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Dostoevskij, Nečaev e I Demoni della Russia del XIX secolo: il valore storico della letteratura

ca. 19th century --- Portrait of Russian novelist Feodor Dostoyevsky (1821-1881). Undated photograph. --- Image by © Bettmann/CORBIS
ca. 19th century — Portrait of Russian novelist Feodor Dostoyevsky (1821-1881). Undated photograph. — Image by © Bettmann/CORBIS

Questo articolo è una traduzione a cura di Valentino Valitutti dall’originale spagnolo Dostoievski, Necháyev y Los demonios de la Rusia del XIX: el valor histórico de la literatura a firma di Jesús Ricardo González Leal


1. Introduzione
Affermare che la letteratura è uno strumento di comunicazione di idee per mezzo della parola è, senza dubbio, un’ovvietà. Forse è meno un’ovvietà affermare che, spesso, per questa ragione la letteratura sia diventata un vero campo di battaglie ideologiche, in cui ogni autore ha potuto mostrare al mondo le proprie posizioni ed inquietudini, incluse considerazioni sociopolitiche, spirituali ed identitarie. Basti ricordare che storici come Hobsbawm, Gellner e Hastings, pur con le rispettive e considerevoli differenze, hanno sottolineato che l’esistenza di una produzione letteraria in lingua vernacolare è una conditio sine qua non per lo sviluppo di un’idea di nazionalità.
In particolare, l’oggetto di questo intervento sono alcuni aspetti storico sociali della letteratura russa dell’Ottocento. Anche se essa non si differenzia dalle altre letterature nazionali in tal senso, non possiamo tralasciare una serie di caratteristiche specifiche che la rendono peculiare. Ad esempio, la letteratura russa è stata spesso considerata un fenomeno recente e tardivo rispetto alle produzioni artistiche di altri Paesi, ma allo stesso tempo connotata da una forte critica sociale, conferendo così allo scrittore un’aurea di eroe (almeno da un punto di vista romantico e rivoluzionario), in grado di penetrare nello spirito dell’intero popolo.

Decembrist Revolt by Georg Wilhelm Timm
Decembrist Revolt. Georg Wilhelm Timm. Imagen extraída de esta URL

La produzione letteraria del XIX secolo fu senza dubbio alcuno sia prolifica che affascinante e politicamente impegnata, in particolar modo dopo la guerra contro Napoleone e il fallito golpe dei decabristi nel 1825. Quel secolo avrebbe visto fiorire opere di autori del calibro di Puškin, Turgenev, Tolstoj o di Dostoevskij. Quest’ultimo, considerato da molti come uno dei massimi esponenti della Letteratura Universale e il miglior ritrattista dell’anima russa di tutti i tempi, nonostante avesse inizialmente simpatizzato con lo zarismo e l’Ortodossia, dovette andare incontro a punizioni e censure. Fědor Dostoevskij (1821-1881). insomma, fu figlio della sua epoca, sia in senso letterario che politico. Negli anni della gioventù il suo pensiero fu influenzato dal socialismo utopico, e lo stesso autore entrò a far parte di associazioni come il Circolo di Petrasevskij, dove si dibattevano e si condividevano idee clandestinamente. Tuttavia, la prigionia in Siberia (1849-1854) causata dall’appartenenza a questa associazione illegale, accusata di cospirare contro lo zar Nicola I, lo avrebbe indotto ad avvicinarsi a posizioni conservatrici e slavofile.

Sergei Necháyev
Sergei Necháyev

In generale, le opere di Dostoevskij riflettono sia le miserie della Russia zarista che l’impegno dell’autore nei confronti dei valori della Chiesa Ortodossa. Tuttavia, ciò non risparmiò l’autore dalla condanna; parti delle sue opere furono censurate e furono considerate indecorose (come il caso dell’interpretazione della resurrezione di Lazzaro da parte della prostituta Sonečka in Delitto e castigo) e altre furono persino distrutte (come la Confessione di Stavrogin, in I Demoni, che non avrebbe visto la luce fino al 1922).
Dostoevskij spiccò in campo politico per la difesa a oltranza della Pravoslavie, l’autocrazia e l’ideologia slavofila e panslava, al punto che condannò apertamente gli Occidentalisti ed ogni idea rivoluzionaria. A tal scopo, scrisse in molteplici riviste e anzi arrivò a fondarne una, Diario di uno scrittore, di sua proprietà, per esprimere le proprie opinioni.

