Alice in Versilia: Montale, Lewis Carroll e il “mondo in comune”

Tullio Pericoli, Eugenio Montale, acquerello e inchiostro su carta, 1986. Immagine reperibile a questa URL 
Tullio Pericoli, Eugenio Montale, acquerello e inchiostro su carta, 1986. Immagine reperibile a questa URL 

Anni di scogli e di orizzonti stretti
a custodire vite ancora umane
e gesti conoscibili, respiro
o anelito finale di sommersi
simili all’uomo o a lui vicini pure
nel nome: il pesce prete, il pesce rondine,
l’àstice – il lupo della nassa – che
dimentica le pinze quando Alice
gli si avvicina… e il volo da trapezio
dei topi familiari da una palma
all’altra; tempo che fu misurabile
fino a che non s’aperse questo mare
infinito, di creta e di modiglia.

(E. Montale, Proda di Versilia, vv. 40-52)

1. Montale, gli inglesi, Proda di Versilia
1.1. Montale e gli “inglesi”
Il legame tra Montale e gli autori di lingua inglese fu certamente profondo e significativo. Tra i critici che, con risultati di assoluta rilevanza, si sono occupati di questo tema è d’obbligo citare Laura Caretti, Gilberto Lonardi e Laura Barile, per le cui pubblicazioni rimando alla bibliografia. Gli autori di lingua inglese che hanno lasciato un segno nell’opera di Montale, in versi e in prosa, sono i più disparati: dai monologhi “metafisici” di Robert Browning alle poesie di Emily Dickinson e J.M. Hopkins; dal romanticismo di Wordworth, Coleridge, Shelley e Keats alle sperimentazioni moderniste di Joyce e Virginia Woolf; passando per l’irlandese W.B. Yeats, gli americani Eliot, Melville e Hawthorne; il romanziere e poeta Thomas Hardy e l’immancabile Shakespeare.

Riproduzione di un'acquaforte d Fausto Melotti dal volume W.B. Yeats-Montale del 1986.
Riproduzione di un’acquaforte d Fausto Melotti dal volume W.B. Yeats-Montale del 1986. Immagine reperibile a questa URL

La produzione critica su Montale, e sulle interconnessioni tra Montale e gli autori di lingua inglese, è ricchissima e in continua espansione. Per orientare il lettore, mi limito qui a ricordare che per tutti gli autori sopra citati, come per altri che ebbero su Montale un impatto minore, è bene tener sempre presente quella che Lonardi definisce «attitudine all’attraversamento» (LONARDI 2011 p. 51), ovvero la tendenza di Montale ad appropriarsi di alcuni temi, aspetti, termini o caratteri di un autore per poi fonderli con altri di diversa tipologia ed utilizzarli nella propria produzione scritta in versi e in prosa, spesso anche a distanza di tempo fra loro e rispetto a quando le letture “agirono” sul poeta, venendo così a costruire testi complessi e stratificati, con molteplici legami intertestuali interni ed esterni, nonché, spesso, singolari interconnessioni con le vicende private della sua biografia.
In questo procedimento di “attraversamento”, fatto di appropriazione, riutilizzo e superamento, consiste uno degli aspetti fondamentali alla base della straordinaria opera di riattualizzazione della tradizione italiana compiuta da Montale, il quale sempre ebbe, è bene ricordarlo, due riferimenti letterari assoluti: Dante e Leopardi (oltre che, in misura minore, Pascoli).
La lettura di autori di lingua inglese scandì, infatti, le tappe biografiche del poeta ligure: dall’infanzia trascorsa in terra ligure, con la suggestione inevitabile data dalla lettura di Byron e Shelley, passando per la conoscenza precoce già nella prima metà degli anni Venti di James Joyce, tramite Italo Svevo e l’amico Bobi Bazlen, fino all’incontro tra la seconda metà degli anni Venti e gli anni Trenta con figure chiave per la diffusione della letteratura di lingua inglese in Italia come Elio Vittorini e Mario Praz e le numerose letture di quegli anni a Firenze presso il Gabinetto Vieusseux, dove Montale trovò lavoro nel 1929.
Massima testimonianza dell’interesse di Montale per la letteratura di lingua inglese è notoriamente il Quaderno di traduzioni, pubblicato nel 1948, poi riedito, con l’aggiunta di poche ma significative versioni, nel 1975 e successivamente, nel 1981, inserito nella raccolta L’opera in versi (MONTALE 1981).

Montale, Quaderno di traduzioni, edizione a cura di Enrico Testa
Montale, Quaderno di traduzioni, nella recente edizione a cura di Enrico Testa (MONTALE 2018). Immagine reperibile a questa URL

Nel Quaderno di traduzioni la presenza di versioni da testi inglesi è nettamente dominante (seguita dalle importanti traduzioni dallo spagnolo da Joan Maragall e Jorge Guillén), rappresentando certamente un fatto nuovo e indicativo di una svolta culturale nel panorama letterario del Novecento, allorché iniziarono a dedicarsi alle versioni poetiche da autori inglesi anche altri importanti poeti e intellettuali quali Mario Luzi, Salvatore Quasimodo e Sergio Solmi, mentre le versioni dall’inglese dell’eterno rivale di Montale, Giuseppe Ungaretti (in particolare, dai Sonetti di William Shakespeare e da William Blake) non furono certo condotte agevolmente né si distinsero in fatto di resa poetica e tecnica stilistica, anche secondo i suoi estimatori.

1.2. Montale e Lewis Carroll
La presenza di influenze dell’opera di Lewis Carroll in Montale agli occhi dei critici è certamente tra le meno rilevanti, tanto che, anche nelle recenti pubblicazioni specialistiche su Montale e gli “inglesi”, l’autore di Alice’s Adventures in Wonderland viene, se va bene, semplicemente nominato quale fonte di occasionali riferimenti all’interno di alcune poesie o prose montaliane.
Senza voler dare, dunque, a Carroll un ruolo di rilievo che di fatto non ha, è però interessante a mio parere soffermarsi ad indagare il particolare spazio che ebbe questo autore nell’opera e nella vita privata di Montale, riscontrabile dai ricorrenti rimandi al celebre viaggio di Alice nel carteggio con Irma Brandeis (MONTALE 2006), la musa montaliana per eccellenza (col nome di Clizia).

