Migrazioni e Imperi dell’altro ieri: Roma e i Goti (QUINTA PARTE)

Evariste-Vital Luminais, L'invasion (1872)
Evariste-Vital Luminais, In vista di Roma (1870)

QUINTA PARTE
9. Addio Roma
9.1 Il pianto di un romano

Non si possono più riconoscere i monumenti dell’epoca trascorsa,
immensi spalti ha consumato il tempo vorace.
Restano solo tracce fra crolli e rovine di muri,
giacciono tetti insepolti in vasti ruderi.
Non indignamoci che i corpi mortali si disgreghino:
ecco che possono anche le città morire.

[Agnosci nequeunt aevi monumenta prioris:
Grandia consumpsit moenia tempus edax.
Sola manent interceptis vestigia muris,
ruderibus latis tecta sepulta iacent.
Non indignemur mortalia corpora solvi:
Cernimus exemplis oppida posse mori.]
RUTILIUS NAMATIANUS, DE REDITU SUO, I 409-414 trad. it. a cura di A. Fo

Così amaramente canta il senatore Rutilio Namaziano, vedendo il triste spettacolo delle rovine romane lasciate dalla calata dei barbari. È il novembre del 415 (o del 427, cfr. FO 1992, p. II) quando Rutilio è costretto a lasciare Roma. Egli, senatore originario della Gallia Narbonense, più precisamente di Tolosa, aveva in realtà vissuto tutta la vita a Roma e dell’Urbe era innamorato. Dopo la calata dei Goti, la distruzione di Roma (410 dC) e la partenza di questi verso la Francia e la Spagna sotto la guida del loro nuovo capo Ataulfo, Rutilio Namaziano deve, seppur a malincuore, lasciare la capitale del mondo e recarsi presso i suoi latifondi “sfigurati dalle lunghe guerre”, cioè dalle incursioni (RUTILIUS I, 19) portate dell’orda visigota.

Il suo viaggio di ritorno è anche un lungo pianto per la contemplazione della distruzione dell’Urbe e dell’Italia. A Roma, Rutilio aveva studiato da piccolo e da adulto aveva fatto carriera, diventando funzionario (magister officiorum) della Roma imperiale. Non fu soltanto senatore, ma anche presidente del Senato (cfr. FO 1992 p. VII), legato quindi a Roma da un profondo vincolo di ammirazione. Rutilio per noi è l’ennesima conferma dei sentimenti che provava la classe aristocratica romana, di come essa interpretava e viveva gli ultimi anni dell’Impero occidentale (su questi aspetti ha insistito molto MAZZARINO 1959, cfr. anche PRIMA PARTE §2.4).

Non solo Rutilio è costretto a tornare a Tolosa, ma lui, senatore e presidente di senatori, deve aspettare che le orde di Goti se ne siano andate per poter affrontare il viaggio con un minimo di sicurezza. Il nostro senatore ammette che è costretto a viaggiare per mare, perché sulla via Aurelia non ci sono più fortificazioni – bruciate dai Goti – né ponti – fatti crollare dai Goti – :

Si sceglie il mare, perché le vie di terra,
fradice in piano per i fiumi, sui monti sono aspre di rocce:
dopo i campi di Tuscia, dopo che la via Aurelia,
sofferte a ferro e fuoco le orde dei Goti,
non domano più le selve con locande, né i fiumi con ponti,
è meglio affidare le vele al mare, sebbene incerto.

[Electum pelagus, quoniam terrena viarum
plana madent fluviis, cautibus alta rigent:
postquam Tuscus ager postquamque Aurelius agger
perpessus Geticas ense vel igne manus
non silvas domibus, non flumina ponte coercet,
incerto satius credere vela mari.]
RUTILIUS NAMATIANUS I, 37-42 trad. it. a cura di A. Fo

Evariste-Vital Luminais, L'invasione (1872)
Evariste-Vital Luminais, L’invasione (1872)
Evariste-Vital Luminais, Il sacco di Roma
Evariste-Vital Luminais, Il sacco di Roma

Nel suo poemetto d’addio, un planctus – un pianto -, Rutilio ha continuamente davanti agli occhi la grandezza di Roma, che ora vede devastata: «Hai fatto di genti diverse una sola Patria, – dice di Roma – la tua conquista ha giovato a chi viveva senza leggi: offrendo ai vinti l’unione nel tuo diritto hai reso il mondo diviso una unica Urbe» [Fecisti patriam diversis gentibus unam;/profuit iniustis te dominante capi;/dumque offers victis proprii consortia iuris,/Urbem fecisti, quod prius orbis erat. – RUTILIUS I 63-66].

È il mito imperiale che ritorna, è un ideale superiore che non si può abbandonare se non per abbracciare qualcosa – il “mondo nuovo” generato dalle invasioni – che si sa già in partenza essere deteriore, grossolano, non raffinato. Il mondo nuovo dei barbari non risponde più all’ideale superiore di “una città unica” di cui tutti sono cittadini (cfr. PRIMA PARTE) né ci potrà più essere alcun Temistio che dica a un imperatore che la sua missione è “racchiudere e accogliere tutti i popoli della Terra” (cfr. SECONDA PARTE § 4.1 e sgg.).

Gli acquedotti, uno dei simboli della grandezza di Roma. Immagine reperibile a questa URL

9.2 Il 410 visto dai Cristiani
Non è solo la classe aristocratica e senatoria a piangere Roma dopo il 410 dC. Le lacrime arrivano anche da un altro fronte, un fronte che ci aveva abituato ad accettare il presente come giudizio di Dio, nella buona e nella cattiva sorte (cfr. OROSIUS, HISTORIARUM ADVERSUM PAGANOS nei passi citati nella PRIMA PARTE). Secondo Orosio, se il mondo romano doveva morire, era certamente a giusta punizione dei peccati dei latini.
Un altro importantissimo autore cristiano che dedica molti passi alle vicende della distruzione di Roma è San Girolamo, ex asceta, ex monaco rigorista autoesiliatosi da Roma, nemico delle mollezze del presente, del sesso e di ogni voluttà. Un anti-Rutilio, insomma. San Girolamo, quando arrivano notizie di Roma in fiamme, è a Betlemme e in diverse epistole parla di questi eventi:

Mentre queste cose stavano accadendo a Gerusalemme, una terribile voce proveniva dall’Occidente. Roma era stata assediata e i suoi cittadini erano stati costretti a comprare la vita con l’oro. Successivamente, così spogliati, erano stati nuovamente assediati in modo che persero non solo le loro sostanze, ma anche le loro vite. La mia voce mi si strozza in gola; e, come si dice, i singhiozzi soffocano la dettatura delle mie parole. La città che aveva conquistato il mondo intero fu presa; anzi, prima della spada ne uccise la fame e pochi cittadini furono lasciati prigionieri. Nella sua frenesia il popolo affamato ricorse a cibo orribile: l’un l’altro si strapparono gli arti come carne da mangiare. Perfino la madre non ha risparmiato la bambina che ancora allattava al seno. […]
Nel frattempo, in mezzo a questa terribile confusione, il palazzo di Marcella è invaso da un nemico sanguinario […]. Col viso intrepido Marcella accolse gli assalitori. Le domandarono l’oro: essa aveva sepolto sotto terra i suoi tesori e si giustifica mostrando la sua tunica grossolana, ma non riesce a far credere loro la sua povertà volontaria. Percossa col bastone e con le verghe, rimase insensibile ai tormenti, ma piangendo si gettava ai piedi dei carnefici perché non ti separassero dalla sua compagnia, in quanto ella temeva che la tua giovinezza dovesse sopportare quello che la sua vecchiaia non aveva più da temere. Cristo addolcì quei barbari cuori: in mezzo alle spade insanguinate vi fu un posto per la pietà.

[12. Dum haec aguntur in Jebus (Jerusalem), terribilis de Occidente rumor affertur, obsideri Romam, et auro salutem civium redimi, spoliatosque rursum circumdari, ut post substantiam, vitam quoque perderent. Haeret vox, et singultus intercipiunt verba dictantis. Capitur Urbs, quae totum cepit orbem: imo fame perit antequam gladio, et vix pauci qui caperentur, inventi sunt. Ad nefandos cibos erupit esurientium rabies, et sua invicem membra laniarunt, dum mater non parcit lactenti infantiae […]
13. Cum interim, ut in tanta confusione rerum, Marcellae quoque domum cruentus victor ingreditur. […] Intrepido vultu excepisse dicitur introgressos: cumque posceretur aurum, et defossas opes vili excusaret tunica, non tamen fecit fidem voluntariae paupertatis. Caesam fustibus flagellisque, aiunt non sensisse tormenta; sed hoc lacrymis, hoc pedibus eorum prostratam egisse, ne te a suo consortio separarent: ne sustineret adolescentia, quod senilis aetas timere non poterat. Christus dura corda mollivit, et inter cruentos gladios invenit locum pietas.]
HIERONYMUS, EPISTULA CXXVII, 12-13

Un passo dell’epistola 128 ci descrive i risultati di un’incursione germanica nei latifondi di un nobile amico del Santo. Una cosa interessante, che ci ricorda questo passo, è quanto i barbari stessi in realtà fossero “affamati” di schiavi. I cittadini infatti, almeno da quanto si può apprendere dalle fonti, in genere venivano depredati, ma non resi schiavi dai loro antichi schiavi goti o germanici:

Le perdite pecuniarie hanno seguito i tuoi lutti; l’intera provincia è stata invasa da un nemico barbaro, e nella devastazione generale la tua proprietà privata è stata distrutta, le  tue greggi e le mandrie sono stati cacciati e i tuoi poveri schiavi o fatti prigionieri o uccisi.