Se c’è un’opera di Dostoevskij che incarna perfettamente la sua ideologia politica, questa è senza dubbio I Demoni (1871-1872). Qui l’autore russo non ha dubbi nello schierarsi contro tutte le idee a suo parere sovversive, e indirizza una feroce critica al movimento rivoluzionario dell’epoca. Tuttavia, l’idea originaria dell’autore non era la realizzazione di un’opera di questo stampo, bensì il racconto della “vita di un grande peccatore” che trovasse infine la salvezza nell’Ortodossia. Cosa motivò l’autore, quindi, a cambiare argomento, passando dal tema della redenzione per mezzo della fede ad un romanzo di denuncia?

2. La storia dietro I Demoni
L’edizione de I Demoni del 2011, ad opera di Alianza Editorial, si apre con un testo di López-Morillas che scrive così:

“Il 21 Novembre 1869, in uno stagno nei pressi dell’Accademia di Agricoltura di Mosca, fu rinvenuto il cadavere di uno studente dell’Istituto di nome Ivan Ivanov. La morte era stata causata da una ferita da proiettile alla testa e il cadavere era stato gettato nel fondo dello stagno con il supporto di pietre legate al corpo. Le investigazioni della polizia presto chiarirono che si trattava di un assassinio commesso da un gruppo di cinque persone istigato da un tale Sergej Nečaev, giovane discepolo e agente del padre dell’anarchismo rivoluzionario M.A. Bakunin”.

Dostoevskij, che in quel momento si trovava a Dresda (Germania), lesse la notizia dell’omicidio con particolare attenzione. A suo parere, era stato commesso non solo un assassinio, bensì un crimine ideologico. Ivan Ivanov faceva parte di un gruppo filo-nichilista capeggiato da Sergej Nečaev. Quando Ivanov entrò in contrasto Nečaev – dissentiva in merito ai metodi violenti adottati dal secondo – abbandonò il collettivo. Nečaev inculcò allora negli altri membri il timore di una possibile denuncia di Ivanov, a tal punto da tendergli un’imboscata e assassinarlo. Il proiettile che uccise Ivanov non fuoriuscì da una pistola delle forze dell’ordine e della repressione controrivoluzionaria, bensì da quella dei suoi vecchi compagni, con i quali condivideva inizialmente le medesime idee politiche. Successivamente, Nečaev riuscì a fuggire all’estero, mentre il resto del gruppo fu catturato, giudicato e condannato. Ben presto però le autorità russe ottennero l’estradizione di Sergej Nečaev, che fu giudicato e deportato in Siberia. Persino Bakunin, inizialmente attratto dalla personalità di Nečaev, finì col pensare che in realtà fosse un malato mentale senza scrupoli. Dal macabro evento, in cui Dostoevskij vide il fantasma del nichilismo dove altri videro solo un omicidio, l’autore slavo prese spunto per dar vita ad un’opera che sarebbe sfociata in una critica politica. Quello scritto avrebbe poi ricevuto il titolo I Demoni.

La fortezza dove fu rinchiuso nel 1872
La fortezza dove Nechayév fu rinchiuso nel 1872.

Sappiamo che Dostoevskij mostrò un particolare interesse verso l’argomento. L’opera, iniziata a Dresda nel 1869, sarebbe stata poi terminata a San Pietroburgo nel 1871. In tutto quel periodo Dostoevskij ebbe accesso ad appunti giornalistici, agli atti del processo e persino alla testimonianza diretta di suo cognato, fratello della sua seconda moglie, Anna Snitkina, il quale conosceva il morto. Allo scrittore si presentava l’opportunità unica di criticare le posizioni nichiliste, tanto che egli non mostrò il minimo timore di scadere in un discorso propagandistico, così come confessò a Strachov, in una lettera in cui parlava del suo progetto letterario. Per l’autore russo il nichilismo costituiva uno dei problemi più pressanti del suo tempo: un’ideologia non solo sovversiva ma anche pericolosa, come se si trattasse di una patologia mentale, secondo le parole della studiosa Isabel Martínez. Non risulta dunque strano che lo slavo, parafrasando le parole di López-Morillas, si domandasse se un nichilista “si formasse o nascesse tale”, questione che possiamo apprezzare nella complessità psicologica dei personaggi di Dostoevskij e nelle dinamiche tra gli stessi, al punto che ciascuno di essi è espressione dell’incarnazione allegorica di un ideale.

