James Joyce e Italo Svevo.

James Joyce e Italo Svevo. Storia, un po’ triestina un po’ milanese, di un’amicizia

LA VITA “FA COLLEGAMENTI”

Cos’hanno in comune James Joyce, Italo Svevo, Eugenio Montale ed Ezra Pound? Non è un indovinello, non bisogna sforzarsi di trovare una risposta brillante. Questa domanda, però, potrebbe essere un bello stimolo da proporre a una classe. Perché la risposta c’è, ed è semplice. Sono tutti autori fra loro contemporanei, le cui biografie si intrecciano, nello spazio e nel tempo. Comprenderlo aiuterà a capire che “gli autori” non sono universi paralleli o vasi non comunicanti, come invece suggerisce loro il vederli relegati in capitoli diversi del libro di testo, o addirittura trattati in manuali di differenti discipline.
Come si sa, gli esempi veicolano i concetti meglio di tante parole. E allora partiamo, insieme a Joyce e a Svevo, per questo viaggio interdisciplinare, plurilinguistico ed eclettico come è la vita stessa.

UN INCONTRO FORTUNATO E CASUALE

Tutto ha inizio nella primavera del 1907 a Trieste, a quel tempo ancora parte dell’Impero austro-ungarico. James Joyce è un giovane esule irlandese stabilitosi in città da un paio d’anni. Per vivere insegna inglese alla Berlitz School. Per arrotondare, la sera impartisce lezioni private. Tra i suoi alunni c’è Ettore Schmitz – vero nome di Italo Svevo – un distinto signore che ha urgenza di imparare l’inglese, per lavoro (poiché è impiegato nell’azienda di vernici del suocero, la ditta Veneziani, che ha aperto alcune filiali in Inghilterra).

Le differenze tra i due sono sensibili: cattolico irlandese Joyce, ebreo asburgico Svevo, hanno ventuno anni di differenza – venticinque il primo, quarantasei il secondo – ma presto scoprono di essere entrambi scrittori, e per di più scrittori incompresi. Joyce ha pubblicato le poesie giovanili di Chamber music (1907) ma il suo nome è ancora sconosciuto ai più. Svevo ha già pubblicato due romanzi, Una vita (1892) e Senilità (1898), anch’essi però accolti dall’assoluta indifferenza di critica e pubblico.

Se non si scoraggiano, è anche grazie al reciproco sostegno: Svevo e la moglie Livia riempiono il giovane amico di regali e complimenti, e la loro sincera commozione alla lettura de I morti sarà per Joyce nuovo stimolo alla scrittura. Anche quando, nel 1920, lascia definitivamente Trieste (per Parigi prima, per Zurigo poi) serba sempre un affettuoso ricordo dell’amico, tanto da accennarne un ritratto nel personaggio di Leopold Bloom, il protagonista del suo capolavoro Ulysses (1922).

Joyce riconosce inoltre all’amico notevoli doti letterarie: legge e apprezza i due romanzi di Svevo, e lo spinge a riprendere in mano quella penna che aveva messo da parte, amareggiato per il doppio fiasco, per almeno diciassette anni. Da questa ripresa scaturirà la pubblicazione di La coscienza di Zeno (1923), che Joyce riceve a Parigi, legge e invia entusiasticamente agli amici critici Valery Larbaud e Benjamin Crèmieux. Per l’autore triestino è la consacrazione: tra il 1925 e il 1926 i due ne parlano su la Nouvelle Revue Française e successivamente gli dedicano un intero numero della prestigiosissima Navire d’argent, facendo esplodere il fulminante, seppur tardivo, caso Svevo, e regalando all’autore un paio d’anni di inaspettato ma clamoroso successo internazionale.

