettiva del lavoro, se tutto ciò è coordinato ad un fine ben chiaro e cosciente di trasformazione sociale, è un atomo di rivoluzione che si aggiunge alla massa. Verrà giorno che i fiocchi di neve formeranno valanga. Aumentare queste forze latenti, lavorarvi ogni giorno, è fare opera quotidiana di rivoluzione, assai più che sbraitare su pei tetti la immancabile rivoluzione che non si decide a scoppiare”. Sono parole di Turati, citate da A. Levi, Filippo Turati, in Scritti minori storici e politici, Padova, Liviana, 1957, p.136

Sarà proprio Turati (la cui posizione è molto chiara nelle scelte politiche di fondo: l’affermazione dell’autonomia del movimento operaio dalla democrazia borghese, il rifiuto della strategia insurrezionale degli anarchici, il riconoscimento del carattere prioritario delle lotte economiche, l’esigenza di collegare queste lotte con quelle politiche e di inquadrarle in un progetto generale che aveva come obiettivo finale la socializzazione dei mezzi di produzione) il principale protagonista delle vicende che porteranno alla fondazione del partito socialista in Italia.

GLI ULTIMI ANNI

Costa partecipa al congresso che nel 1892, a Genova, dà vita al Partito dei Lavoratori Italiani (che dal 1895 cambia nome in Partito Socialista Italiano), ma in un primo momento non vi aderisce: è lui, forse ancor più degli anarchici, il grande sconfitto del congresso. Non solo viene estromesso dal processo unificatore al quale tanto si era dedicato nella propria attività politica, ma deve accettare che il partito socialista si costituisca in modo diverso da quello da lui sperato. Il suo socialismo aveva avuto il merito di tentare di congiungere l’evoluzionismo legalitario e gli anarchici, e la frattura determinatasi a Genova, radicalizzando le divergenze, ne vanifica il compito. Il silenzio di Costa dopo il congresso testimonia proprio della sua impossibilità, e forse non volontà, di prendere una posizione netta fra gradualismo e insurrezionalismo. Negli anni successivi Costa rimane ai vertici del partito, ma non più nel ruolo di ispiratore del movimento. Estromesso dall’esercizio di compiti determinanti, si suddivide fra l’attività parlamentare e quella amministrativa ad Imola. Le ultime lotte parlamentari di Costa lo vedono impegnato nel sostegno delle associazioni bracciantili nel 1897 e nella battaglia parlamentare di fine secolo contro i tentativi di restaurazione autoritaria portati avanti dal governo Pelloux nel 1899 con l’emanazione di decreti abrogativi delle principali libertà costituzionali (di associazione, di riunione e di opinione), che gli costa anche più di due mesi di reclusione in carcere. Negli anni successivi, minato nel fisico da un’artrosi che lo costringe a ricorrere a forti dosi di morfina e da sempre più gravi problemi cardiaci, Costa è costretto a ridurre l’attività politica.

Andrea Costa muore ad Imola, a 59 anni, nel gennaio del 1910. Nei tanti anni di attività politica non ha accumulato ricchezze e proprietà. Giovanni Pascoli, ormai lontano dal socialismo utopistico al quale si era accostato in età giovanile proprio per il fascino su di lui esercitato da Costa, e schierato su posizioni antitetiche per quanto riguarda la politica coloniale italiana, nel 1911, affascinato dalla teoria formulata dallo scrittore Enrico Corradini, secondo il quale il contrasto fondamentale non era più quello fra le classi all’interno di un singolo paese, ma quello fra paesi ricchi e poveri, fra “nazioni capitalistiche” e “nazioni proletarie”, Pascoli pubblica, a sostegno dell’impresa libica, La grande Proletaria si è mossaNonostante ciò, Pascoli detterà l’epigrafe che è incisa sulla sua tomba:

“Cenere

è in quest’urna

dell’incendio d’amore che da quando due selci lo destarono

nelle gelide spelonche

arde inconsumabile in mezzo ai terrestri

sempre più forte, più vasto, più alto

liberando dalle gravi scorie primigenie

la santa umanità pura

Fiamma di quell’incendio fu questa cenere

viva fiamma che soppressa e battuta divampò sempre più bella al vento

noi la chiamammo Andrea Costa”.

 

Fine della terza ed ultima parte.

 

Bibliografia

  • Renato Zangheri, Storia del socialismo italiano. Dalla rivoluzione francese ad Andrea Costa, Einaudi, Torino, 1993.
  • Aldo Berselli (a cura di), Andrea Costa nella storia del socialismo italiano, Il Mulino, Bologna, 1982.
  • Nazario Galassi, Vita di Andrea Costa, Feltrinelli, Milano, 1989.
  • Lilla Lipparini, Andrea Costa, Longanesi, Milano, 1952.
  • Giorgio Candeloro, Storia dell’Italia moderna, vol.VI, Lo sviluppo del capitalismo e del movimento operaio, Feltrinelli, Milano, 1970.
  • Maurizio Antonioli (a cura di), Dizionario biografico degli anarchici italiani, BSF, Pisa, 2003
  • Giovanni Sabbatucci, Il trasformismo come sistema, Laterza, Bari, 2003
  • Valeria Sgambati, Le lusinghe della biografia, saggio consultabile on-line all’indirizzo www.jstor.org/stable/20566708
  • Nello Rosselli, Mazzini e Bakunin. Dodici anni di movimento operaio in Italia (1860-1872), Einaudi, Torino, 1967
  • Riccardo Bacchelli, Il diavolo al Pontelungo: romanzo storico, Mondadori, Milano, 1972

 

Autore: Arianna Sardella
Revisione e cura: Alessandro Ardigò, Valentino Valitutti

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Se invece vuoi vedere uno sceneggiato TV sull’argomento, ti consigliamo Il Diavolo al Pontelungo (regia di Pino Passalacqua), del 1982, tratto dall’omonimo romanzo del 1927 di Riccardo Bacchelli, nel quale si parla dell’incontro fra Bakunin, Costa e Kuliscioff a Bologna.

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