3. Su I demoni
Ogni testo è circoscritto ad un contesto concreto, frutto sia della mente di un letterato che di un’epoca, dalla quale né l’autore né lo scritto possono scindersi. Le circostanze personali e il contesto storico assieme generano l’opera. A ritroso, quindi, grazie all’opera si possono evincere le ragioni e la realtà che hanno reso possibile allo scrittore la sua realizzazione. D’altro canto, non dobbiamo dimenticare che I Demoni è un’opera letteraria e non un vero documento storico (sebbene sia possibile analizzare lo scritto come tale), pertanto nel processo interpretativo dobbiamo considerare i linguaggi caratteristici della letteratura per apprezzarne la complessità e gli intenti.

I Demoni (tradotto anche con il titolo Gli Indemoniati) narra una storia incentrata sulla figura di Nikolaj Stavrogin. In realtà, però, in quest’opera ogni personaggio dà vita ad un’idea, e l’interazione tra queste crea un autentico romanzo satirico e di protesta sociale, comprensibile pienamente solo nel momento in cui il lettore è in grado di decifrare i significati celati in ciascun personaggio. La maggior parte di essi intesse relazioni con Stavrogin, sia che si tratti di parenti, di amici, o di compagni di partito. L’evento più importante della vicenda è l’assassinio di Ivan Shatov, ex membro di un gruppetto radicale capeggiato da Pëtr Verchovenskij, il quale riesce a convincere il resto della setta della possibile denuncia da parte del vecchio compagno. Nel frattempo, il ritorno di Stavrogin, dopo un soggiorno a Jura, fa precipitare gli eventi, che si susseguono rapidamente fino a confluire in un finale tragico, dove tutti i personaggi, in un modo o nell’altro, vanno incontro alla sventura.
Alla morte di Shatov, si sommano il suicidio ideologico di Kirillov, la morte di Stepan Verchovenskij (che sembra essere l’unico che spira in pace dopo la riconciliazione con Dio), l’assassinio della sposa e del cognato di Stavrogin (Marija Lebjadkina e il capitano Lebjadkin) per mano di Fëd’ka, l’abbattimento del governatore e di sua moglie dopo una farsa ad opera di Pëtr Verchovenskij, allo scopo di generare il caos nella città e nella società. Verchovenskij finirà col fuggire in Europa dopo l’assassinio.
Al tempo stesso, si verificano le morti della moglie e del figlio di Shatov (che in realtà è il figlio biologico di Stavrogin), o l’omicidio di Liza e di suo marito per mano di una folla infuriata per la morte dei Lebjadkin. Alla fine Stavrogin si suicida, incapace di pentirsi sinceramente e cristianamente, andando così incontro ad una caduta definitiva.