GLI ORIZZONTI APERTI DI UNA RIVISTA GLOCALE

Se la storia di questa amicizia è molto nota, meno noto è il fatto che il successo di entrambi passi da una precisa via di Milano: via Borgospesso, in zona Montenapoleone, allora etichettata come ‘la contrada della poesia’. Qui, nel 1920, l’appena trentenne Enzo Ferrieri aveva fondato Il Convegno: rivista di letteratura e di tutte le arti, con annesso circolo, casa editrice, libreria e teatro. Una realtà vivace, articolata, che non avrà vita effimera (chiuderà soltanto nel 1940) e sarà capace di ritagliarsi uno spazio mediano tra le regressioni terrigene di Strapaese e le arditezze europeiste di Solaria e ‘900. E’, per dirla con una parola moderna, una rivista glocale: saldamente ancorata alle radici lombarde, intrisa di un certo scapigliato manzonismo, ma aperta e disponibile ai nuovi fermenti.

Copertina della rivista "Il Convegno", anno I, 1920
Copertina della rivista “Il Convegno”, anno I, 1920. Immagine presa a questa URL

Non è un caso che il circolo sia frequentato da nomi del calibro di Filippo Tommaso Marinetti, Benedetto Croce e Luigi Pirandello, e che sulle sue colonne trovino spazio collaboratori del prestigio di Eugenio Montale e Giorgio De Chirico. Ebbene, sia Joyce che Svevo hanno avuto un rapporto molto profondo con Il Convegno, che risulterà determinante per l’affermazione letteraria di entrambi.

Iniziamo da Joyce. Il rapporto tra lui e la rivista è mediato dal principale collaboratore della stessa, Carlo Linati, scrittore tutto votato a un levigato frammentismo, di scuola belletrista e vociana (quindi quanto mai lontano dal dissacrante gioco di scomposizione e ricomposizione della lingua messo in atto da Joyce). Una mattina, però, il 31 ottobre 1918, riceve una lettera inaspettata:

Egregio signore,

avendo visto le sue traduzioni italiane delle opere di due dei miei amici, Synge e Yeats, «Il Furfantello dell’Ovest» e la «Contessa Cathleen», ho pensato che forse il mio romanzo l’interesserebbe. Il fatto che Lei abbia scelto Synge e Yeats per presentarli al pubblico italiano anziché i romanzi melensi che divora il pubblico inglese mi rassicura.

Con dovuti ossequi mi segno

                      dev.mo

                      James Joyce

Linati non crede ai suoi occhi. Di Joyce aveva sentito parlare molto e molto bene da Ezra Pound, che in quegli anni si era ritagliato il ruolo di zio saggio della giovane avanguardia europea. Linati lo definisce «il presentatore di Joyce all’Europa» (Cfr. Carlo Linati, Ezra Pound). Intorno agli anni ’10, quando ancora in Italia non era uscita una riga su Joyce (il primissimo articolo italiano su di lui è di Diego Angeli, Un romanzo di Gesuiti, del 1917), Pound aveva segnalato il nome dell’irlandese ai suoi giovani amici de Il Convegno. Così ricorda Ferrieri:

Il primo a parlarci di James Joyce, tanti anni fa che nemmeno ricordo la data, fu Ezra Pound, il leader degli “imagisti”, che ancora adesso a ottant’anni suonati legge versi di Dante e di altri poeti a Spoleto. […] fu anche lui insieme con Eliot e col nostro Svevo che salutarono “Ulisse” come un avvenimento letterario. E non si era ancora alla prima guerra! (cit. Enzo Ferrieri, Gli “Esuli” di Joyce in Italia).

E aggiunge, sempre a tal proposito, un aneddoto personale, non privo di una spassosissima ironia:

Un giorno trovandomi a Londra per certe conferenze vidi avanzarsi, dal fondo della sala, un omone imponente e barbutissimo, che venne a congratularsi con me in un italiano misto di inglese e di una dozzina di altre lingue, compreso il cinese. Era Ezra Pound, che mi sussurrò con l’aria di un candido ragazzo: “Però sono io che vi ho parlato per il primo di Joyce” (cit. Enzo Ferrieri, Gli “Esuli” di Joyce in Italia)

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Ezra Pound. Immagine presa a questa URL