1.3. Proda di Versilia
Proda di Versilia (MONTALE 1981, pp. 245-246, note a p. 964), pubblicata per la prima volta nel 1946, con l’indicazione topografica «Viareggio, 1946», componeva il gruppo Due motivi insieme a Ezekiel saw the Wheel, allora con titolo Ghermito m’hai dall’intrico. Le due liriche entrarono poi nella sezione Silvae de La bufera e altro, la terza raccolta poetica montaliana, pubblicata da Neri Pozza nel 1956.
Se l’apocalittica Ezekiel saw the Wheel è la poesia della memoria e della “sovrapposizione” (delle muse montaliane, dei tempi, dei luoghi, forse anche delle dimensioni dell’umano e del divino), Proda di Versilia si potrebbe definire la poesia del “confine”: un confine fisico, geografico, temporale (nel senso sia storico sia biografico) ed esistenziale.
I due testi sono accomunati dal tema della morte, nella cui trattazione in chiave metafisica Montale giunge in questi componimenti ai vertici della propria produzione lirica.
Per un’esaustiva lettura critica di Proda di Versilia si rimanda alla recente e preziosa analisi ad opera del professore universitario, critico e poeta genovese Enrico Testa, recentemente pubblicata su Ebook per Einaudi (MONTALE 2013).

Eugenio Montale, Pastelli & disegni (MONTALE 1966) immagine reperibile a
Eugenio Montale, Pastelli & disegni (MONTALE 1966) immagine reperibile a questa URL

In Proda di Versilia, Montale, in coincidenza con la fine della Seconda guerra mondiale, dalle rive della Versilia (con il suo «mare | infinito, di creta e di mondiglia» vv. 51, 52), dove, come è noto, trascorreva le vacanze estive, guarda al proprio presente di desolazione, straniamento e morte (di cari, come la sorella Marianna, morta nel ’38 a soli quarantaquattro anni, e la madre, morta nel 1942; amici vicini e lontani, vittime della guerra e del tempo) e ripensa al paesaggio ligure («anni di scogli e di orizzonti stretti», v. 40), ma anche alle figure e al tempo della propria infanzia, rievocando, con stile tra lo scherzoso e il malinconico, un bestiario simile a quello di alcune prose d’ambientazione ligure della Prima parte di Farfalla di Dinard (MONTALE 1956).
Semplificando molto, in Proda di Versilia Montale contrappone un presente orizzontale, piatto, aperto e indistinto, fatto di consapevolezza, ma anche disumanizzazione e straniamento, a un passato verticale, chiuso, di fantasie infantili e certezze, con limiti, certo, ma anche illusioni e possibilità di fuga («travedevo oltre il muro», v. 32).
I temi della lirica, quindi, in estrema sintesi, sono:
– il paesaggio, come testimone e coprotagonista della crescita individuale, o meglio evoluzione, del poeta; dunque, limite e specchio dell’io, contenitore da cui fuggire o in cui attendere un segnale dal “fuori”;
– l’infanzia, leopardianamente (diversi sono i richiami interni alle Ricordanze di Leopardi) luogo di illusione, che per Montale è fatta di solitudine, paesaggio ligure e frequenti zoomorfizzazioni;
– la morte, in senso sia sincronico (gli amici lontani; l’amata Irma, che si trovava in America; i morti a causa della guerra), sia diacronico (con le “care ombre” infantili, di cui la figura di Arletta-Annetta è massima espressione nella poesia montaliana). Ma anche morte come perdita di umanità e civiltà (segnata dall’avvento del nazi-fascismo, oggetto di altre liriche de La bufera e altro, si veda La primavera hitleriana su tutte) e, dunque, possibilità di poesia, ad anticipare il “secondo Montale”, quello da Satura in poi (ma del cui stile in tono minore e ironico, come è noto, si trova traccia già in molti componimenti delle ultime sezioni della Bufera).

1.4. Alice in Versilia
Nell’intera strofa conclusiva di Proda di Versilia, citata in apertura di questo articolo – strofa che, efficacemente, Testa definisce “ittica” (MONTALE 2013) –, si riconoscono chiaramente gli echi dell’opera di Lewis Carroll e, su tutti, spicca appunto il nome-spia «Alice» (v. 47), scritto con l’iniziale maiuscola, per disambiguare rispetto alla possibile accezione zoologica e distinguerlo dagli altri nomi di «sommersi» (v. 43), ovvero pesci, in questo caso, «simili all’uomo o a lui vicini pure | nel nome» (vv. 44-45).
In questa strofa si trovano tutti i tre temi cardine della lirica (paesaggio, infanzia, morte) esposti in precedenza, ma figurano “abbassati” di livello rispetto ai versi precedenti, portati cioè a un livello di apparente svago e disimpegno, con il gusto tipicamente montaliano per gli elenchi e i nomi di animali cari alla sua infanzia.

Montale con una tartaruga marina nel giardino della villa di Monterosso (1920), in CONTORBIA 1985, p. 68

Tra il verso d’apertura della strofa («Anni di scogli e di orizzonti stretti» del v. 40) e il verso di chiusura della strofa e della poesia («questo mare | infinito, di creta e di modiglia», vv. 51-52) è compresa tanta parte della vita del poeta. Innanzitutto l’infanzia, evocata attraverso il paesaggio roccioso e verticale, i pescatori di Monterosso, il “fantasma” di Arletta – la musa nascosta degli Ossi di seppia – e la villa delle due palme («il volo da trapezio | dei topi familiari da una palma | all’altra», vv. 48-50). Quella stessa casa citata, curiosamente, nel racconto breve La casa delle due palme, pubblicato nel 1940 (poco prima di Proda di Versilia), dove il suo alter-ego Federigo aveva letto la prima scritta in inglese della sua vita, con l’effetto di un «un tuffo al cuore»:

Federigo visitò in fretta l’appartamento e provò un tuffo al cuore, come se avesse incontrato un fantasma di famiglia, quando in fondo a certo sedile di porcellana rilesse la marca di fabbrica “The Preferable, Sanitary Closet”, la prima frase inglese di cui avesse memoria. (MONTALE 1956, p. 54)

Oltre all’infanzia e al tempo della gioventù trascorsa in Liguria, con le sue «vite ancora umane» (v. 41) e i suoi «gesti conoscibili» (v. 42), vi è il polo opposto ed estremo del presente, in Toscana, nell’età adulta e disillusa, sia sul piano personale che storico, allegoricamente reso dal «mare infinito | di creta e di modiglia» (vv. 51-52).
Nel mezzo, però, tra l’umano e il non umano, tra i vivi e i morti, tra il passato e il presente, è «Alice» (v 47), che certamente rientra per caratteristiche poetiche nella figura di Arletta, ovvero la fanciulla fantasma, sommersa, colei che in Montale torna spesso, riemergendo all’improvviso, generalmente insieme al passato ligure, dagli inferi dell’indistinto e del perduto (come l’infanzia, con frequenti rimandi alla Silvia leopardiana).
Si ricordano qui, riguardo alla figura di Annetta-Arletta-Aretusa come fantasma, tre poesie significative: Incontro («A lei tendo la mano, e farsi mia | un’altra vita sento, ingombro d’una | forma che mi fu tolta; e quasi anelli | alle dita non foglie mi si attorcono | ma capelli. || Poi più nulla. Oh sommersa!: tu dispari», vv. 41-46, in Meriggi e ombre, Ossi di seppia, MONTALE 1981, pp. 96-97); La casa dei doganieri («Tu non ricordi la casa dei doganieri | sul rialzo a strapiombo sulla scogliera: | desolata t’attende dalla sera | in cui v’entrò lo sciame dei tuoi pensieri | e vi sostò irrequieto» (vv. 1-5, in Le occasioni, MONTALE 1981, p. 169); L’estate («Forse nel guizzo argenteo della trota | controcorrente | torni anche tu al mio piede | fanciulla morta | Aretusa!», vv. 5-8, in Le occasioni, MONTALE 1981, p. 196), lirica del 1935 in cui si sovrappongono suggestioni da vari poeti inglesi (Browning, Hopkins e Shelley in particolare), con riferimento esplicito al mito ovidiano (Metamorfosi, V) della ninfa Arethusa – ripreso nell’omonimo poemetto di Shelley, Arethusa – la quale, perseguitata dal dio-fiume Alfeo, fu prima tramutata in fonte da Diana e poi costretta ad inabissarsi in una voragine con l’aiuto della stessa dea, attraversò la terra e le profondità del mare e giunse all’isola di Ortygia, presso Siracusa, dove fu tramutata in fonte di purissima acqua sorgiva.
Alice, però, non può essere solo un’altra forma assunta dalla figura di Annetta: è, infatti, un nome anche di figura letteraria e, soprattutto, nome-spia della presenza nascosta, in Proda di Versilia, della musa montaliana per eccellenza, qui non nella veste salvifica di Clizia ma nella sua accezione più privata, intima, di Irma Brandeis. Figura che, come altrove accade in Montale, soprattutto nella seconda parte delle Occasioni, si sovrappone ad Annetta quale “fantasma” del ricordo e dell’assenza (penso, ad esempio, alla lirica Eastbourne, che ho già trattato in un precedente saggio).

Irma Brandeis, in una fotografia da lei stessa inviata a Gianfranco Contini nel 1985 (si rimanda, a riguardo, a BRANDEIS-CONTINI 2015 e CONTORBIA) e al link seguente http://www.nuoviargomenti.net/poesie/irma-brandeis-gianfranco-contini-questa-stupida-faccia-un-carteggio-nel-segno-di-eugenio-montale/
Irma Brandeis, in una fotografia da lei stessa inviata a Gianfranco Contini nel 1985 (si rimanda, a riguardo, a BRANDEIS-CONTINI 2015 e CONTORBIA) e al link seguente 

2. Montale, Irma Brandeis e Alice nel Paese delle Meraviglie
2.1. Il carteggio Montale-Brandeis: Montale in Wonderland
All’interno del carteggio, pubblicato nel 2006, tra il poeta ligure (ma anche fiorentino, milanese, inglese, svizzero, europeo, americano mancato…) e la sua musa d’oltreoceano, conosciuta e frequentata a Firenze per alcune estati dei primi Anni Trenta, Irma Brandeis, Montale attua un procedimento surreale di allusioni, zoomorfizzazioni, giochi di parole e catene allitterative, in cui un ruolo affatto singolare occupano i riferimenti diretti al romanzo di Lewis Carroll, Alice nel Paese delle Meraviglie, la cui lettura fu caldeggiata a Montale dalla stessa Irma Brandeis, la quale gli inviò il libro in lingua originale.

Irma Brandeis a Firenze (si veda anche l’articolo al seguente link). Immagine reperibile a questa URL

Il 27 dicembre 1933, infatti, Montale scrive: «Ho avuto oggi Alice in Wonderland» (MONTALE 2006, p. 42). È suggestivo notare che Irma Brandeis abbia atteso le feste natalizie per inviare il libro a Montale, in un singolare corrispettivo – certamente non casuale – con le vicende del romanzo, ed in particolare penso alla dedica-augurio di Lewis Carroll, (Christams-Greetings [from a Fairy to a Child]), in cui l’autore-mago (Fairy), lontano, come era Irma per Montale, afferma di aver ricevuto un messaggio “dal basso” («Came a massage from above») e augura, insieme al buon Natale, pace a tutti gli uomini («“Peace on earth, good-will to men!”»).
Il poeta ricevette il volume alla fine del dicembre 1933 e subito trasse dallo stile fantasioso e surreale dello scrittore inglese lo spunto per costruire un proprio codice di allusioni letterarie e private, con un campionario di paradossali zoomorfizzazioni dietro a cui celare personaggi ed eventi da condividere con la propria musa lontana.
Irma, proveniente dall’America e catapultata nell’oscuro mondo poetico montaliano, nel carteggio viene così suggestivamente identificata con Alice, bimba vivace e curiosa che nel romanzo di Carroll si imbuca nella tana del Coniglio Bianco (The White Rabbit, cap 1) ed entra in un “paese delle meraviglie” che, paradossalmente e drammaticamente, per Irma fu l’Europa degli anni Trenta, nonché lo stesso desolato mondo, anche privato, di Arsenio-Montale.
Scriveva Montale a Irma il 5 giugno 1934, trattenendo dolorosamente il segreto della presenza nella propria vita della compagna Drusilla Tanzi (la Mosca), di cui comunque Irma già presagiva l’ombra:

Dearest Irma, Rabbit Huntress, | […] è verissimo che accanto ai mille e uno motivi che mi fanno pazzamente desiderare di riaverti qui, ce n’è uno, o mezzo, che mi preoccupa e mi fa temere. Ma quest’uno, o questo mezzo, si riferisce a cosa che non può assolutamente dirsi per lettera e che non tocca per nulla i miei sentimenti per te, che sono, se mai, ingigantiti. […] E ora se ti metti in viaggio t’attendo a braccia aperte −; se credi ancora a un rabbit hole-joke non imbarcarti, io non ti condannerò, perché non si può obbligare nessuno all’eroismo e io capisco che bisogna essere eroi per amare me in queste condizioni. (MONTALE 2006, p. 87).

È evidente, quindi, come lo stile epistolare di Montale fondesse letteratura, vicende personali, amore, tragicità e ironia con una singolare dolcezza espressiva.
Irma-Alice suscita nel poeta, da un lato, tenerezza per il suo incerto destino (Irma Brandeis, com’è noto, era d’origine ebraica) e la sua stessa natura, sottoposta a improvvise metamorfosi (cambiamenti d’umore) e improbabili incontri, in quanto ragazza giovane, sensibile e curiosa; ma anche, dall’altro, il gioco intertestuale fornisce al nostro il pretesto per attuare una critica amara e divertita verso i costumi moderni e le abitudini assai diffuse nel suo mondo (quello americano) fatti propri dalla donna e riprodotti nei suoi soggiorni fiorentini, tra gli invisi (al poeta) «cocktails» e i parties a cui la giovane studiosa prendeva parte, divenendo oggetto, quindi, di alcuni sarcastici paradossi linguistici.
Si veda, ad esempio, quanto Montale scriveva a Irma nella lettera del 19 febbraio 1934:

My dear caterpillar, mandami un’altra quarantina di snapshots, perché stasera ho l’impressione che sii te la rabbit hole girl e che la posta non mi porterà mai più tue notizie […].
Then the rabbit babbit irma send a word to arsenio, don’t forget your dormouse, your Bill (the lizard) (come vedi la lettura di Alice in wonderland l’ho fatta sul serio), e vedi di non bere troppi litri di pessimo brandy. (Horror! Brandy Brandeis!)
I am very silly but I love you; […] I love you and I am drunk of unhappiness. I kiss your hands, darling, and I write bad letters in my worst English.
Saluti a Giovanna
Tuo
Bill
(MONTALE 2006 pp. 56-57)

Bill, la lucertola di Alice nel mondo delle meraviglie, dall’edizione originale
Bill, la lucertola di Alice nel mondo delle meraviglie, dall’edizione originale. Immagine reperibile a questa URL

Nell’epistolario tra i due amanti i riferimenti di Montale alla lettura del Carroll sono dunque molteplici nel corso di questi mesi. Dall’estratto citato traspaiono evidenti riferimenti al cap. I di Alice in Wonderland (Down the Rabbit-Hole) e al cap. V, ma soprattutto al cap. IV (The Rabbit Sends in a Little Bill), in cui ritroviamo la bottiglia con su scritto «DRINK ME» (già nel cap. I), causa proprio della spiacevole metamorfosi di Alice, cresciuta a dismisura e rimasta intrappolata nella casa del coniglio, da cui, calandosi dal camino, la aiuterà ad uscire il piccolo ma eroico Bill, “misera lucertolina” («the poor little Lizard», nel Carroll) con cui si identifica, nell’epistolario, Montale.

Alice e la bottiglia con la scritta “Drink me”, dall’edizione originale
Alice e la bottiglia con la scritta “Drink me”, dall’edizione originale. Immagine reperibile a questa URL

Montale-Bill è dunque una povera lucertola, un antieroe, che riesce a liberare la sua Irma-Alice grazie alla propria capacità di calarsi in un camino. Da notare, a riguardo, il tema del basso, della profondità, del sommerso, a richiamare il rapporto vita-morte, realtà-poesia, superficie-verità.
Il «caterpillar» citato nell’epistolario montaliano, invece, in Advice from a Caterpillar, capitolo V di Alice’s Adventures in Wonderland, è il “bruco azzurro” che fuma l’«hookah» (narghilé), personaggio che Alice incontra alla fine del capitolo IV e al quale è poi interamente dedicato il capitolo successivo. Il bruco è un personaggio particolarmente pedante e provocatorio, investiga sulla reale identità di Alice, o, quantomeno, tenta di provocare in lei una crisi d’identità che ne scuota le certezze fino ad allora indiscusse. L’allusione ironica di Montale è, quindi, alla situazione di ambiguità e circospezione, quasi incomunicabilità, che talvolta si veniva a creare con Irma, in un ruolo capovolto per cui ora la donna è il “caterpillar”, ovvero l’indagatrice, e lui il prigioniero ingabbiato in un mondo paradossale e ‘capovolto’.

Il Bruco azzurro, dall’edizione originale
Il Bruco azzurro, dall’edizione originale. Immagine reperibile a questa URL

Nel V capitolo di Alice’s Adventures in Wonderland troviamo il riferimento al gioco di parole del Carroll presente nella lettera citata, che però Montale arricchisce di un ulteriore rimando personale: «Horror! Brandy Brandeis!» (MONTALE 2006, p. 56), per l’originale «“Hold up his head – Brandy now –» (CARROLL, p. 43).
Ricordiamo, inoltre, il celebre capitolo VII di Alice’s Adventures in Wonderland, A Mad Tea-Party, da cui spesso Montale trae nell’epistolario riferimenti sarcastici, richiamando in particolare la figura del pigro e taciturno Dormouse, il Ghiro, vittima delle angherie della Lepre e del Cappellaio.