[Consecuta rei familiaris damna, vastationem totius barbaro hoste provinciae, et in communi depopulatione privatas possessionum tuarum ruinas: abactos armentorum ac pecorum greges: vinctos occisosque servulos]
HIERONYMUS, EPISTULA CXVIII, 2

E in altri punti Girolamo ci parla della precarietà di vivere in quei momenti tribolati:

Terminati i diciotto libri del commento a Isaia, volevo passare all’interpretazione di Ezechiele, che avevo spesso promesso a te, mia Eustochio, vergine di Cristo, e alla madre tua Paola, di santa memoria; volevo porre l’ultima mano, come si suol dire, alla mia impresa di esegesi dei Profeti, quand’ecco che mi viene annunciata improvvisamente la notizia della morte di Pammachio e di Marcella, l’assedio di Roma, il sonno in Cristo di molti fratelli e sorelle. Distrutto da quelle notizie, rimasi sbigottito, tanto che, di notte e di giorno, non potevo fare altro che pensare sempre alla salvezza di tutti i miei cari: credevo di trovarmi anch’io fatto schiavo in mezzo a quelle sante persone fatte schiave; non potevo aprir bocca prima di conoscere qualcosa di certo; angosciato tra la speranza e la disperazione, non sapevo che fare e mi tormentavo con i mali degli altri.

[Finitis in Isaiam decem et octo Explanationum voluminibus, ad Ezechiel, quod tibi, et sanctae memoriae matri tuae Paulae, o Virgo Christi Eustochium, saepe pollicitus sum, transire cupiebam, et extremam, ut dicitur, manum operi imponere prophetali: et ecce subito mors mihi Pammachii atque Marcellae, Romanae urbis obsidio, multorumque fratrum et sororum dormitio nuntiata est. Atque ita consternatus obstupui, ut nihil aliud diebus ac noctibus nisi de salute omnium cogitarem: meque in captivitate sanctorum putarem esse captivum, nec possem prius ora reserare, nisi aliquid certius discerem: dum inter spem et desperationem sollicitus pendeo, aliorumque malis me crucio.]
HIERONYMUS, IN EZECHIELEM, Praefatio, trad. it. a cura di R. Palla

Tempo fa volli abbordare il volume di Ezechiele ed assolvere così una promessa fatta più volte ai miei studiosi lettori; ma quando cominciai a dettare, le devastazioni delle province occidentali, e di Roma soprattutto, sconvolsero talmente il mio spirito che, come dice l’adagio popolare, “non ricordavo più neppure il mio nome”. Ho taciuto per un bel po’ di tempo sapendo che era il tempo delle lacrime. Quest’anno, quando avevo già commentato tre libri, eccoti un’improvvisa irruzione di barbari […] hanno invaso le strade dell’Egitto, della Palestina, della Siria, come un torrente che tutto travolge, tanto che a stento, e solo per misericordia di Cristo, abbiamo potuto sfuggire dalle mani di quei barbari. Che se è vero, secondo il detto d’un illustre oratore, che “in mezzo alle armi tacciono le leggi” quanto più è vero per gli studi di Scrittura che hanno bisogno di una pila di libri, di silenzio, dell’attenzione dei copisti e della sicurezza e della tranquillità di chi detta!

[2. Ezechielis volumen olim aggredi volui, et sponsionem creberrimam studiosis lectoribus reddere; sed in ipso dictandi exordio ita animus meus Occidentalium provinciarum, et maxime urbis Romae [al. Romanae] vastatione confusus est, ut, juxta vulgare proverbium, proprium quoque ignorarem vocabulum: diuque tacui, sciens tempus esse lacrymarum. Hoc autem anno cum tres explicassem libros, subitus impetus barbarorum, de quibus tuus dicit Virgilius, lateque vagantes Barcaei (Aeneid. 4), et sancta Scriptura de Ismahel, Contra faciem omnium fratrum suorum habitabit (Gen. 16. 12), sic Aegypti limitem, Palaestinae, Phoenicis, Syriae percurrit ad instar torrentis cuncta secum trahens, ut vix manus eorum misericordia Christi potuerimus evadere. Quod si, juxta inclytum oratorem, silent inter arma leges (Cicero pro Milone), quanto magis studia Scripturarum? quae et librorum multitudine, et silentio, ac librariorum sedulitate, quodque proprium est, securitate et otio dictantium indigent.]
HIERONYMUS, EPISTULA CXXVI, 2 trad. it. a cura di R. Palla

San Girolamo secondo Leonardo Da Vinci
San Girolamo secondo Leonardo Da Vinci

9.3 Cosa successe nel 410 d.C.?
Successe che 40.000 Visigoti in armi (per le cifre WARD-PERKINS 2008), gli stessi che avevamo lasciato nella piana antistante ad Adrianopoli nel 378, guidati da Alarico, per tre giorni consecutivi saccheggiarono la capitale del Mondo. Alcuni cristiani, che avevano in odio i pagani, non trovarono di meglio che congratularsi con Alarico perché aveva risparmiato le Chiese (vedi i passi della Vita di Santa Melania riportati nella SECONDA PARTE di questo studio §5.1), dando alle fiamme invece tutto il resto. «Alarico rimase fermo presso Roma, minacciando di saccheggiarla se le autorità imperiali di Ravenna non avessero trattato con lui. Le sue richieste in questo caso sono ben documentate. Con quella più ambiziosa offriva aiuto militare allo stato romano, domandando in cambio un comando col rango di generale per sé, il pagamento di una grande somma in oro, la fornitura di notevoli rifornimenti di grano. […] le cariche che avrebbe ricoperto gli avrebbero permesso di stabilire un vero e proprio protettorato gotico sull’Occidente. […] nonostante tutto non si raggiunse un accordo. Onorio, imperatore d’Occidente, preferì sacrificare Roma piuttosto che negoziare» (WARD-PERKINS 2008, p. 156).

Noi moderni siamo abituati a studiare come data di cesura il 476, quando l’ultimo imperatore d’Occidente, Romolo Augustolo, fu deposto dal barbaro Odoacre (che in realtà era anche patrizio romano). Per i contemporanei invece la data senza ritorno fu proprio il 410. Era da otto secoli che un nemico armato non metteva piede a Roma, e da quel momento l’Occidente accelerò spedito verso un tracollo senza ritorno.

Erano passati soltanto trent’anni da Adrianopoli, da quando cioè i Visigoti avevano invaso la Tracia, e questi trent’anni erano stati sufficienti a piegare irreversibilmente il mondo occidentale.

Non sono noti romani che, per quanto di umile condizione, vivessero in costruzioni con tetti di paglia. Dopo le invasioni invece si perde l'arte della costruzione con tetti di tegole. Ancora nel '900, in Occidente, si registrano abitazioni con tetti di paglia.
Non sono noti romani che, per quanto di umile condizione, vivessero in costruzioni con tetti di paglia. Dopo le invasioni invece si perde l’arte della costruzione con tetti di tegole. Ancora nel ‘900, in Occidente, si registrano abitazioni con tetti di paglia.

10. Il dopo-Adrianopoli
10.1 Teodosio, l’ “amico” dei Goti
Facciamo quindi un passo indietro. Torniamo sulla piana di Adrianopoli nel 378 d.C., con il corpo dell’imperatore Valente disperso e l’intera armata Orientale disfatta.
Graziano, nipote di Valente e imperatore della parte Occidentale, stava portando aiuto all’avventato zio che si era lanciato sui Goti senza attendere i rinforzi del nipote (per tenere tutta la gloria per sé, come commenta Ammiano Marcellino). Una volta appresa la notizia della disfatta dell’armata d’Oriente e della morte dello zio Valente, Graziano pensò bene di non affrontare in campo aperto i Goti e di tornare a presidiare prudentemente la pars occidentalis.
I Goti, nel frattempo, si erano dati al saccheggio delle campagne, totalmente indisturbati. Gli Sciti (è il nome attribuito ai Goti dagli scrittori antichi) avevano anche provato a puntare molto più in alto: volevano assicurarsi un riparo, ricchezze e provviste per l’inverno prendendo possesso delle città d’Oriente. Non avendo ingegneri militari, però, né alcuna tradizione di assedio, i barbari, vincitori dei romani in campo aperto, dovettero rinunciare, per fortuna di Adrianopoli e della altre città vicine.

Molto presto Graziano nominò un collega per l’Oriente sguarnito: scelse Teodosio (imp. 379-395 dC) “uomo energico, noto per il suo valore e la sua saggezza”, stando a quanto ci dice Giordane (GE XXVII, 139). Teodosio si ritrovava a dover risolvere il difficile compito di pacificare l’Oriente a livello religioso, di ricostituire il distrutto esercito orientale e di affrontare ad un tempo la “questione” germanica.

Per prima cosa, il nuovo imperatore decise di affrontare la questione religiosa. Nato e cresciuto in Occidente, Teodosio era estraneo alla grande disputa orientale fra i sostenitori del credo niceno e quelli del credo ariano (in Occidente il numero di ariani era abbastanza esiguo). Le sue decisioni furono radicali e tali per cui poi non dovette più occuparsi della questione. Subito, nel febbraio 380, Teodosio scrisse da Tessalonica:

Noi ordiniamo che coloro che seguono questa legge accolgano il nome di cristiani cattolici. Tuttavia, gli altri [ndr. gli ariani], secondo il nostro giudizio pazzi e folli, devono sopportare l’onta di una fede eretica e i loro luoghi di riunione non devono potersi chiamare chiese. Per prima cosa devono subire la pena di Dio, poi anche la nostra vendetta se agiamo secondo il giudizio divino.

[Hanc legem sequentes christianorum catholicorum nomen iubemus amplecti, reliquos vero dementes vesanosque iudicantes haeretici dogmatis infamiam sustinere nec conciliabula eorum ecclesiarum nomen accipere, divina primum vindicta, post etiam motus nostri, quem ex caelesti arbitrio sumpserimus, ultione plectendos. dat. iii kal. mar. thessalonicae gratiano a. v et theodosio a. i conss. (380 febr. 27)].
CODEX THEODOSIANUS XVI, 1, 2.