In quest’opera Dostoevskij attacca le ideologie rivoluzionarie, in particolar modo il nichilismo e, anche se da prospettive differenti, considerando alla stessa stregua ideologie opposte. Per Dostoevskij i rivoluzionari di inizio secolo sarebbero i padri ideologici dei nichilisti di metà e fine del XIX secolo. In questo modo, un debole e pusillanime Stepan Verchovenskij, che incarnerebbe la figura dell’intellettuale liberale e di un ideale europeo (che in definitiva era il ritratto delineato dallo storico Granovskij), sarebbe il padre di un nichilista-socialista formatosi in Europa, personificato da Pëtr Verchovenskij (la cui personalità prese direttamente spunto da Sergeij Nečaev).
Dal canto suo, Stavrogin, che visitò l’Europa, riuscì ad inculcare nei suoi seguaci una serie di idee nocive legate all’ideale rivoluzionario francese. Il personaggio Šigalëv, invece, rimanda ad un’uguaglianza dispotica il cui sistema socialista, rappresentato dalla figura di Verchovenskij figlio, annullerebbe la libertà umana a favore di una tirannia nella quale qualsiasi elemento “fuori dal gregge” verrebbe estromesso.
Kirillov rappresenta invece una parodia della libertà. Questo personaggio vuole dimostrare che è possibile vivere senza Dio, in quanto finzione creata dall’Umanità per trovare conforto di fronte alla morte. Il suo suicidio darebbe vita a un nuovo mondo dove esisterebbero solo il libero arbitrio e la volontà umana. Schiacciato da questa idea, la sua morte proverebbe le sue posizioni, la fine della paura della morte da parte dell’essere umano e il fondamento di una nuova società atea. Curiosamente e al tempo stesso paradossalmente, il sacrificio di Kirillov potrebbe ben accostarsi alla crocifissione di Cristo, sul cui sangue redentore sarebbe sorto un nuovo ideale di vita basato sull’amore verso il prossimo.
L’ultimo personaggio, ripreso dall’assassinato Ivan Ivanov, è Shatov, che persegue il valore della fratellanza con lo spirito del mužik e il ritorno alla comunità. Shatov possiede una serie di caratteristiche autobiografiche dello scrittore. Il suo nome fa riferimento alla parola russa shatenie (“vacillare”); infatti, Shatov è un personaggio che, sebbene goda della simpatia di Dostoevskij, appare come dubbioso, con una fede “vacillante”: crede in Cristo e nella Russia ma non a Dio, il che rende la sua fede incompleta. La sua situazione ricorda precisamente quella di un Dostoevskij appena uscito di prigione che affermava, nonostante fosse figlio del suo tempo e non potesse accettare una fede senza riserve, di pensare che la verità fosse in Cristo ma, nel caso in cui non si trovasse in Lui, avrebbe preferito cercare Cristo piuttosto che la verità.

Michail Bakunin (1814-1876)
Michail Bakunin (1814-1876)

Ad ogni modo, l’interesse dell’opera non sta solo nella condanna di un crimine nichilista in particolare. L’omicidio di Shatov è perpetrato da cinque uomini comandati da Pëtr Verchovenskij. Questi indemoniati si distinguono da Raskol’nikov, il protagonista di Delitto e Castigo, in quanto quest’ultimo compì un crimine di propria iniziativa, mentre tra gli altri si insinuò il seme del nichilismo impiantato da un ideologo. Il crimine degli “indemoniati” (si noti che questi si trovano in tale stato perché “contagiati” da un’idea che Dostoevskij considerava nociva) è collettivo, commesso per opera di convincimento ad opera di un ideologo. Pertanto, la critica di Dostoevskij a queste idee, che già si intravedevano in Delitto e Castigo, è palese in questo romanzo. Secondo Isabel Martínez, se in Delitto e Castigo si nota che gli ideologi sono “responsabili dell’essere umano” (responsabili in quanto inculcano idee nel popolo), in I Demoni questa concezione è resa più evidente dalla consapevolezza che è lo stesso Verchovenskij figlio che riesce, in primo luogo, a mettere le idee in testa a un gruppetto rivoluzionario, ed in secondo luogo a convincere il gruppo ad assassinare Ivan Shatov.

4. ‘I Demoni’ della Russia del XIX secolo
Non vi è dubbio alcuno: per Dostoevskij, I Demoni sono chiara dichiarazione di intenti. L’approccio a questo Dostoevskij “politico” deve avvenire

tuttavia con cautela. Lo scrittore slavofilo restituisce un’immagine forte di quello che rifiuta apertamente. Non è necessaria una critica dettagliata per illustrare le intenzione dell’autore russo. Ad ogni modo, se già di per sé è fondamentale ridimensionare la critica in un manifesto politico, lo è ancor di più quando questo è redatto in forma romanzata e si configura in pratica come un rifiuto se non come la demonizzazione di uno o più gruppi. A questo punto, considerando che ci troviamo di fronte ad un romanzo, il lettore dovrebbe soffermarsi alcuni minuti e chiedersi cosa c’è di certo e cosa di fittizio in un’opera di questo tipo e qual è l’immagine che Dostoevskij ci desidera trasmettere.

Già sappiamo, ad esempio, che l’autore russo prese spunto da un evento reale per la realizzazione del romanzo. A metà del XIX secolo, durante il regno di Alessandro II, la diversità politica in Russia si accentuò sia tra i movimenti conservatori e slavofili sia nella fazione occidentalista. A quest’ultima posizione, alla quale lo scrittore russo si sarebbe opposto, si dovrebbero sommare altre ideologie importate dall’Europa, come il socialismo e il nichilismo, oltre al già radicato liberalismo. Altre, come l’anarchismo, avevano i propri ideologisti autoctoni, come Bakunin. Per Dostoevskij tuttavia tutte questa idee erano nocive e pericolose per la Santa Russia e le considerò alla stessa stregua.