The Dormouse, il Ghiro, nell'illustrazione originale
The Dormouse, il Ghiro, nell’illustrazione originale. Immagine reperibile a questa URL

Una lettura, dunque, apparentemente leggera, quella del romanzo più celebre di Carroll da parte di Montale, con motivazioni strettamente private più che letterarie, pretesto per giochi di parole e allusioni alla propria vicenda biografica, quasi strumento di comunicazione, così come la lingua inglese, con l’americana Irma. Dietro questo apparente disimpegno è nascosta, però, una ben più drammatica storia di lontananza e separazione tra due mondi che pure, per alcuni istanti, nella realtà, per corrispondenza o in quel possibile mondo comune che è la letteratura, si incontrarono (si veda, alla fine di questo articolo, il tema della ricerca del “mondo in comune”: cos’altro, se non lingua, amore e letteratura?).
Alice-Irma è dunque la ragazza ingenua, alla ricerca di sé, che in un viaggio certamente di tipo culturale e formativo, partita da un capo del mondo (gli Stati Uniti d’America) giunge dall’altra parte del globo (in Italia) e, in una Firenze su cui già si agitano le ombre inquietanti a tinte fosche del fascismo, incontra strani personaggi (gli intellettuali fiorentini, che ella frequentò e conobbe), partecipa a parties, sorride e cambia forma (da cui, poi, le metamorfosi di Irma-Clizia), ovvero umore ed espressioni. E lungo il suo percorso, come fosse davvero in un mondo capovolto e surreale, nella meravigliosa Firenze, s’imbatte in uno strano personaggio, certo goffo, antieroico, con il solo dono di una parola peraltro stramba anch’essa e difficile da decifrare, che le cela la propria vera identità e, soprattutto, con lei tenta una difficile, forse impossibile, comunicazione: la comunicazione dell’amore, per cui Montale tenta il mezzo della lingua inglese, ma che, di fatto, fallisce.

2.2 Presenze di Carroll in Proda di Versilia e in altre opere di Montale
Tutto, si sa, può fare poesia in Montale, in senso alto e assoluto. Quasi incredibilmente, infatti, della lettura di Carroll, di Irma-Alice e di quel bestiario surreale troveremo eco quattordici anni dopo, nel 1947, in Proda di Versilia, come già si è anticipato.
Nella parte finale della lirica, si distingue dalla fauna ittica dei fondali liguri rimemorata da Montale, «Alice». Evidentemente vista come umano in tutto e non solo per affinità di nome, come fa intendere l’indicazione del nome in maiuscolo, immediatamente riferibile, per il contesto di rievocazione dei luoghi liguri, ad Annetta-Arletta, ma che possiede caratteri propri anche della più alta poesia ispirata ad Irma Brandeis, i Mottetti (si veda, a riguardo, MOTTETTI 1982), sezione di apertura della raccolta Le occasioni, del 1939.

Eugenio Montale, Pastelli & disegni (MONTALE 1966). Immagine reperibile a questa URL

In Proda di Versilia, in particolare, si colgono espliciti riferimenti al “mottetto” Non recidere, forbice, quel volto, poesia sulla memoria ormai presente pressoché in ogni antologia scolastica: in Proda di Versilia ritroviamo, infatti, il verbo «recidere», al v. 34, e le «pinze», al v. 47 (MONTALE 1981, P. 245), che, analogamente alla «forbici» del mottetto, non “recidono” il ricordo appena e tanto intimamente evocato, ma ne minacciano la sopravvivenza nella memoria del poeta.
Rileggendo, quindi, i versi 47-52 di Proda di Versilia («respiro o anelito finale di sommersi | simili all’uomo o a lui vicini pure | nel nome: il pesce prete, il pesce rondine, | l’àstice − il lupo della nassa − che | dimentica le pinze quando Alice | gli si avvicina»), se Alice fosse Irma, colui che dimentica le pinze, ovvero il «lupo della nassa», potrebbe essere il ligure Montale, un sommerso, pesce o quasi umano, che, analogamente a quanto accade nel sopra citato mottetto, per sua volontà (là) o per sua debolezza (in questi versi) non riesce a dimenticare Alice, a tagliare la rete che a lei ancora lo tiene.
Qui, ancora più sorprendentemente (si ricordi, sempre, il principio dell’“attraversamento”), è difficile non pensare alla possibile suggestione letteraria di un altro inglese ben noto a Montale: Alice fell; or, poverty è infatti una lirica del 1801 di William Wordsworth in cui, analogamente a Lucy Gray (poesia certamente conosciuta a Montale, che con l’appellativo Lucy Gray scriveva all’amica Lucia Rodocanachi, per cui rimando a MERLANTI 2003 e MERLANTI 2006), sulla protagonista grava, nel finale, il sospetto della morte-caduta («Proud creature was she the net day, | The little orphan, Alice Fell!» (WORDSWORTH, p. 57).
La «nassa» (rete per catturare i crostacei) come «net», Alice come orfana destinata a cadere…

Se quella legata a Wordsworth potrebbe essere solo una suggestione, comunque, il legame tra la propria produzione in versi e l’opera di Lewis Carroll viene confermato da una lirica tarda di Montale, in Altri versi, generalmente collegata al ciclo arlettiano: Quando la capinera, in cui i riferimenti ad Alice e al suo “mondo delle meraviglie”, nonché al “fungo” e al tema del cibo, così come a quello della morte, sono espliciti e strettamente collegati:

Quando la capinera fu assunta in cielo
(qualcuno sostiene che il fatto
era scritto nel giorno della sua nascita)
certo non si scordò di provvedersi
di qualche amico del suo repertorio scelto tra i più fidati, Albert Savarus
e la piccola Alice strappata dal suo Wonderland.
Per il primo non sono problemi
ma per l’altra
distolta dal l’ombrello del suo fungo
non mancherà qualche dissidio: ch’io
sappia tra i micologi del cielo
è buio pesto.
(MONTALE 1981, p. 604)