Teodosio allora poté mettere mano alla questione gotica. Il gruppo di Visigoti era però divenuto troppo forte, o almeno Teodosio ritenne di non avere le forze di batterli sul campo. Allora con i Goti vincitori di Adrianopoli Teodosio scese a compromessi (che poi si sarebbero rivelati irreversibili) e firmò un foedus – un patto – nel 382. In questo trattato i romani concedevano ai germani di occupare i Balcani, di vivere secondo le proprie leggi, di non essere sottomessi al diritto romano, di essere liberi da tasse. Potevano rivendicare acquartieramento nelle case dei Romani, erano nutriti dai raccolti dei contadini romani e ottenevano fondi dall’Impero. In cambio garantivano all’imperatore di seguirlo nell’esercito in caso di guerra, come una federazione chiusa sotto il comando romano (cfr. anche PFEILSCHIFTER 2015, p. 89)

Stando a questi accordi, non è difficile capire perché Teodosio sarà ricordato come l’“amante del popolo Goto” (GE, XXIX, 146). Era chiaro che Teodosio era stato costretto a questo trattato da una lucida valutazione delle forze in campo, che lo aveva convinto che fosse inevitabile concedere che si formasse un “buco” di controllo statale all’interno dell’Impero. I Goti, in qualche modo, avevano vinto, avevano cioè formato il primo organismo nazionale (chiamarlo Stato sarebbe prematuro) all’interno di un impero che da secoli non prevedeva l’esistenza di nazioni autonome (cfr. PRIMA PARTE).

10.2 Una nazione nel cuore di un organismo imperiale, un organismo imperiale contro se stesso

L’accordo del 382 fra Teodosio e i Goti fu gravido di conseguenze. Esso, infatti, oltre a permettere la nascita di una nazione come visto poco sopra, diceva che i Visigoti, in armi, dovevano seguire in guerra l’imperatore. Ma non si trattava di arruolamenti secondo la prassi romana, con la grande macchina burocratica che destinava i nuovi arrivi alle varie legioni (cfr. SECONDA PARTE): si intendeva che i Goti seguivano l’Imperatore come gruppo nazionale compatto, con gerarchie proprie.
Inoltre, nell’accordo del 382 si affermava che i Visigoti dovessero seguire l’imperatore. Ma quale imperatore? Ovviamente Teodosio intendeva se stesso. Tra la fine del IV e l’inizio del V secolo, non si contano gli “imperatori” e gli “usurpatori”, con i primi che cercano di usare gli eserciti barbari contro i secondi e viceversa.
In pratica, in quei decenni l’impero fu attraversato da furibonde lotte interne per la corsa imperiale da parte delle dinastie e dei loro generali, come Stilicone. Le aristocrazie si servivano, quindi, anche dell’apporto militare barbaro. Occidente e Oriente, in pratica, dirottavano le orde barbare da una parte all’altra dell’impero, contro questo o quell’usurpatore, e si indebolivano a vicenda. Le vicende del 410 e il sacco di Roma non sono che il frutto di questi “dirottamenti” voluti dalle aristocrazie in lotta. Era come se, agli occhi romani, la questione germanica fosse invisibile, o almeno ampiamente in second’ordine rispetto alle lotte intestine.

Quelli sono gli anni degli usurpatori. Per fare un esempio, solamente contro Onorio (imp. 395-423 dC), passato alla storia come imperatore inetto a causa del sacco di Roma del 410 e per aver fatto assassinare il suo generale Stilicone, reclamarono il trono d’Occidente ben nove – nove! – usurpatori a capo di varie legioni delle province romane. Contro quegli usurpatori ogni volta Onorio dovette mandare delle legioni. I confini si sguarnirono a tal punto che, nella notte del 31 dicembre 406, orde di Vandali, Svevi e Alani passarono indisturbate sul Reno ghiacciato. «Magonza, Worms, Treviri, Reims furono conquistate, ampie zone della Gallia furono saccheggiate. Altri popoli sfruttarono il caos e fu in questo modo che i Burgundi occuparono i dintorni di Worms. Vandali, Svevi e Alani proseguirono e, nel 409, superarono i Pirenei. Dopo aver di nuovo abbondantemente saccheggiato il territorio, si fermarono e si insediarono in diverse aree della penisola iberica»  (PFEILSCHIFTER 2015, p. 101).
La primavera di quell’anno gli imperatori non sapevano più come fare per fronteggiare le orde che, scese dal Reno, depredavano le zone centrali. Le casse statali erano vuote.
Lo stato di emergenza e impoverimento dello Stato romano si può evincere, ad esempio, dai bandi di reclutamento dell’aprile di quel 406, per mezzo dei quali il governo occidentale intendeva contrastare l’irruzione in Italia di una tribù guidata da Radagaiso:

A ogni soldato si offrì un premio di dodici solidi d’oro all’ingaggio, ma il pagamento di sette di questi veniva posticipato a quando le cose fossero concluse. In altre parole, il denaro non era immediatamente disponibile. Contemporaneamente si ricorse a un’altra opzione, del tutto eccezionale ma ancor meno dispendiosa: il reclutamento degli schiavi, che venivano ricompensati con appena due solidi e la libertà, quest’ultima a spese dei loro padroni.
WARD-PERKINS 2010, p.55

Ecco il testo, contenuto nel Codex Theodosianus, cui si riferisce lo studioso Ward-Perkins appena citato:

Imppp. Arcadius, Honorius et Theodosius aaa. provincialibus. Contra hostiles impetus non solas iubemus personas considerari, sed vires, et licet ingenuos amore patriae credamus incitari, servos etiam huius auctoritate edicti exhortamur, ut quamprimum se bellicis sudoribus offerant, praemium libertatis, si apti ad militiam arma susceperint, pulveratici etiam nomine binos solidos accepturi: praecipue sane eorum servos, quos militia armata detentat, foederatorum nihilo minus et dediticiorum, quoniam ipsos quoque una cum dominis constat bella tractare. Dat. XV kal. mai. Ravenna Arcadio a. VI et Probo viro clarissimo conss. (406 apr. 17).
CODEX THEODOSIANUS, VII, 13.16.

L'imperatore Teodosio a cospetto di Sant'Ambrogio, che gli impedisce di entrare nella cattedrale di Milano. Dipinto del pittore Van Dyck (1620)
L’imperatore Teodosio a cospetto di Sant’Ambrogio, che gli impedisce di entrare nella cattedrale di Milano. Dipinto del pittore Van Dyck (1620). Immagine reperibile a questa URL

10.3 Oro per i Germani
Il fatto è che il V secolo inizia con una processione sterminata di popoli che ormai  circolano senza controllo entro i confini dell’Impero. Il loro obiettivo non è sostituirsi all’Impero, né – inizialmente – mettere in dubbio l’autorità statale romana. Il loro obiettivo è poter prendere parte alla spartizione delle ricchezze dell’Impero. Questi popoli chiedono alle autorità – prima, durante e dopo i saccheggi – di diventare anch’essi federati, come per primi lo erano stati i Visigoti. I Germani vogliono avere terre e personale (schiavi) che le lavorino. Soprattutto, essi vogliono poter godere, come già avevano goduto i Goti, di sovvenzioni statali.
Ai loro occhi, la ricchezza romana doveva essere qualcosa che superava i loro stessi sogni e a cui si sentivano in diritto di attingere a piene mani. Le testimonianze delle fonti sulle distruzioni delle orde germaniche in movimento si moltiplicano per il V secolo. Ad esempio, Zosimo, nella sua Storia Nuova, ci dice che nel 408 Alarico decise di togliere l’assedio a Roma soltanto dietro pagamento di 5.000 libbre d’oro, 30.000 libbre d’argento, 4.000 abiti di seta, 3.000 abiti di lana scarlatta e 3.000 libbre di pepe (due anni dopo, nel 410, non sarà dello stesso avviso). E i romani, pur di allontanare il pericolo visigoto, pagarono quanto chiesto da Alarico, arrivando a spogliare i templi e le statue ornate d’oro della città:

Ma poiché il male [causato dall’assedio dei Goti] continuava ad aggravarsi e rischiarono che i Romani si divorassero reciprocamente, dopo avere provato ciò che di più nefando sembrava esserci per gli uomini, decisero di mandare un’ambasceria al nemico […].  Alarico stette ad ascoltare le loro parole e quando sentì che il popolo maneggiava le armi ed era ormai pronto alla guerra disse: «L’erba folta si taglia più facilmente di quella rada» e pronunciando questa frase scoppiò in una grande risata all’indirizzo degli ambasciatori. […] [Alarico] diceva che non avrebbe rinunciato all’assedio se non avesse preso tutto l’oro e l’argento della città e inoltre tutte le suppellettili che trovasse e gli schiavi barbari. A uno degli ambasciatori che gli faceva osservare: «Se tu riuscissi a prendere tutto questo, cosa rimarrebbe alla città?», egli rispose: «Le vite umane». […]