Pound capisce che, se c’è un ambiente adatto a recepire una novità di stile così dirompente in un’Italia tutta ripiegata sull’autarchia culturale fascista, questo ambiente è proprio Milano. Pound scrive che Milano è «una città non-italiana molto attiva» e che «Il Convegno è una rivista mensile molto seria. Mi piace Ferrieri e Linati è assolutamente solido e affidabile» (cit. T. Materer, The Letters of Ezra Pound and Wyndham Lewis). E negli anni sarà sempre pronto a riconoscere il ruolo anticipatore svolto dalla rivista, ricordando come, nell’ostinato e diffidente classicismo della critica italiana,

è doveroso ricordare che Carlo Linati a Milano riconosceva i meriti di Joyce molti anni prima che i critici del ‘Nouvelle Revue Française” a Parigi, e ne scriveva senza esitazioni (cit. Ezra Pound, Storicamente Joyce (e censura))

Linati assorbe le sue suggestioni come una spugna (sul rapporto tra Linati e Pound vedi Maurizio Pasquero, Ezra Pound: un poeta americano sul lago di Como) e a distanza di anni ricorderà le cene insieme all’ «eccellente amico», quando gli «parlava con finezza e novità dei poeti europei e di tanti giovani scrittori promettenti ch’egli andava a trovare qua e là per l’Europa» (lettera a Giuseppe Prezzolini del 24 gennaio 1947, Fondo Giuseppe Prezzolini della Bliblioteca cantonale di Lugano) e insistendo sempre sul suo profetico intuito di talent scout:

Debbo però a lui gratitudine per tanti entusiasmi e conoscenze d’antichi e di moderni. Il suo gusto sicuro, anticipatore, disinteressato, il suo spirito veggente di ‘tasteggiatore’ e scopritore di temperamenti, la sua permalosa finezza di lettore […], quella sua delicata insofferenza pel ‘già scritto’; verso quante vie non ha egli indirizzato la mia avida bramosia! (cit. Carlo Linati, Decadenza del vizio e altri pretesti)

Insomma, quando Linati riceve la lettera di Joyce, lo conosceva già grazie alla segnalazione di Pound. Pound che, da quel momento, proverà in tutti i modi a farli anche incontrare di persona: nel maggio del 1920 si trova a Sirmione, sul lago di Garda, e invita Joyce e Linati a raggiungerlo. Accettano entrambi, ma proprio all’ultimo istante Linati rimane bloccato a Como per l’aggravarsi delle condizioni di salute della madre («Disgraziatamente, con tutto il vivo desiderio che ho di conoscere il signor Pound e lei, e passare qualche giornata in loro compagnia, io, in questi giorni, ho tali faccende che mi impediscono di muovermi dai miei paraggi» scrive, «Ci dispiace assai che non è stato possibile combinare un appuntamento» gli rispondono da Sirmione, Giorgio Melchiori, Lettere/James Joyce).

Joyce e Linati si incontreranno solo una volta, a Parigi, nel 1927, ma per adesso Linati si limita a leggere la copia di A portrait of the artist as a young man (1916) allegata alla missiva. Linati, lusingato, assicura «il gran desiderio di leggere il volume» e, una volta mantenuta la promessa, capisce di trovarsi «di fronte a qualcosa di veramente forte e originale», ma ammette di non capirci molto, e di sentirsi irritato da quel «chiacchiericcio arrogante» (Cfr. Carlo Linati, Nota su Joyce). Apprezza però un testo più accessibile, la piece teatrale Exiles (1919).
L’anglista Emilio Cecchi, sottolineando la marginalità dell’opera Exiles nella produzione joyciana e leggendo nella scelta una strategia e una malizia che non ci sono, paragonerà Linati a «uno di quegli Epuloni golosi» che «quando viene in tavola, ad esempio, l’arrosto di tordi con patatine, assaggiano e cominciano a dire, battendo la forchetta: ‘Buone le patatine!’ per attirar su quelle l’attenzione dei commensali, e finirsi in pace i tordi» (Emilio Cecchi, Recensione a “Ulysses”). Ad ogni modo, la traduzione dei tre atti di Exiles appare sui numeri de Il Convegno di aprile nei mesi di maggio e giugno 1920.