Alejandro II (1818-1881)
Alejandro II (1818-1881)

Da quanto leggiamo nella nota introduttiva di López-Morillas, Nečaev era stato a Ginevra per apprendere le tecniche rivoluzionarie di Bakunin, adottandone alcune idee. Al suo ritorno in Russia costituì un gruppetto di cinque persone, che avrebbero dovuto seguirlo senza opporsi e li convinse del fatto che esistessero più organizzazioni come la sua disseminate in tutto il Paese. Ognuna di queste ignorava l’esistenza delle altre, operando in maniera indipendente (probabilmente per l’impossibilità di inglobare alcune cellule, che avrebbero causato la caduta dell’intero sistema) ma tutte facenti capo ad un comitato centrale rivoluzionario. Verso il 1860 i gruppi come quello di Nečaev contavano tra le loro fila un esiguo numero di membri, avevano vita breve ed erano propensi alla cospirazione. Uno di questi, Narodnaja Volja (tradotto come “Volontà Popolare”) fu, di fatto, incaricato di assassinare Alessandro II a San Pietroburgo. Precedentemente, il 4 aprile 1860, un altro giovane di nome Dmitrij Karakozov cercò di uccidere lo zar senza successo. E, come nel caso di Nečaev, il giovane era invischiato in attività politiche clandestine afferenti a gruppi radicali composti principalmente da studenti (come possiamo leggere in Bushkovitch). Un altro caso celebre fu l’episodio di Vera Zasulič, che attentò alla vita del generale Trepov per il maltrattamento ricevuto da uno studente, che successivamente sarebbe morto. L’autrice dell’attentato senza dubbio conobbe Nečaev, e lo stesso Dostoevskij fu presente al processo.

La gioventù, il terrorismo e la condizione di universitari di molti degli esponenti indusse la popolazione a ritenere le istituzioni educative fucine di autentici terroristi depravati e a giudicare necessaria una maggiore presenza governativa. Ad ogni modo, è plausibile che questi gruppetti clandestini combattessero contro uno Stato oppressivo, repressivo e assolutista, dove la partecipazione politica era limitata ai soli zemstvo o ad alcune riviste politiche. Nel caso dei zemstvo, infatti, questi non godettero mai di piena autonomia e la loro attività furono ridotte dalle azioni della burocrazia e delle forze dell’ordine. Queste limitazioni non solo concernevano i liberali, i socialisti e gli anarchici…ma anche gli stessi conservatori, nonostante la loro affinità con il Governo. Nonostante il clima di esasperazione, nessuno degli zar riuscì a smantellare le misure introdotte durante il regno di Alessandro II. Pertanto, le riviste continuarono la loro vita nonostante la censura e diventarono tribune di opinioni politiche. Inoltre, vi fu la possibilità per alcuni riformatori liberali di entrare nel governo zarista, con la consapevolezza della necessità per la Russia di misure urgenti per modernizzarsi: ciò non portò tuttavia ad una reale apertura dell’autocrazia russa e si assistette all’istaurazione di una sorta di dispotismo illuminato.

A tal proposito, come leggiamo nella biografia di Augusto Vidal, Mihajlovski esprimeva un’opinione differente in merito al ritratto della Russia realizzato da Dostoevskij in I Demoni. Per il critico letterario, Dostoevskij errava nel considerare tanto forte il potere di queste organizzazioni e nel trascurare il “demonio” del progresso economico, rappresentato da industrie e banche. Ad opinione di Augusto Vidal, l’autore considerò inesattamente l’anarchismo come la tendenza comune alla base dei movimenti rivoluzionari.

5. Conclusioni

Anche se prevalentemente vincolata al pensiero politico dell’autore, l’opera I Demoni rappresenta una lettura stimolante e al tempo stesso utile per conoscere parzialmente il panorama politico della Russia del secolo XIX, in particolar modo perché ispirata ad un evento realmente accaduto.