[XL. 1 ‘Ως δὲ εἰς ἔσχατον τοῦ κακοῦ προϊόντος καὶ εἰς ἀλληλοφαγίαν ἐλθεῖν ἐκινδύνευσαν, τῶν ἄλλων ἁπάντων ὅσα ἐξάγιστα εῖναι τοῖς ἀνθρώποις ἐδόκει πεπειραμένοι, πρεσβείαν ἔγνωσαν στεῖλαι πρὸς τὸν πολέμιον, ἀπαγγελοῦσαν ὅτι καὶ πρὸς εἰρήνην εἰσὶν ἔτοιμοι τὸ μέτριον ἔχουσαν καὶ πρὸς πόλεμον ἑτοιμότεροι, τοῦ ‘Ρωμαίων δήμου καὶ ἀναλαβόντος ὅπλα καὶ τῆ συνεχεῖ περὶ ταῦτα μελέτη μηκέτι πρὸς τὸ πολεμεῖν ἀποκνοῦντος. 2 Αἱρεθέντος δὲ πρεσβευτοῦ Βασιλείου, τὸ μὲν γένος ἕλκοντος ἐξ ‘Ιβήρων ὑπάρχου δ’ ἀξίᾳ τετιμημένου, συνεξήει τούτῳ καὶ ‘Ιωάννης τῶν βασιλικῶν ὑπογραφέων, οὓς τριβούνους καλοῦσιν, ἄρχων γεγενημένος, οῖα γνώριμος ‘Αλαρίχῳ καὶ πρόξενος· οἱ γὰρ ἀπὸ τῆς ‘Ρώμης ἠπίστουν εἰ αὐτὸς ‘Αλάριχος [ἔτι] πάρεστι καὶ αὐτὸς ὁ τὴν ‘Ρώμην εἴη πολιορκῶν· ἐκ γὰρ | τῆς προλαβούσης ἐβουκολοῦντο φήμης, ὡς ἕτερος εἴη τῶν τὰ Στελίχωνος φρονούντων <ὁ τὸν> στρατὸν ἐπαγαγὼν τῆ πόλει. 3 Οἱ δὲ πρέσβεις ὡς αὐτὸν ἀφικόμενοι κατεδύοντο μὲν ἐπὶ τῆ χρόνον τοσοῦτον κατασχούση τοὺς ‘Ρωμαίους ἀγνοίᾳ, τὰ δὲ τῆς γερουσίας ἀπήγγελον· ῶν ‘Αλάριχος ἀκούσας, καὶ ὅτι μεταχειριζόμενος ὁ δῆμος ὅπλα παρεσκεύασται πολεμεῖν, ‘δασύτερος ὢν ὁ χόρτος’ ἔφη ‘τέμνεσθαι ῥᾀων ἢ ἀραιότερος’, καὶ τοῦτο φθεγξάμενος πλατὺν τῶν πρέσβεων κατέχεε γέλωτα· ἐπειδὴ δὲ εἰς τοὺς περὶ τῆς εἰρήνης ἐληλύθασι λόγους, ἐχρῆτο ῥήμασιν ἐπέκεινα πάσης ἀλαζονείας Βαρβαρικῆς· ἔλεγε γὰρ οὐκ ἄλλως ἀποστήσεσθαι τῆς πολιορκίας, εἰ μὴ τὸν χρυσὸν ἅπαντα, ὅσον ἡ πόλις ἔχει, καὶ τὸν ἄργυρον λάβοι, καὶ πρὸς τούτοις ὅσα ἐν ἐπίπλοις εὕροι κατὰ τὴν πόλιν καὶ ἔτι τοὺς βαρβάρους οἰκέτας. 4 Εἰπόντος δὲ τῶν πρέσβεων ἑνὸς ‘εἰ ταῦτα λάβοις, τί λοιπὸν ἔτι τοῖς ἐν τῆ πόλει καταλιμπάνεις’ ; ‘τὰς ψυχὰς’ ἀπεκρίνατο· ταύτην οἱ πρέσβεις δεξάμενοι τὴν ἀπόφασιν ἤτησαν τοῖς ἐν τῆ πόλει κοινώσασθαι τὸ πρακτέον· ἐνδοσίμου δὲ τυχόντες τοὺς ἐν τῆ πρεσβείᾳ γενομένους ἀπήγγειλαν λόγους· τότε δὴ πεισθέντες ‘Αλάριχον εῖναι τὸν πολεμοῦντα, καὶ πᾶσι τοῖς εἰς ἀνθρωπίνην ἰσχὺν φέρουσιν ἀπογνόντες ἀνεμιμνήσκοντο τῆς ἐπιφοιτώσης πάλαι τῆ πόλει κατὰ τὰς <περι>στάσεις ἐπικουρίας καὶ ὡς παραβάντες τὰ πάτρια ταύτης ἔρημοι κατελείφθησαν.]
ZOSIMO, V. 40, 1-4 trad. it. a cura di F. Conca, trascrizione a cura di N. Di Cio

Mandano di nuovo ambasciatori e, dopo molti colloqui, si decise che la città desse cinquemila libbre d’oro, trentamila d’argento, quattromila tuniche di seta, e inoltre tremila pelli scarlatte e tremila libbre di pepe. Ma poiché Roma non aveva denaro, i senatori in possesso di beni dovettero per forza essere registrati e sottoposti a questa forma di tassazione.
A Palladio venne affidato il compito di calcolare quanto ciascuno doveva dare in rapporto alle proprie disponibilità; ma non essendo in grado di raccogliere tutto per arrivare alla somma richiesta, sia perché una parte dei beni venne occultata, sia perché l’avidità degli imperatori che si erano succeduti aveva impoverito la città, il demone maligno che regge le sorti umane fece precipitare nei mali più gravi quelli che allora avevano questo incarico in Roma. Infatti per completare quello che mancava decisero di ricorrere agli ornamenti che rivestivano le statue: questo significava che le statue innalzate per le cerimonie sacre e ornate come si conviene per aver mantenuto eternamente prospera la città erano senza vita e inefficaci, poiché le cerimonie sacre erano andate scomparendo. Ma dal momento che tutto doveva contribuire alla distruzione della città, non spogliarono solo le statue, ma ne fusero alcune d’oro e d’argento: tra queste c’era pure la statua del Valore, che i Romani chiamano Virtus. Dopo essere stata distrutta, i Romani persero il coraggio e il valore: così allora avevano profetizzato coloro che si occupavano di cose divine e di riti tradizionali.

[XLI. 4 Πέμπουσι τοίνυν καὶ αῦθις τοὺς πρέσβεις, καὶ λόγων ἑκατέρωθεν πλείστων γεγενημένων ἐδόκει δοθῆναι παρὰ τῆς πόλεως πεντακισχιλίας μὲν χρυσοῦ λίτρας, τρισμυρίας τε πρὸς ταύταις ἀργύρου, σηρικοὺς δὲ τετρακισχιλίους χιτῶνας, ἔτι δὲ κοκκοβαφῆ τρισχίλια δέρματα καὶ πέπερι σταθμὸν ἕλκον τρισχιλίων λιτρῶν· οὐκ ὄντων δὲ τῆ πόλει δημοσίων χρημάτων, πᾶσα ῆν ἀνάγκη τοῖς ὰπὸ τῆς γερουσίας, ὅσοι τὰς οὐσίας εῖχον, ἐκ καταγραφῆς ταύτην ὑποστῆναι τὴν εἰσφοράν. 5 ‘Επιτραπεὶς δὲ Παλλάδιος τῆ δυνάμει τῆς ἑκάστου περιουσίας τὸ δοθησόμενον συμμετρῆσαι, καὶ ἀδυνατήσας εἰς ὁλόκληρον ἅπαντα συναθροῖσαι, ἢ τῶν κεκτημένων μέρος τι τῶν ὄντων ἀποκρυψάντων ἢ καὶ ἄλλως τως εἰς πενίαν τῆς πόλεως ἐλθούσης διὰ τὰς ἐπαλλή|λους τῶν κρατούντων πλεονεξίας, ἐπὶ τὸν κολοφῶνα τῶν κακῶν ὁ τὰ ἀνθρώπινα λαχὼν ἀλιτήριος δαίμων τοὺς ἐν τῆ πόλει τότε τὰ πράγματα πράττοντας ἤγαγεν. 6 Τὸ γὰρ ἐλλεῖπον ἀναπληρῶσαι διὰ τοῦ κόσμου τοῦ περικειμένου τοῖς ἀγάλμασιν ἔγνωσαν, ὅπερ οὐδὲν ἕτερον ἤν ἢ τὰ τελεταῖς ἁγίαις καθιδρυθέντα καὶ τοῦ καθήκοντος κόσμου τυχόντα διὰ τὸ φυλάξαι τῆ πόλει τὴν εὐδαιμονίαν ἀῖδιον, ἐλαττωθείσης κατά τι τῆς τελετῆς ἄψυχα εἶναι καὶ ἀνενέργητα. 7 ‘Επεὶ δὲ πανταχόθεν ἔδει τὰ φέροντα πρὸς ἀπώλειαν τῆς πόλεως συνδραμεῖν, οὐκ ἀπεκόσμησαν τὰ ἀγάλματα μόνον, ἀλλὰ καὶ ἐχώνευσάν τινα τῶν ἐκ χρυσοῦ καὶ ἀργύρου πεποιημένων, ὧν ἧν καὶ τὸ τῆς ‘Ανδρείας, ἣν καλοῦσι ‘Ρωμαῖοι Virtutem· οὗπερ διαφθαρέντος, ὅσα τῆς ἀνδρείας ἧν καὶ ἀρετῆς παρὰ ‘Ρωμαίοις ἀπέσβη, τοῦτο τῶν περὶ τὰ θεῖα καὶ τὰς πατρίους ἁγιστείας ἐσχολακότων ἐξ ἐκείνου τοῦ χρόνου προφητευσάντων.]
ZOSIMO, V. 41, 4-7  trad. it. a cura di F. Conca,  trascrizione a cura di N. Di Cio

John William Waterhouse - I favoriti dell'Imperatore Onorio (1883)
John William Waterhouse – I favoriti dell’Imperatore Onorio (1883)

Gli studiosi sono concordi – tutti, anche i più filo-germanici, quelli cioè che sostengono la versione della “accomodation” barbara (cfr. PRIMA PARTE § 3) – nel sostenere che «nelle circostanze tipiche del IV e del V secolo fu comunque possibile a tutti assaporare un inebriante cocktail di terrore e probabilità senza precedenti di mettere le mani su ricchi forzieri» (HEATHER 2005 p. 177).
D’altronde i gruppi che dopo il 378 e dopo il 406 si muovevano all’interno dell’impero erano numerosi e costituiti da molte persone, sia guerrieri sia vecchi, donne e bambini (oltre che da molti schiavi). Lo spettacolo della vista di una colonna germanica in movimento doveva essere impressionante:

L’esercito germanico inoltre portava con sé bestiame, grano da semina ed un pesante treno di bagagli. Nel 479 il generale romano catturò 2000 carri goti. Messi in fila, 2000 carri formano una colonna di almeno venti chilometri.
HEATHER 2005, p. 180

In conseguenza a numeri così cospicui, la depredazione di risorse e ricchezze a discapito del territorio romano doveva essere terribilmente consistente. I Goti, ad esempio, finché se ne stettero al di fuori dell’impero rimasero divisi in innumerevoli tribù poco popolose (cfr. PARTE TERZA). Quando invece penetrarono nell’Impero, per riuscire a fronteggiare militarmente e politicamente i romani e stringere accordi vantaggiosi, dovettero unirsi e formare gruppi più grandi, che gli studiosi chiamano “supergruppi”. Ne è conferma il fatto che i due supergruppi di Ostrogoti e Visigoti non esistevano quando i goti erano ancora fuori dai confini. L’unione fu una necessità dettata dall’esigenza di relazionarsi con l’Impero da una posizione di vantaggio. Per una verifica, in questo articolo sono state descritte dettagliatamente le fasi attraverso cui si formarono i Visigoti (vedi PARTE QUARTA § 8.3).