A mio parere, è possibile spingersi a vedere negli ultimi versi di questa poesia una beffarda provocazione di Montale nei confronti dei critici letterari (i «micologi del cielo»), che egli prefigurava avrebbero faticato a trovare accordo sull’«altra», ovvero sull’interpretazione da dare alla figura di «Alice» nella sua poesia.
Tornando a Proda di Versilia, però, la citazione del nome «Alice» è facile riconoscere si inserisca anche in una trama di riferimenti intertestuali chiaramente evocativi del capitolo X delle Avventure di Alice, ovvero La quadriglia delle aragoste; riferimenti che, come spesso accade in Montale, saranno disvelati in modo più chiaro e meno poetico nella sua produzione tarda, in questo caso non in versi ma in prosa: l’«astice», che in Proda di Versilia è colto nel suo mondo sottomarino e ‘sommerso’ (quindi quello animale e dei morti, dove la vita è, paradossalmente, più autentica) nel pieno della sua forza, quasi ‘virilmente’ dedito all’amore, nella prosa Il condannato tornerà, significativamente estratto da quel mondo e costretto alla prigionia e al sacrificio, su un banco di pescheria, impossibilitato proprio ad usare le sue chele.

The Lobster, l’Aragosta. Immagine reperibile a questa URL

Evidente sarà in quel contesto, per gli sviluppi della poetica montaliana successiva a Il gallo cedrone, il tema dell’identificazione di Montale con l’animale, ed esplicito il riferimento all’opera del Carroll e alla propria lirica Proda di Versilia. Oltre all’«astice» (v. 46), infatti, è ripreso anche il termine ad esso equivalente, per Montale, di «lupo», il «lupo della nassa» (v. 46) di Proda di Versilia:

In una di quelle bagnarole di zinco che servono per tenere in molle il baccalà, sporgeva da due dita d’acqua il lobster, vulgo astice o lupicante o lupo, già cantato da Lewis Carroll nell’immortale storia di Alice. La sua corazza era di un colore tra il blu pescecane e il verde marcio; gli occhi due palline nere che brillavano in cima a due stecchi; e le pinze, molto grosse, erano legate strettamente da uno spago. Se qualcuno levava il dito per toccarlo il lobster seguiva con attenzione la traiettoria del dito e poi pronto alzava una pinza, forse per troncargli la falange con un buon colpo di tenaglie. Ma lo spago gli vietava di pinzare, e così l’affilatissima cesoia ricadeva nell’acqua. Eravamo a Trieste, nella pescheria della passeggiata a mare. (MONTALE 1956, p. 221)

Molteplici, nelle lettere a Irma, sono i casi analoghi, in cui compaiono temi, animali e situazioni riferiti da Montale utilizzando termini generalmente inglesi o inglesizzati e che ritroveremo poi nelle sue liriche più alte, perlopiù collegati alla stessa Clizia-Irma Brandeis; alcuni, a distanza di anni, ripresi anche negli scritti in prosa. Per i principali collegamenti tra le lettere a Irma Brandies e la produzione poetica di Montale, si vedano l’Introduzione di Rosanna Bettarini a Lettere a Clizia (p. XX e seguenti) e le Note relative alle singole lettere (MONTALE 2006, a partire da p. 281).

3. Il viaggio di Alice e il mondo in comune
Avviandoci al termine di questo articolo, si può tentare un passaggio ulteriore, ovvero una rilettura, diciamo così, in chiave educativa, più che interpretativa, di Proda di Versilia e del legame Montale-Carroll.
A ben vedere, Proda di Versilia, proprio come Le avventure di Alice nel Mondo delle Meraviglie, rappresenta il punto di arrivo di un viaggio: conoscitivo, esistenziale, poetico, surreale e romantico.
Troviamo il tema dell’infanzia, gli incontri con figure animali antropomorfizzate, i temi dell’incomunicabilità, della ricerca di sé, dell’”alto” (il «cutter | bianco alato» dei vv. 9-10, che sempre più raramente posa i morti cari a Montale sulla rena), del “basso”, o “sommerso”, e, su tutti, quello del “confine”, come anticipato in apertura di questo scritto, tra vita e morte, umano e non umano, conoscibile e non conoscibile.

Alice getta le carte, illustrazione originale
Alice getta le carte, illustrazione originale. Immagine reperibile a questa URL

Alice è quindi, per Montale, una figura poetica che contiene aspetti propri di Arletta, la figura che Montale nell’Estate collega ad Arethusa, ninfa delle sorgenti, ma anche rimanda al dato biografico della “sommersa” Irma Brandeis, colei che iniziò Montale al viaggio amoroso, al gioco, alla vita, ma con la quale una vera e autentica comunicazione non fu mai possibile, al di fuori dell’universo poetico almeno.
In Proda di Versilia un tema fondamentale è quello dei “morti”, anch’esso largamente presente in Montale, che nella sua opera lo sviluppa unendo tratti danteschi e leopardiani ad altri dedotti da poeti inglesi quali Thomas Hardy e Gerard Manley Hopkins, soprattutto nella Bufera.
I morti in apertura della lirica compaiono dal cielo, dall’alto, su un cutter bianco alato. Nel finale, invece, sotto forma di “sommersi”, pesci-larve, o semi-umani, riemergono dal fondo del mare-memoria. E, tra essi, Alice.
È chiaro, quindi, che la lettura montaliana dell’opera di Carroll sia in chiave dantesca, potremmo dire: il viaggio di Alice è quello di una fanciulla scomparsa, sommersa, che – come la giovane Annetta, o l’americana e dantista Irma (e più tardi, dopo la morte, anche Drusilla Tanzi-Mosca) – potrebbe tornare, riemergere dal passato, dal mondo dei morti, dei perduti nello spazio-tempo; con un biglietto navale, nel caso di Irma, con un sussulto o un fremito acquoreo, per Annetta.
Il viaggio di Alice-Irma, però, è un viaggio diverso da quello di Arletta, perché Irma tornerà, in effetti, nella poesia montaliana, e sarà trasformata in angelo salvatore: Clizia.
Come spiegare, quindi, il tema dei morti, dei sommersi in questa lirica? Esistono legami possibili con i riferimenti al romanzo del Carroll?
Una possibile chiave interpretativa viene proprio dalla lettura di un saggio della docente di Scienze dell’educazione Alessandra Avanzini, Il viaggio di Alice. Un viaggio controcorrente, del 2011 (AVANZINI 2011).