Oltre alle informazioni raccolte, probabilmente l’esperienza dell’autore nel Circolo di Petrasevskij contribuì alla creazione de I Demoni. Dostevskij ricorse alla letteratura per riflettere e attaccare tutto ciò che costituiva i grandi conflitti della Contemporaneità (il problema del nichilismo, l’azione clandestina di gruppetti radicali e il loro modus operandi, etc.), finendo con il generare confusione, in quanto tutti i movimenti sembrano legati tra loro e, di conseguenza, considerati alla stessa stregua. È il caso, ad esempio, che si viene a creare dall’associazione tra Verchovenskij padre (che incarna la figura del liberale) e Verchovenskij figlio (che personifica la figura del radicale). Anche se entrambi rappresentano ideali differenti e il figlio possiede un vigore che non si riscontra nel padre, ai due personaggi li accomuna un legame di sangue. Se trasponiamo tale considerazione su di un piano psicologico e ideale, ritroviamo un nesso comune tra il liberalismo e il nichilismo e altre idee rivoluzionarie, in quanto il secondo movimento viene considerato come degenerazione del primo. In questo modo, Dostoevskij attribuisce ai liberali la responsabilità della nascita dei nichilisti, essendo entrambe le posizioni perniciose per la Russia perché figlie dell’Occidente e incarnazione della “famiglia” occidentale.

D’altro canto, questa relazione non è casuale, in particolar modo considerando che la piega ideologica dello scrittore russo lo indusse a mettere i due movimenti su uno stesso piano. Ad ogni modo, il gruppo del quale faceva parte Dostoevskij, ad esempio, si dedicava maggiormente a disquisizioni filosofiche e letterarie che alla cospirazione ai danni dell’autocrazia, e il movimento liberale arrivò persino ad avere un ruolo attivo nella promozione di riforme statali, contribuendo alla modernizzazione capitalista e industriale dell’impero degli zar. Inoltre, senza considerare lecite o moralmente approvabili le violenze perpetrate da molti di questi gruppi radicali, non va dimenticato che nella Russia del XIX secolo non esisteva spazio per il dibattito e la partecipazione alla vita politica. Gli zemstvo erano controllati e le riviste erano sotto il controllo del censore: le riforme non avevano dunque alterato le strutture di uno Stato assolutista e repressivo, dove lo zar continuava a detenere completamente il potere. In questa clima tanto soffocante, si può comprendere come molti giovani appartenenti a questi gruppi vedessero la violenza come l’unica leva in grado di trasformare l’obsoleto sistema politico russo.

Tuttavia, accanto alle considerazioni precedenti, dobbiamo sottolineare la maestria di Dostoevskij nel predire la tragedia della violenza di questi gruppi (motivo per il quale alcuni intellettuali lo soprannominarono “Il Profeta”). La Russia del secolo XIX era in continuo cambiamento e ne emergevano tensioni politiche. Dostoevskij fu in grado di percepire e di rappresentare la violenza indotta dal nichilismo e al tempo stesso evidenziare la grande responsabilità degli ideologisti nel trasmettere il proprio pensiero al popolo.

Pertanto, I Demoni costituisce un’opera maestra che, se interpretata con attenzione, può essere considerata un documento interessante per un’analisi storica, per lo meno per la percezione di un soggetto sulla realtà dell’epoca. Di conseguenza, con la dovuta cautela e la metodologia appropriata, possiamo inserire la letteratura tra i documenti degni di studi storici, in quanto in alcune circostanze può far emergere una visione importante del contesto in cui la stessa venne scritta. Infatti, sia l’autore che l’opera sono intercalati in un contesto dal quale traggono ispirazione e, a volte, vorrebbero fuggire. Ma il contesto non può essere modificato pertanto, probabilmente, l’opera ci può aiutare a creare un tassello della Storia Culturale che ci permetta di comprendere come l’autore percepiva la propria epoca. Ad ogni modo, questa considerazione, lungi dall’esaurire il dibattito sulla tematica del valore della letteratura, suscita ulteriori domande: pur esistendo un’enorme produzione letteraria, ogni opera è valida e interessante come oggetto di ricerca storica? Tutti gli scrittori sono ugualmente utili a tale scopo? L’analisi storica deve limitarsi solo alle grandi opere della Letteratura Universale o può concernere altre considerate “minori”?

BIBLIOGRAFIA

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  • Vidal, Augusto, Dostoyevski. Barcelona, Círculo de Lectores, 1990.

Autore: Jesús Ricardo González Leal
Traduzione: Valentino Valitutti
Cura: Alessandro Ardigò

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