I nuovi supergruppi furono, in effetti, molto grandi. Gli Ostrogoti potevano mettere in campo 25-30.000 combattenti ed i Visigoti altrettanti. Questo implicherebbe delle popolazioni totali nell’ordine di 100.000 persone e una elite di 4-5000.
HEATHER 2005, p. 184

Quanto dovette diventare difficile la vita di ogni giorno, per le popolazioni romane sottomesse ai passaggi e agli stanziamenti temporanei dei barbari, ce lo testimoniano diverse fonti. Ad esempio, nella regione del Norico (oggi corrispondente a una parte dell’Austria e della Baviera) i germani avevano fatto divieto agli abitanti di praticare il commercio. Lo sappiamo perché gli abitanti, non sapendo più come fare, avevano chiesto a Severino (poi proclamato Santo) di parlamentare con gli invasori e concedere l’autorizzazione a praticare il commercio. La fonte da cui si possono dedurre queste notizie è la Vita di Severino (410-482 dC) scritta da Eugippio (465-533).

Nel frattempo i cittadini di Batava si recarono dal Santo [Severino], implorandolo di andare da Feva, re dei Rugi, a domandare il permesso di intraprendere il commercio.

[Interea beatum virum cives oppidi memorati suppliciter adierunt, ut pergens ad Febanum, Rugorum principem, mercandi eis licentiam postularet.]
EUGIPPIUS, VITA SANCTI SEVERINI, XXII, trad. it. a cura di A. Genovese

Sempre dalla Vita di Severino apprendiamo che nella prima parte del V secolo l’olio, che fino a pochi decenni prima circolava in quantità per l’impero, era diventato un bene di lusso:

Inoltre, l’uomo di Dio un giorno decise di radunare tutti i poveri insieme in una chiesa, per dispensare loro l’olio come il buon senso richiedeva: una merce che in quei luoghi veniva portata sul mercato soltanto dopo un trasporto difficilissimo a opera dei commercianti.

[Praeterea quadam die vir Dei cunctos pauperes in una basilica statuit congregari, oleum prout poscebat ratio largiturus: quam speciem in illis locis difficillima negotiatorum tantum deferebat evectio.]
EUGIPPIUS, VITA SANCTI SEVERINI, XXVIII, 2, trad. it. a cura di A. Genovese

La vita di ogni giorno era divenuta precaria a causa delle continue invasioni che i romani cittadini, soprattutto delle aree periferiche, dovevano sopportare e fronteggiare ormai da soli, senza l’aiuto militare statale. Gli abitanti erano “esauriti” (defessi, come scrive ancora la nostra fonte Eugippio), poiché per la minaccia germanica erano spesso costretti a lasciare le proprie abitazioni e i propri beni incustoditi:

Gli abitanti della città di Quintanae, già esauriti dalle frequenti incursioni degli Alamanni, lasciarono le loro dimore e si spostarono nella città di Batava. Ma il loro rifugio non rimase ignoto agli Alamanni, i quali anzi erano ancora più determinati, ritenendo di poter saccheggiare con un solo attacco le popolazioni di due città.

[Eodem tempore mansores oppidi Quintanensis, creberrimis Alamannorum incursionibus iam defessi, sedes proprias relinquentes in Batavis oppidum migraverunt. Sed non latuit eosdem barbaros confugium praedictorum: qua causa plus inflammati sunt credentes, quod duorum populos oppidorum uno impetu praedarentur.]
EUGIPPIUS, VITA SANCTI SEVERINI, XXVII, 1, trad. it. a cura di A. Genovese

10.4 Lo schianto dell’Occidente
Non è possibile discutere in questa sede le motivazioni per le quali un fenomeno iniziato nella parte orientale dell’impero finì invece per distruggere quella occidentale, né discutere del perché quella orientale sopravvisse per un altro millennio e in alcuni periodi fu addirittura più ricca di quanto non fosse quando era legata alla parte occidentale. Ci sono innumerevoli studi a proposito che non è possibile qui sintetizzare. In genere, comunque, a una motivazione politica – l’abilità dei governanti orientali nel dirottare le orde germaniche sulla parte occidentale mediante sistemi di alleanze – si associa una motivazione socio-economica. In particolare, molti studiosi sottolineano come il crollo definitivo dell’occidente coincise con la conquista germanica del nord Africa, che rappresentava il “bacino” e la “fonte” delle ricchezze occidentali, mentre l’oriente riuscì a difendere dagli invasori le sue province produttrici di ricchezza, almeno fino al XV secolo. (cfr. WARD-PERKINS 2005, capp. V-VI).

Certamente il V secolo per l’Occidente fu uno snodo di non-ritorno. Ad esempio, quando nel 444 l’imperatore Valentiniano III istituì una nuova tassa sulle vendite, la situazione era ormai così compromessa che, nel suo preambolo a questa legge, l’imperatore riconosceva l’urgenza di rafforzare l’esercito con ulteriori spese, ma lamentava la situazione contingente, in cui “dai contribuenti esausti non si potevano trarre risorse sufficienti a provvedere di vitto e vestiario non solo le nuove reclute, ma per lo stesso esercito esistente”. (WARD-PERKINS 2010, p.55)
L’effetto dell’impoverimento fu una rapida perdita della “complessità”. L’elevatissima raffinatezza dell’economia antica la rese fragile e meno adatto al cambiamento (cfr. WARD-PERKINS 2010, p.166; cfr. anche RENFREW 1979). La scrittura si perse, rimanendo appannaggio di una risicata minoranza che la utilizzava per esclusivi scopi rituali e commemorativi di primaria importanza. Delle scritture romane, di argomento quotidiano, futile, canzonatorio, non vi fu più traccia. Le tratte commerciali internazionali, che portavano manifatture standardizzate a poco prezzo, si persero. Della situazione delle strade ci ha già parlato Rutilio in apertura di questa parte. Anche le testimonianze archeologiche riferite alla vita quotidiana, per il V secolo, in occidente, diminuiscono.

“Non si possono più riconoscere i monumenti dell’epoca trascorsa,
immensi spalti ha consumato il tempo vorace.
Restano solo tracce fra crolli e rovine di muri,
giacciono tetti insepolti in vasti ruderi.
Non indignamoci che i corpi mortali si disgreghino:
ecco che possono anche le città morire.”

Rovine romane in Marocco
Rovine romane in Marocco – Immagine reperibile a questa URL

11. Riflessioni conclusive
11.1 Problematiche metodologiche estrinseche all’oggetto di studio
Avvertenza: è bene tenere presente che questo paragrafo conclusivo si riferisce all’intero articolo e non soltanto a questa quinta e ultima parte; quindi il lettore, se lo ritiene opportuno, può rileggere le parti precedenti.

La prima problematica metodologica che si incontra nel voler “tirare le somme” sulla questione – sia che lo si faccia per se stessi, per una classe di scuola superiore o per la società civile – riguarda la validità conoscitiva dei processi di attualizzazione storica.
Ci si chiede, in definitiva, quanto sia possibile – e lecito – rendere “presenti” avvenimenti di un passato più o meno lontano. Attualizzare, infatti, per come lo si propone qui, non significa tanto chiedersi quanto un determinato fatto storico abbia influito sul presente, bensì chiedersi quanto un evento, trasportato nel presente, possa ancora produrre senso per il mondo di oggi.
Prendiamo un esempio tipicamente scolastico come la scoperta dell’America: attualizzare non significa riflettere su quanto questo evento abbia influito sull’oggi, cioè affermare che “senza la scoperta dell’America oggi non avremmo avuto pomodori, patate, mais, gli Stati Uniti e quindi in definitiva staremmo vivendo in un diverso presente” (struttura argomentativa, questa, molto comune e molto praticata). Per come lo si propone qui, attualizzare significa trasferire la Scoperta dell’America nell’oggi ed usarla come guida alle decisioni da prendere, per limitarsi ad un esempio, nelle esplorazioni spaziali: qualche ingegnere della NASA potrebbe chiedersi, per motivarsi, “E se Colombo non fosse mai partito?”.
Detta così potrebbe sembrare una questione davvero mal posta, in realtà questo sprone ad agire, questo modellare il proprio comportamento su eventi pregressi e su aspettative future è un aspetto centrale del comportamento dell’uomo e ritorna spessissimo nelle argomentazioni umane.