Alessandra Avanzini, Il viaggio di Alice, Franco Angeli editore
Alessandra Avanzini, Il viaggio di Alice, Franco Angeli editore. Immagine reperibile a questa URL

La docente, in estrema sintesi, espone la teoria secondo cui il viaggio della piccola Alice nell’ultra-mondo sarebbe «un viaggio controcorrente» (AVANZINI 2011, p. 17), ovvero un percorso alla ricerca di sé, una riconquista della propria identità. Il viaggio avverrebbe tramite incontri con l’altro da sé, alla ricerca – costellata di errori, sbagli, incomprensioni, esperienze e, quindi, crescita – di una lingua e soprattutto di un “mondo in comune”. Così come avviene tra autore e lettore nel percorso condiviso, e non certo privo di ostacoli, della lettura di un’opera letteraria.
La piccola Alice attraverserebbe dunque l’infanzia, la difficoltà di comunicare, la relatività della propria identità possibile, i cambiamenti del proprio corpo, per riemergere mutata, e narrare la propria storia di crescita alla sorella.
Il viaggio di Alice, per la Avanzini, è un viaggio «intrinsecamente educativo» proprio in virtù delle «forti implicazioni educative di una dinamica narrativa quale quella del “viaggio nel mondo dei morti”» (AVANZINI 2011, p. 13).
Così, per Montale, quella del Carroll è la narrazione di un viaggio conoscitivo, profondo, in cui i bizzarri incontri non sono che riflessi capovolti del mondo dei vivi, dei presenti, quelli che sono “di sopra”. Il mondo in comune che Montale cerca in Proda di Versilia è quello con gli scomparsi, i sommersi, coloro con i quali poteva ancora sperare di trovare un linguaggio comune e valori umani condivisi, mentre si trova a vivere in pieno la crisi di immobilità di chi quel “confine” non può superare (impossibilità e rinuncia poi espresse in modo esemplare nelle Conclusioni provvisorie, sezione conclusiva della Bufera che consiste in due sole liriche: Il sogno del prigioniero e Il gallo cedrone).

Il “viaggio controcorrente” di Montale è chiaramente quello verso il passato, alla ricerca di un contatto con le proprie muse, i propri cari, la tradizione poetica, da cui le numerose analogie con i temi leopardiani della memoria; anch’esso, però, si rivelerà impossibile e destinato al fallimento.

Del resto, la stretta relazione tra la tematica della giovinezza e  l’immagine dell’immersione nell’acqua-tempo, per poi riemergere, forse, mutata nell’aspetto, era presente anche in una lirica giovanile di Montale, Falsetto, in cui protagonista di un mitico tuffo verso un ultra-mondo sommerso, affascinante e minaccioso, era la non ancora ventenne Esterina Rossi: «Sommersa ti vedremo | nella fumea che il vento | lacera o addensa, violento. | Poi dal flotto di cenere uscirai | adusta più che mai, | proteso a un’avventura più lontana | l’intento viso che assembra l’arciera Diana»; «Esiti a sommo del tremulo asse, | poi ridi, e come spiccata da un vento | t’abbatti fra le braccia | del tuo divino amico che t’afferra. || Ti guardiamo noi, della razza | di chi rimane a terra» (vv. 5-12 e 46-51, in MONTALE 1981, p. 12). Un tuffo, dunque, che rassomiglia il precipitare in una buca: l’inizio di un viaggio, un momento di transizione. Un viaggio da cui, comunque, il poeta rimane estraneo, puro spettatore sospeso come sempre sul limite tra vita e morte, tra vita e non-vita.

Esterina Rossi, in CONTORBIA 1985, p. 80

Il viaggio controcorrente di Irma Brandeis, invece, sarà quello noto della sua trasformazione angelica e cristologica in Clizia, figura con la quale, tuttavia, la comunicazione per Montale-Arsenio sarà sempre difficile, affidata alla fede più che al logos, come egli stesso affermerà in un componimento di Altri versi, nella stagione della riflessione a posteriori sulla propria vita e opera:

Ho tanta fede in te
che durerà
(è la sciocchezza che ti dissi un giorno)
finché un lampo d’oltre mondo distrugga
quell’immenso cascame in cui viviamo.
Ci troveremo allora in non so che punto
se ha un senso dire punto dove non è spazio
a discutere qualche verso controverso
del divino poema.

So che oltre il visibile e tangibile
non è vita possibile ma l’oltrevita
è forse l’altra faccia della morte
che portammo rinchiusa in noi per anni e anni.

Ho tanta fede in me
e l’hai riaccesa tu senza volerlo
senza saperlo perché in ogni rottame
della vita di qui è un trabocchetto
di cui nulla sappiamo ed era forse
in attesa di noi spersi e incapaci
di dargli un senso.

Ho tanta fede che mi brucia; certo
chi mi vedrà dirà è un uomo di cenere
senza accorgersi ch’era una rinascita.

(MONTALE 1981, p. 494)

Bibliografia
Opere di Eugenio Montale

  • MONTALE 1956 = E.M., Farfalla di Dinard, Neri Pozza, Venezia 1956; ed definitiva Mondadori, Milano 1973, ora in E.M,, Prose e racconti, Mondadori, Milano 1995, da cui cito.
  • MONTALE 1966 = E.M., Pastelli & disegni, All’insegna del pesce d’oro, Milano 1966.
  • MONTALE 1981 = E.M., L’opera in versi, a cura di Gianfranco Contini e Rosanna Bettarini, Torino, Einaudi, 1981.
  • MOTTETTI 1982 = E.M., Mottetti, a cura di Dante Isella, il Saggiatore, Milano 1982.
  • MONTALE 2006 = E.M., Lettere a Clizia, a cura di Rosanna Bettarini, Gloria Manghetti e Franco Zabagli, con un saggio introduttivo di Rosanna Bettarini, Mondadori, Milano 2006.
  • MONTALE 2013 = E.M., Proda di Versilia, con il commento di Enrico Testa, Einaudi 2013 (ebook)
  • MONTALE 2018 = E.M., Quaderno di traduzioni, a cura di Enrico Testa, il Canneto, Genova 2018.