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Carlo Linati. Immagine presa a questa URL 

JOYCE RAGGIUNGE LA CELEBRITà, MA NON DIMENTICA GLI AMICI

Proprio a Linati, Joyce invierà un dettagliato schema generale dell’Ulysses, lo schema Linati appunto, così importante per dipanare la matassa intricata del capolavoro. Il Convegno, nel frattempo, si configura progressivamente come il canale privilegiato delle ricezione di Joyce in Italia: nel 1923 promuove una conferenza di Alessandro Francini Bruni, suo studioso e, per un breve periodo, anche suo coinquilino (Alessandro Francini Bruni, Joyce intimo spogliato in piazza); nel 1924 Linati cura la prima traduzione europea di un racconto di Dubliners, Araby (1914); nel 1926 esce un numero monografico della rivista interamente a lui dedicato, in cui compaiono alcuni stralci, sempre linatiani, dall’Ulysses (sono le prime traduzioni italiane tratte direttamente dall’originale inglese e non dalla versione francese). Il già citato fondatore della rivista, Ferrieri, trascinato da un entusiasmo forse eccessivo, arriva a proporre un’improbabile collaborazione ad un Joyce ormai proiettato nel firmamento della celebrità letteraria. Il garbato rifiuto è inevitabile, ma non scalfisce in alcun modo stima e affetto.

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Joyce con Sylvia Beach, proprietaria della libreria “Shakespeare and Company” di Parigi che ha pubblicato Ulysses nel 1922. Immagine presa a questa URL

SVEVO RAGGIUNGE IL MERITATO successo, anche se TARDIVO (E NEANCHE LUI DIMENTICA GLI AMICI)   

Stima e affetto che rintracciamo anche tra Il Convegno e Italo Svevo. L’incontro avviene nel febbraio del 1924: quando Joyce spedisce La coscienza di Zeno ai quattro venti, suggerisce anche il nome del direttore Ferrieri. L’invio dovette passare inosservato, ma Linati ci racconta (Cfr. Carlo Linati, Destino di scrittore) che un giorno, a Parigi, mentre Prezzolini discorreva a pranzo con Joyce, «questi lo aveva assicurato che noialtri italiani possedevamo un vero, un grande scrittore e che forse non ce lo sapevamo neppure. — E chi sarebbe? — Italo Svevo». Rientrato in Italia, Prezzolini, collaboratore saltuario della rivista, piomba in redazione ad annunciare «la mirabolante scoperta», e innesca una convulsa caccia ai tre sconosciuti romanzi, che paiono introvabili.
Dopo quasi un anno di inutili ricerche, una mattina arriva al circolo Montale: sventola in mano, trionfante, una copia sgualcita di Senilità. Gliel’ha procurata Bobi Bazlen, un amico triestino che conosceva le opere del signor Schmitz. Scrive a Linati che ha «scoperto un forte autore italiano contemporaneo che piace infinitamente a Joyce e a Larbaud» e che gliene avrebbe parlato presto (Cfr. Federico Roncoroni, Montale: “Grazie per la recensione dei miei Ossi”). Ma non gliene parla. Si tiene il prezioso cimelio per sé, e nel dicembre del 1925, battendo tutti sul tempo, ‘scopre’ Svevo con un lungo articolo sulla rivista Esame (Cfr. Eugenio Montale, Omaggio a Italo Svevo).