D’altra parte, ogni scienza, nella sua indagine del reale tramite evidenze, finisce anche per fornire schemi e modelli di previsione di fenomeni. Un fisico, ad esempio, è in grado di affermare a che velocità accelererà un oggetto lanciato nel vuoto, e quindi anche di prevedere le accelerazioni dei lanci futuri; un medico, consultando le statistiche del decorso di una determinata patologia, è in grado di approssimare l’evoluzione della stessa e decidere quale terapia sia più adatta.

Con i fatti umani, e quindi con la storia, i fenomeni si elevano a un grado di complessità tale da essere impossibili da gestire in quest’ottica. Eppure alcune correnti di studio ci hanno provato. Una storia basta sui numeri (cliometria) non è una novità. E nemmeno una storia basata su modelli matematici di previsione. Sono approcci di tipo neopositivistico, a cui però manca, per tutti i periodi storici che non siano la contemporaneità, l’omogeneità dei dati. Vi è una tale scarsità di fonti che non è possibile porre le stesse domande ai documenti dei quali si dispone.
Ma non è solo una impossibilità tecnica, data dalla complessità dei fatti umani e dalla scarsità dei dati. Vi è di più. È anche una impossibilità derivante da questioni morali e valoriali; dal fatto, cioè, che i dati che si inserirebbero in un modello storico non sono oggettivi, come può essere l’accelerazione di un oggetto, ma – trattandosi di comportamenti umani – sono inevitabilmente soggetti a giudizi di valore da parte di una persona, di un popolo, di una comunità.

Le posizioni dei maggiori storici riguardo la liceità di una pratica attualizzante oscillano da affermazioni come “non esiste conoscenza storica scientifica se non calata nel preciso contesto in cui si sviluppa” a affermazioni come “ogni storia è una storia presente”.
Ad esempio, uno dei maggiori storici italiani – Giuseppe Galasso – si esprime così:

Le situazioni umane sono, infatti, per definizione, situazioni storiche e una conoscenza adeguata di esse non si ha che sul piano storico. Sciogliendole nelle loro vicende cronologiche, ricostruendone gli aspetti morali e materiali, secondo quel che i nostri orientamenti morali e culturali e i nostri mezzi di indagine ci consentono, noi riattingiamo la loro realtà e siamo in grado di trasformarla in elemento attivo della nostra vita presente.
GALASSO 2016, p. 71

Nonostante questa impossibilità scientifica di previsione, bisogna comunque rilevare che le richieste che la società fa alla storia sono molto pressanti, anche e soprattutto a livello di pubblica opinione. Nel momento storico in cui scrivo (fine 2018 – inizio 2019) è appena il caso di notare quanto buona parte dell’opinione pubblica pronostichi un ritorno al fascismo a causa dalla retorica autarchica e del qualunquismo populista di  certa parte politica. Lo schema argomentativo è ancora uno schema di previsione del futuro su base storica e ha questa struttura:

se nel periodo X le caratteristiche “a b c d e” hanno portato all’esito Z (l’avvento del fascismo), ne consegue che nel periodo Y (che è il presente) se si ripresentano le caratteristiche “a b c d e” è probabile che si verifichi di nuovo l’esito Z (il ritorno del fascismo).

Come si può vedere le persone, in quanto individui e in quanto collettività, cercano di spiegare ciò che capita basandosi su esperienze passate. Ci viene in aiuto a questo punto Marc Bloch, che nel suo fondamentale volume Apologia della Storia affronta proprio il genere di scienza e di conoscenza su cui si fonda la Storia. Egli afferma che questa materia si basa su raffronti e similitudini, sulla distinzione fra ciò che è affine e ciò che è dissimile.
La nostra “attualizzazione”, quindi, consisterà nel proporre al lettore alcuni nodi chiave del IV e V secolo in qualche modo simili e che si riallacciano direttamente a tematiche attuali.

11.2 Problematiche metodologiche intrinseche all’oggetto di studio
Nel caso del nostro articolo le problematiche legate alla liceità di una attualizzazione diventano ancora più pressanti perché sono esasperate dal particolare momento storico preso in esame – IV e V sec. – combinato al momento storico da cui si effettua l’osservazione – l’oggi -.
Se questi eventi, infatti, vengono presi come una prefigurazione, essi possono essere facilmente strumentalizzati e banalizzati per esigenze ideologiche. Anzi, non è fuorviante ritenere che questi argomenti possano essere pericolosi, nel senso letterale della parola, e in realtà lo sono già stati in diversi altri momenti (cfr. PRIMA PARTE).
Il fatto è che nessuna società sembra immune alla tentazione della prefigurazione. Ognuna con i suoi strumenti, certo, ma le civilizzazioni “prefigurano”. La nostra adotta, nei casi migliori, la teoria della complessità, la teoria del caos, l’indagine statistica, la scienza positiva per vedere più in avanti. La società cristiana medievale, per fare prefigurazioni, usava i quattro livelli di lettura dei testi sacri. Quello che era raccontato nel Vecchio Testamento non era altro che una prefigurazione del presente e del futuro. Le vicende del popolo di Israele erano vicende destinate a reincarnarsi in diversi e successivi presenti. La società antica e pagana prefigurava tramite sacrifici e premonizioni.

Certamente, più si affinano gli strumenti di indagine più bisogna tenere conto che le differenze identitarie, ideologiche, sociali  rendono impossibile un confronto fra ieri e oggi che sia analitico.
Comunque sia, anche ascoltando tutti questi moniti, anche scartando l’ipotesi della storia come “scienza analitica”, non si può non vedere come la “materia storica” sia tutt’altro che inerte, e anzi ci incalzi con continue domande. Non fosse altro perché le vicende raccontate sono vicende storiche, e quindi vicende umane, riflessioni, comportamenti, idee e sentimenti di “homo sapiens” come noi. Ce lo ricorda Marc Bloch, quando afferma che lo storico insegue vicende umane quasi fosse un orco delle favole che insegue le sue prede (cfr. BLOCH 1998, p. 23). Quindi è davvero difficile assistere a eventi storici così densi di umanità (in ogni sua accezione, crudele e altruista)  attraverso le fonti e rimanere inerti senza farsi alcuna domanda, universale o particolare, sull’oggi o su quel periodo.

L’altro motivo per cui, nonostante un confronto analitico sia difficile, è comunque necessario introdurre sul presente una visione storica è la constatazione che le scienze umane contemporanee – come la sociologia, l’economia, la psicologia (seppur basate sull’evidenza molto più di quanto non sia basata la storia) – non bastano per definire cosa sia l’uomo. Esse, semmai, ci dicono cosa sia l’uomo oggi. In quest’ottica, quindi, l’introduzione allo studio della storia e all’adozione di una prospettiva storica sui fatti è quanto mai necessaria. Un confronto, una comparazione, per quanto non scientifica bensì, per usare l’espressione che usava Bloch, basata su “similitudini” (cfr. BLOCH 1998) è spesso illuminante e contrasta una sorta di idolatria del presente che caratterizza i nostri decenni.

Un’ultima questione, già accennata prima, riguarda i valori umani di cui la storia si fa portatrice: è in definitiva una “questione valoriale”, è uno dei motivi per cui la “scienza storia” è difficile da trasformare in un sistema di funzioni che, dato un valore iniziale, ne preveda con certezza i risultati. I valori iniziali e finali non sono mai oggettivi, ma sono associati a delle valutazioni di merito da cui non si può prescindere, pena la rinuncia a qualsiasi azione. Si legga ancora Marc Bloch: «ci sono due modi per essere imparziali, quello dello studioso e quello del giudice. Essi hanno una radice comune, che è l’onesta sottomissione alla verità. Lo studioso registra, anzi provoca l’esperienza […]. Il buon giudice, qualunque sia il voto segreto nel suo cuore, interroga i testimoni senz’altra preoccupazione di conoscere i fatti, quali essi avvennero. E’, in entrambi i casi, un obbligo di coscienza che non si discute a nessuna condizione. […] Viene un momento, però, in cui le due strade divergono. Quando lo studioso ha osservato e spiegato, il suo compito è concluso. Al giudice tocca ancora emettere la sentenza, infatti non si può condannare o assolvere senza schierarsi per una tavola di valori che non deriva più da alcuna coscienza positiva. […] Ebbene, per lungo tempo lo storico è stato considerato come una specie di giudice, incaricato di distribuire elogi o biasimi agli eroi morti». (BLOCH 1998 p. 104). Il fatto è che la questione “valoriale” è una questione molto difficile da eludere, anzi nell’osservatore deve essere presente un sistema di valori affinché possa “far parlare il passato con noi”, altrimenti non sarebbe storia ma semplice antiquariato. Bisogna chiarire che qui non si tratta di dire se l’imperatore Valente sia stato un buono a nulla oppure se l’imperatore Graziano, suo nipote, sia stato un grande condottiero, come facevano gli antichi. Qui si tratta di prendere in considerazione una materia che “scotta” ancora per le problematiche umane che porta con sé.

A proposito dell’argomento di questo articolo, allora, teniamo bene presente l’avvertenza di Barbero (BARBERO 2006, p. XVIII), il quale ci ricorda che tardoantichità e contemporaneità non sono assimilabili perché «la differenza principale fra immigrazione antica e quella odierna consiste dunque in questo, che in epoca romana il fenomeno si attuava normalmente in forma collettiva anziché attraverso una somma di percorsi individuali, e si concludeva con l’insediamento nelle campagne, piuttosto che nelle città».
A questa avvertenza mi permetterei di aggiungerne un’altra. Gran parte dei barbari, sia prima che dopo Adrianopoli e la formazione dei “supergruppi”, erano militari. Erano gli unici che portavano le armi. E così ce li dobbiamo immaginare; è come se nel mondo attuale qualsiasi maschio extracomunitario che incrociamo per strada camminando, andando a fare la spesa o qualsiasi altra attività quotidiana, fosse un militare armato (è difficile fare stime, ma gli studiosi che ci hanno provato sostengono che la percentuale di “immigrati” del periodo tardoantico fosse dell’8 per cento, simile a quella attuale – Cfr. PFEILSCHIFTER 2015). È chiaro che non è questo il presente in cui viviamo.