Altri autori

  • CARROLL = Lewis Carroll [Charles Lutwidge Dodgson], Alice’s Adventures in Wonderland, Macmillan, London 1865; poi in The Complete Works of Lewis Carroll, The Nonesuch Press, London-New York 1939, da cui cito.
  • CARROLL 1971 = L.C., Alice nel paese delle meraviglie, traduzione di Masolino d’Amico, Mondadori, Milano 1971.
  • CONTORBIA 1985 = Eugenio Montale. Immagini di una vita, a cura di Gianfranco Contorbia, Mondadori, Milano, 1985.
  • SHELLEY = Percy Bysshe Shelley, Poemetti, tradotti da Ettore Sanfelice, Milano, Sonzogno («Biblioteca Universale»), 1898.
  • SHELLEY 1904 = The Complete Poetical Works of Percy Bysshe Shelley, a cura di Thomas Hutchinson, Clarendon Press, Oxford 1904.
  • SHELLEY 1921 = P. B. Shelley, Poesie, tradotte da Roberto Ascoli, Milano, Treves, 1921.
  • SHELLEY 1923 = P. B. Shelley, Liriche e frammenti, versione col testo a fronte, traduzione e note a cura di Cino Chiarini, Sansoni, Firenze 1923.
  • SHELLEY 1989 = Percy Bysshe Shelley, Poesie, a cura di Giuseppe Conte (testo inglese a fronte), Milano, Rizzoli «BUR», 1989 (nuova ediz., 1996; ultima rist., 2007).
  • WORDSWORTH = Lyrical Ballads, with Other Poems, II, Longman and O. Rees, London 1800, poi in The Poems of William Wordsworth, , Edward Moxon, Bradbury and Evans, London 1847, da cui cito
  • WORDSWORTH 1979 = William Wordsworth, Samuel Taylor Coleridge, Ballate liriche, Mondadori, Milano 1979.

Saggi critici e altre opere

  • AVANZINI 2011 = Alessandra Avanzini, Il viaggio di Alice. Una sfida controcorrente, FrancoAngeli, Milano 2011.
  • BARDI 1922 = Pietro Bardi, La poesia di Wordsworth: 1770-1808, Laterza, Bari 1922.
  • BARILE 1990 = Laura Barile, Adorate mie larve, il Mulino, Bologna 1990.
  • BARILE 1998 = Laura Barile, Montale, Londra e la luna, Firenze, Le Lettere, 1998.
  • BARILE 2017 = Laura Barile, Il ritmo del pensiero. Montale, Sereni, Zanzotto, Quodlibet, Macerata 2017.
  • BRANDEIS-CONTINI 2015 = Irma Brandeis, Gianfranco Contini, «Questa stupida faccia». Un carteggio nel segno di Eugenio Montale, a cura e con una nota di Marco Sonzogni, Archinto, Milano 2015.
  • CARETTI 1968 = Laura Caretti, Thomas Stearns Eliot in Italia. Saggio e bibliografia (1923-1965), Bari, Adriatica editrice «Biblioteca di studi inglesi», 1968.
  • CONTORBIA 1999 = Franco Contorbia, Montale e Joyce: una lettura del 1926, in Montale, Genova, il Modernismo e altri saggi montaliani,  Pendragon, Bologna 1999, pp. 53-72.
  • DE CARO 1999 = Paolo De Caro, Journey to Irma. Una approssimazione all’ispiratrice americana di Eugenio Montale, De Meo, Foggia 1999.
  • GRIGNANI 1998 = Maria Antonietta Grignani, Dislocazioni. Epifanie e metamorfosi in Montale, Manni, Lecce 1998.
  • LONARDI 2011 = Gilberto Lonardi, Winston Churchill e il bulldog, Marsilio, Venezia 2011.
  • MARCENARO 1991 = Giuseppe Marcenaro, Una amica di Montale. Vita di Lucia Rodocanachi, Camunia, Milano 1991.
  • MENGALDO 1983 = Pier Vincenzo Mengaldo, La panchina e i morti (su una versione di Montale), in La poesia di Eugenio Montale, Mursia, Milano 1983, pp. 133-147.
  • MERLANTI 2003 = Federica Merlanti, Eugenio Montale. Lettere a Lucia Rodocanachi 1928-1965, tesi di Dottorato, Genova anno accademico 2002-2003.
  • MERLANTI 2006 = Federica Merlanti, «Silenzio dopo le tue lettere». Lucia Rodocanachi tra arte e letteratura, in Lucia Rodocanachi. Le carte, la vita, a cura di Franco Contorbia, Società Editrice Fiorentina, Firenze 2006, pp. 9-32.
  • REBAY 1976 = Luciano Rebay, Sull’«Autobiografismo» di Montale, in Innovazioni tematiche espressive e linguistiche della letteratura italiana del Novecento Olschki, Firenze 1976, pp. 73-83.
  • REBAY 1983 = Luciano Rebay, Montale, Clizia e l’America, in La poesia di Eugenio Montale, Librex, Milano 1983, pp. 281-308.
  • SIELO 2016 = Francesco Sielo, Montale anglista. Il critico, il traduttore e la “fine del mondo”, ETS, Pisa 2016.
  • SINGH = Ghanshyam Singh, Montale e la poesia inglese, in La poesia di Eugenio Montale, Le Monnier, Firenze 1984, pp. 205-220.
  • TEDESCO-VERGANO = Isabella Tedesco Vergano, Da Shelley a Montale. Dalla “divina baia” ai “clivi vendemmiati” del Mesco, Savona, Sabatelli, 1995, pp. 17-18.

Fine dell’articolo
Autore: Fabio Delucchi
Revisione e cura: Mario Taccone, Arianna Sardella. Impaginazione: Alessandro Ardigò

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