Svevo in un momento di lettura
Svevo in un momento di lettura. Immagine presa a questa URL

Da questo momento lo scrittore, entrato prepotentemente nell’olimpo della letteratura italiana, rimane sempre in contatto con via Borgospesso: quando capita a Milano – di rado, perchè, a dirla tutta, non è che la città gli piacesse molto – passa sempre in redazione a salutare, e la conversazione cade spesso su Joyce, di cui decanta «la larga bontà dell’animo, l’integrità del carattere, l’intelligenza veramente mondiale» (Cfr. Carlo Linati, Destino di scrittore), oltre alla bella voce di tenore, alla memoria di ferro e alle qualità di ottimo padre e marito. Un ritratto appassionato, vivido, che ci testimonia l’orgogliosa venerazione per il vecchio insegnante d’inglese (saputo che Linati è di Como, Svevo prospetta addirittura la possibilità di stabilirsi in quella città per tentare l’impresa titanica di una traduzione integrale dell’Ulysses), che si concretizza nella proposta di tenere una conferenza su Joyce nelle sale de Il Convegno.
Nonostante la proverbiale ritrosia, i continui dubbi e la tormentata gestazione del testo – ci sono pervenute sette riscritture – Svevo accetta e tiene la conferenza l’8 marzo 1927 (Cfr. Italo Svevo, Scritti su Joyce), davanti a un folto pubblico. Si rivelerà una delle sue pagine più belle, dove, accanto al tono svagato della dissertazione leggera e della rievocazione memoriale, si rintracciano veri e propri squarci critici sulla musicalità della prosa joyciana, sulla sua presunta – e negata – pornografia e sui suoi insospettabili rapporti con la psicanalisi. Il modo migliore per chiudere il cerchio.

Quando Svevo morirà, il 13 settembre dell’anno successivo, in un tragico incidente stradale, il suo nome, indissolubilmente legato a quello di Joyce, è già nella storia. Una storia della quale, è bene ricordarlo, una piccola rivista milanese come Il Convegno ha scritto una pagina tanto importante.

BIBLIOGRAFIA

  • Nota su Joyce di Carlo Linati in “Primato”, II, 3, 1941
  • Recensione a “Ulysses” di Emilio Cecchi, in “La Tribuna”, 2 marzo 1923
  • Lettere/James Joyce a cura di Giorgio Melchiori, Mondadori, Milano, 1974
  • Joyce intimo spogliato in piazza di Alessandro Francini Bruni, La Editoriale Libraria, Trieste, 1922
  • Omaggio a Italo Svevo di Eugenio Montale, “L’esame”, nov-dic 1925
  • Destino di scrittore di Carlo Linati, “La stampa”, 18 marzo 1931
  • Montale: “Grazie per la recensione dei miei Ossi” di Federico Roncoroni, “Corriere della Sera”, 19 giugno 1986
  • Scritti su Joyce di Italo Svevo, a cura di Carlo Mazzacurati, Pratiche, Parma, 1986
  • Ezra Pound di Carlo Linati, in “Poesia”, anno I, nn.5-6, agosto-settembre 1920, pp. 11-15
  • Un romanzo di Gesuiti di Diego Angeli, in “Il Marzocco”, XXI, n.32, 12 agosto 1917
  • Gli “Esuli” di Joyce in Italia di Enzo Ferrieri, in “Corriere d’Informazione”, 24 luglio 1965
  • The Letters of Ezra Pound and Wyndham Lewis, a cura di T. Materer, New Directions, New York, 1985
  • Storicamente Joyce (e censura) di Ezra Pound, in “L’indice”, I.11, settembre 1930
  • Ezra Pound: un poeta americano sul lago di Como di Maurizio Pasquero, Agorà & Co., Lugano, 2015
  • Decadenza del vizio e altri pretesti di Carlo Linati, Bompiani, Milano, 1941

Autore: Mario Taccone
Revisione e cura: Arianna Sardella, Alessandro Ardigò

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1 commento su “James Joyce e Italo Svevo. Storia, un po’ triestina un po’ milanese, di un’amicizia”

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    Isabella Anzanello

    Non mi ricordo dove l’ho letto, ma la figura di Leopold Bloom fu in parte ispirata a Joyce da Italo Svevo, il quale fornì anche all’amico informazioni sulla cultura ebraica.

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