11.3 Nuclei tematici
Provo ora a delineare brevemente alcuni nuclei tematici che possono essere oggetto di riflessione aperta.

  • Umanitarismo: le argomentazioni umanitaristiche che si sentono oggi si basano sulla medesima struttura argomentativa di quelle tardoantiche. La visione è quella universalistica: si sostiene che una civiltà che ambisca a questo nome (per noi è l’avanzato Occidente, per loro era l’avanzato Impero) debba avere una visione che abbracci l’intero ecumene e si prenda cura di tutti gli uomini che abitano la Terra, uomini senza necessità di alcun aggettivo. Ogni altra visione è perdente perché è limitata, perché non è degna di una civilizzazione che presenta se stessa fra le migliori possibili. Se davvero è fra le migliori civilizzazioni possibili, come noi pensiamo della nostra e i romani della loro, allora si deve fare carico della civilizzazione di tutti gli uomini. Questa similarità nella struttura argomentativa è tanto più sorprendente in quanto le nostre argomentazioni dovrebbero essere figlie delle visioni illuministiche, post-illuministiche e del “millennio cristiano”. E invece no. Evidentemente le civiltà mature, a prescindere dai secoli di cui sono figlie, presentando se stesse come modelli assoluti, non hanno altra via che cercare di essere ecumeniche. Invito i lettori a rileggere i Discorsi di Temistio riportati nelle varie parti di questo articolo e a comparare le argomentazioni.
  • Opinione pubblica: il discorso sull’umanitarismo si collega direttamente a un discorso sull’ideologia e sull’opinione pubblica. Dando per scontato che del clima di opinione pubblica dell’epoca noi sappiamo quello che ci dicono direttamente le fonti citate in questo articolo e sappiamo quello che riusciamo a dedurre indirettamente dagli eventi, possiamo dire che allora come oggi l’opinione pubblica si trovava in black-out, divisa fra due sistemi di idee contrapposti. Nel momento storico in cui scrivo, nell’Italia degli anni ’10 del XXI secolo, ogni evento che veda protagonista un immigrato viene manipolato ideologicamente dai mezzi di comunicazione attuali, che sono i social, per arrivare a sostenere che “sì, bisogna accogliere e integrare”, oppure “no, bisogna respingere e rifiutare”. In qualche modo è il trionfo dell’ideologia per come la intendeva Hannah Arendt: una ideologia, secondo la filosofa, ha la caratteristica di leggere ogni dato del reale in relazione a una idea di base e di manipolarlo, in modo che sia a favore o contro tale idea. Nell’ideologia, insomma, è il sistema di idee e di valori che uniforma a sé la realtà, non viceversa, ed è quindi qualcosa all’opposto della scienza/conoscenza, che sulla lettura del reale invece cerca di basare le idee. Per fare un esempio pratico: il fresco vincitore del festival di Sanremo è un cantante di origini non italiane. Per qualsiasi possessore di una pagina social, il giorno dopo la vittoria è stato impossibile accedere a internet senza leggere i commenti delle due fazioni, che si insultavano a vicenda. Nel Tardoantico il black-out ideologico sul fenomeno migratorio era il medesimo, ma spinto a livelli molto più alti, visto che gli invasori erano militari armati. Ciò ingenerò un forte razzismo nell’opinione pubblica, fondato, appunto, sul timore delle armi e della forza bruta.

L’opinione pubblica è in piena confusione: il poeta Claudiano vitupera Rufino perché indossa costumi germanici, ma ai suoi occhi Stilicone [barbaro anch’esso] aveva in affidamento l’eredità di tutte le generazioni romane. D’altro canto è sicuro che i sostenitori del partito filo-germanico siano stati germanofili? Non pensano piuttosto ad utilizzare i barbari e a metterli a servizio sia della difesa dell’impero sia delle loro ambizioni personali?
REMONDON 1964, p.169

Riguardo il sentimento anti-germanico, si rilegga anche il già citato Sinesio di Cirene:

Ai nostri giorni Temide [Ndr. dea della guerra] stessa, che presiede le assemblee, e il dio degli eserciti, si velano il volto, io credo, per non vedere chi è vestito di pelli esercitare il comando su chi porta la clamide, e poi, gettato a terra quel pellame, avvolgersi nella toga e deliberare con i magistrati romani sui problemi del giorno, sedendo al posto d’onore, proprio accanto al console, mentre i dignitari legittimi gli stanno dietro. Ma appena usciti fuori dalla porta del Senato, ecco i barbari di nuovo avvolti nei pellami!

[ὲπεὶ νῦν γε καὶ τὴν βουλαίαν Θέμιν αὐτὴν, καὶ θεὸν οἶμαι τὸν cτράτιον ἐγκαλύπτεθαι, ὅταν ὁ cιcυροφόροc ἄνθρωποc ἐξηγῆται χλαμύδαc ἐχόντων, καὶ ὅταν ἀποδύc τιc ὅτερ ἐνῆπτο κώδιον, περιβάληται τήβεννον, καὶ τοῖc Ῥωμαίων τέλεcι cυμφροντίζῃ περὶ τῶν καθεcτώτων, τροεδρίαν ἔχων παῤ αὐτόν πον τὸν ὕπατον, νομίμων ἀνδρῶν ὀπίcω θακούντων. ἀλλ’ οὗτοί γε μικρὸν τοῦ βουλευτερίου προκύψαντεc, αὖθιc ἐν τοc κωδίοιc εἰcί]
SINESIO, DE REGNO, 20, trad. it. a cura di C. Amande

  • Nazione: l’idea di nazione è certamente quella che fa le spese della presenza di diverse etnie su un territorio e della “visione globale”. L’abbiamo imparato a scuola che per fare una nazione servono un territorio e una popolo che si riconosca come unico, con una storia, un’identità, una lingua, un governo ecc. Non è una caso che il termine “nazione” derivi dal latino natiōne(m), derivato di nāsci, cioè «nascere»: la nazione moderna, per come è stata elaborata dal Romanticismo in avanti, raggruppa tutte quelle genti che si riconoscono come “nate” in un gruppo compatto, con caratteristiche identitarie affini. Tradizionalmente, il discrimine fondamentale di appartenenza a una nazione è la lingua: è appena il caso di citare il progetto pangermanico, vale a dire la riunificazione in un unico Stato di tutte le regioni di lingua tedesca. Per passare dal ‘900 al XXI secolo, è da notare – ad esempio – che una grossa spinta per l’elaborazione di un’identità europea sarebbe la produzione di una storia letteraria europa: obiettivo al momento irraggiungibile, dato che non esiste letteratura senza lingua e non esiste una lingua europea (a meno che reintroduciamo il latino). In questa disunione siamo assolutamente figli delle nazioni e delle invasioni, mentre l’impero aveva le sue due lingue internazionali, quella latina e quella greca. Oggi, nella quotidianità, è molto comune sentire all’interno di uno stato nazione molte lingue: nordafricane, slave ecc. Quindi, in linea di principio, non è sbagliato chiedersi se viviamo in una nazione o se non sia arrivato il momento di ammodernarne il concetto. In questo senso i romani erano più coerenti: da Caracalla in avanti l’essere romano non significava appartenere a una nazione, ma avere avuto un’educazione romana, parlare il latino o il greco ed essersi formati sui valori morali degli autori greci e latini.
  • Potere: anche se – mi si permetta l’espressione – è come scoprire l’acqua calda, è bene ripeterlo ogni volta. Cambia il tempo e il luogo, cambiano i valori, ma le dinamiche di potere dell’homo sapiens si ripropongono simili. Fintanto che la bilancia propendeva per l’Impero, i gangli decisionali erano in mano romana, così come lo erano le strutture sociali, erano i cittadini ad essere intoccabili e gli schiavi a valere molto meno di un cavallo (si veda l’Editto dei prezzi di Diocleziano, di cui si è discusso nella SECONDA PARTE § 4.3). I non-romani – a detta dei latini – non solo erano ignoranti, ma puzzavano delle pelli di animali con cui si vestivano. Il disprezzo non era nemmeno celato. Ma non passò molto tempo che, nel 503 dC, dal testo della Lex Salica dei Franchi apprendiamo che lo stato delle cose si era ribaltato. Ora era un romano a valere la metà di un barbaro. All’articolo XLI, infatti, possiamo leggere che se un Franco libero (ingenuus) veniva ucciso, il colpevole doveva rimborsare duecento solidi (solidos CC culpabilis judicetur). Se a essere ucciso invece era un romano (possidente terriero ma non conviviale del re barbaro), allora il risarcimento era pari a soli C solidi (solidos C culpabilis judicetur).

[41.1. Si quis ingenuo Franco aut barbarum qui legem salega vivit, occiderit, cui fuerit adprobatum, VIIIM dinarios, qui faciunt solidos CC, culpabilis judicetur.
41. 6. Si vero Romano possessore et conviva regis non fuerit, qui eum occiderit IVM dinarios, qui faciunt solidos C, culpabilis judicetur.]
LEX SALICA


Aspettando di Barbari (C. Kavafis)

Che aspettiamo, raccolti nella piazza?

Oggi arrivano i barbari.

Perché mai tanta inerzia no Senato?
E perché i senatori siedono e non fan leggi?

Oggi arrivano i barbari.
Che leggi devon fare i senatori?
Quando verranno le faranno i barbari.

Perché l’imperatore s’è levato
così per tempo e sta, solenne, in trono,
alla porta maggiore, incoronato?

Oggi arrivano i barbari
L’imperatore aspetta di ricevere
il loro capo. E anzi ha già disposto
l’offerta d’una pergamena. E là
gli ha scritto molti titoli ed epiteti.

Perché i nostri due consoli e i pretori
sono usciti stamani in toga rossa?
Perché i bracciali con tante ametiste,
gli anelli con gli splendidi smeraldi luccicanti?
Perché brandire le preziose mazze
coi bei caselli tutti d’oro e argento?

Oggi arrivano i barbari,
e questa roba fa impressione ai barbari.

Perché i valenti oratori non vengono
a snocciolare i loro discorsi, come sempre?

Oggi arrivano i barbari:
sdegnano la retorica e le arringhe.

Perché d’un tratto questo smarrimento
ansioso? (I volti come si son fatti serii)
Perché rapidamente le strade e piazze
si svuotano, e ritornano tutti a casa perplessi?

S’è fatta notte, e i barbari non sono più venuti.
Taluni sono giunti dai confini,
han detto che di barbari non ce ne sono più.

E adesso, senza barbari, cosa sarà di noi?
Era una soluzione, quella gente.

[Τί περιμένουμε στὴν ἀγορά συναθροισμένοι;
Εἶναι οἱ βάρβαροι νὰ φθάσουν σήμερα.

Γιατί μέσα στὴν Σύγκλητο μιὰ τέτοια ἀπραξία;
Τί κάθοντ’ οἱ Συγκλητικοὶ καὶ δὲν νομοθετοῦνε;

Γιατί οἱ βάρβαροι θὰ φθάσουν σήμερα.
Τί νόμους πιὰ θὰ κάμουν οἱ Συγκλητικοί;
Οἱ βάρβαροι σὰν ἔλθουν θὰ νομοθετήσουν.

Γιατί ὁ αὐτοκράτωρ μας τόσο πρωῒ σηκώθη,
καὶ κάθεται στῆς πόλεως τὴν πιὸ μεγάλη πύλη
στὸν θρόνο ἐπάνω, ἐπίσημος, φορῶντας τὴν κορώνα;

Γιατί οἱ βάρβαροι θὰ φθάσουν σήμερα.
Κι ὁ αὐτοκράτωρ περιμένει νὰ δεχθεῖ
τὸν ἀρχηγό τους. Μάλιστα ἐτοίμασε
γιὰ νὰ τὸν δώσει μιὰ περγαμηνή. Ἐκεῖ
τὸν ἔγραψε τίτλους πολλοὺς κι ὀνόματα.

Γιατί οἱ δυό μας ὕπατοι κ’ οἱ πραίτορες ἐβγῆκαν
σήμερα μὲ τὲς κόκκινες, τὲς κεντημένες τόγες·
γιατί βραχιόλια φόρεσαν μὲ τόσους ἀμεθύστους,
καὶ δαχτυλίδια μὲ λαμπρὰ γυαλιστερὰ σμαράγδια·
γιατί νὰ πιάσουν σήμερα πολύτιμα μπαστούνια
μ’ ἀσήμια καὶ μαλάματα ἔκτακτα σκαλισμένα;

Γιατί οἱ βάρβαροι θὰ φθάσουν σήμερα·
καὶ τέτοια πράγματα θαμπόνουν τοὺς βαρβάρους.
Γιατί κ’ οἱ ἄξιοι ρήτορες δὲν ἔρχονται σὰν πάντα
νὰ βγάλουνε τοὺς λόγους τους, νὰ ποῦνε τὰ δικά τους;
Γιατί οἱ βάρβαροι θὰ φθάσουν σήμερα·
κι αὐτοί βαριοῦντ’ εὐφράδειες καὶ δημηγορίες.

Γιατί ν’ ἀρχίσει μονομιᾶς αὐτή ἡ ἀνησυχία
κ’ ἡ σύγχυσις. (Τὰ πρόσωπα τί σοβαρὰ ποὺ ἔγιναν).
Γιατί ἀδειάζουν γρήγορα οἱ δρόμοι κ’ οἱ πλατέες,
κι ὅλοι γυρνοῦν στὰ σπίτια τους πολὺ συλλογισμένοι;

Γιατί ἐνύχτωσε κ’ οἱ βάρβαροι δὲν ἦλθαν.
Καὶ μερικοὶ ἔφθασαν ἀπ’ τὰ σύνορα,
καὶ εἴπανε πὼς βάρβαροι πιὰ δὲν ὑπάρχουν.
Καὶ τώρα τί θὰ γένουμε χωρὶς βαρβάρους,
οἱ ἄνθρωποι αὐτοὶ ἦσαν μιὰ κάποια λύσις.]

Bibliografia

Fonti e relative abbreviazioni

  • AMM = Ammiano Marcellino, Rerum Gestarum Libri qui supersunt, ed. critica a cura di G. Viansino, Milano 2008.
  • CODEX THEODOSIANUS = Theodosiani Libri XVI cum Constitutionibus, ed. T. Mommsen e P. M. Meyer
  • CSEL = Corpus Scriptorum Ecclesiasticorum Latinorum
  • EUGIPPIO = Eugippius, Vita Severini, PL 62, ed. P. Knoll.
  • HAP = Paolo Orosio, Historiarum adversum Paganos, ed. a cura di C. Zangemeister in CSEL V, Vienna 1882
  • HIERONIMUS = Hieronymus, Epistolae, PL 30. Ed. critica a cura di I. Hilberg, CSEL, Vienna-Lipsia, 1910-1918
  • IORDANES = Giordane, Getica, testo a cura di T. Mommsen in Monumenta Germaniae Historica. Auctores antiquissimi. V
  • LEX SALICA = Lex Salica, in MGH IV
  • OLIMPIODORO = Fragmenta, in HISTORICI GRAECI MINORES, ed. a cura di L. Dindorf, Lipsia 1870
  • PANEGYRICI = Panegirici Latini, a D. Lassandro e G. Micunco, Torino 2000
  • PG = Patrologiae cursus completus. Series Graeca, ed. J. P. Migne, Paris 1857-1866
  • PL = Patrologiae cursus completus. Series Latina, ed. J. P. Migne, Paris 1844-1864
  • PROCOPIO = Procopii Opera Omnia, ed. a cura di J. Haury, Lipsia 1905-1913
  • RUTILIO = Rutilius Namatianus, De Reditu Suo, ed. critica a cura di P. van de Woestijne, Anversa 1936
  • SC = Sources Chrétiennes, Les éditions du Cerf, Paris
  • SINESIO = De Regno, qui citato da Sinesio di Cirene, Opera Omnia, a cura di A. Garzya, Torino 1989
  • TEMISTIO =Temistio, I discorsi, a cura di R. Maisano, Torino, UTET, 1995
  • VG = Vita greca di Santa Melania, ed. D. Gorce, SC 90, Paris 1962
  • VL = Vita latina di Santa Melania, ed. P. Laurence, Franciscan Printing Press, Jerusalem 2002 –
  • ZOSIMO = Storia nuova, ed. critica a cura di F. Paschoud, Paris 1971-1989

Studi

  • AMANDE-GRAFFIGNA 1999 = Introduzione a, Sinesio di Cirene, Sulla regalità, Sellerio, Palermo 1999
  • BARBERO 2005 = A. Barbero, 9 agosto 378, Laterza, Bari 2005
  • BARBERO 2006 = Barbero, I barbari, Laterza, Bari 2006
  • BLOCH 1998 = Marc Bloch, Apologia della Storia, Einaudi, Torino 1998 (I ed. 1949)
  • BRANDT 2005 = H. Brandt, L’epoca Tardoantica, Il Mulino, Bologna 2005
  • COCO 2013 = Introduzione a, Geronzio, Vita latina di Santa Melania, Città Nuova, Roma 2013
  • CONCA 1977 = Introduzione a, Zosimo, Storia Nuova, Rusconi, Milano 1977
  • DEMANDT 1984 = A. Demandt, Der Fall Roms, München, Verlag C. H. Beck 1984
  • FO 1992 = Rutilio Namaziano, Il ritorno, a cura di A. Fo, Einaudi, Torino 1992
  • GALASSO 2016 = G. Galasso, Storiografia e storici europei del Novecento, Salerno 2016
  • GENOVESE 2007 = Introduzione a, Euguppio, Vita di Severino, Città Nuova, Roma 2007
  • HEATHER 1996 = Heather, I Goti, ECIG, Genova 2005 (I ed. Oxford 1996)
  • HEATHER 2010 = Heather, L’Impero e i barbari, Garzanti, Milano 2010
  • JUSSEN 2014 = Jussen, I Franchi, Il Mulino, Bologna 2015 (I ed. Monaco 2014)
  • MAZZARINO 1959 = Mazzarino, La fine del Mondo Antico, Bollati Boringhieri, Torino 2008 (I ed. 1959)
  • MORESCHINI 1989 = Introduzione a, San Gerolamo, Lettere, BUR, Milano 1989
  • WARD-PERKINS 2005 = Ward-Perkins, La caduta di Roma e la fine della civiltà, Laterza, Bari 2010 (I ed. Oxford, 2005)
  • PFEILSCHIFTER 2014 = Pfeilschifter, Il Tardoantico, Einaudi, Torino 2015 (I ed. Monaco 2014)
  • REMONDON 1964 = Rémondon, La crisi dell’Impero Romano, Mursia, Milano 1975 (I ed. Presses Universitaires de France, 1964)
  • THOMPSON 1948 = A. Thompson, Storia di Attila e degli Unni, Res Gestae, 2016 (I ed. Oxford 1948)
  • TRAINA 2007 = G. Traina, 428 dopo Cristo, Laterza, Bari 2007
  • WEBER 1909 = M. Weber, Storia economica e sociale dell’antichità, i rapporti agrari nell’antichità, Editori riuniti, Roma 2017 (I ed. 1909)

FINE DELL’ARTICOLO

Autore: Alessandro Ardigò
Revisione e cura: Mario Taccone, Arianna Sardella

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