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Epidemie e riserve alimentari nell’età moderna – Intervista allo storico Fabrizio Costantini

Lo storico Fabrizio Costantini. Nell'immagine di copertina invece l'assalto ai forni nei Promessi Sposi
Lo storico Fabrizio Costantini. Nell’immagine di copertina invece l’assalto ai forni nei Promessi Sposi

Fabrizio Costantini è docente a contratto presso l’Università degli Studi di Milano e docente di Storia e Filosofia nei licei di Bergamo e provincia. Laureato in Storia a Milano, dottore di ricerca in Storia Economica a Verona, si è occupato principalmente di contrabbando tra lo Stato di Milano e lo Stato veneto nel Settecento e di mercato e contrabbando di granaglie nella Bergamo di età veneta.

RadiciDigitali.eu [RD]. Professor Costantini, lei ha studiato l’epidemia di colera che si diffuse a Bergamo nel 1865. Tale studio è in corso di pubblicazione. Può descriverci cosa avvenne?

Fabrizio Costantini [FC]. Avvenne una cosa molto semplice: la rivoluzione dei trasporti, resa possibile dall’applicazione della tecnologia a vapore su treni e trasporto marittimo, allargò man mano la distanza che un uomo era in grado di percorrere in un giorno. Batteri che prima erano endemici solo in una parte del mondo – il vibrione del colera era uno di questi, endemico nel sud est asiatico – poterono espandersi con maggiore facilità, perché per la prima volta nella storia durante il periodo di incubazione della malattia si potevano percorrere centinaia di chilometri. Nei primi decenni dell’Ottocento si assistette alla ‘lunga marcia’ del colera verso l’Europa, in cui arrivò negli anni Trenta. Allora, come oggi, il mondo medico si divise tra gli ottimisti, coloro che credevano che il clima e il livello di sviluppo del Vecchio Continente avrebbe tenuto lontano il contagio, e i pessimisti. Questi ultimi intravvidero subito un elemento: a danneggiare l’Europa sarebbe stato il suo modello di distribuzione della popolazione in centri di dimensione medio-grande a poche decine di chilometri fra loro. Ebbero ragione i pessimisti allora, il colera mieté quasi sempre molte vittime.

Quella del 1865-1867 non era perciò la prima ondata di colera in Europa, e non lo era nemmeno per Bergamo. L’Amministrazione municipale dell’epoca, a epidemia scomparsa, pubblicò un libricino in cui spiegò il suo operato e in cui si difendeva dalle accuse di non aver saputo frenare il contagio. Chiunque legga questo libretto, che in realtà è facilmente reperibile in Internet, ci troverà molte continuità con l’attualità, come per esempio, le accuse che la politica lanciò nemmeno troppo velatamente ai medici. Anche se all’epoca l’operazione difficile era distinguere il colera da altre malattie simili, mentre oggi questo problema non mi pare esserci.
Di fronte ai primi casi che presentarono sintomi simili al morbo asiatico, i medici nei loro referti si limitarono a riferire che si trattasse di «gravi coliche con sospetto di cholera». Ciò fece scrivere a sindaco e assessori dell’epoca che «quel giudizio […] non determinava in modo categorico la vera natura del male e lasciava il Municipio in grave dubbio a fronte delle responsabilità che in simili contingenze gli incombe, dubbio reso ancor più manifesto dalla dichiarazione di altri medici non meno distinti»: molti fra gli esperti non sapevano stabilire se si trattasse veramente di colera, e al Municipio toccò assumersi il compito di stabilire che lo fosse, durante una drammatica seduta consiliare. Era il 9 novembre 1866: il primo caso sospetto – ma poi riconosciuto autenticamente come colera – era stato segnalato alle autorità il 18 ottobre.

C’è però una profonda differenza: allora il nemico era invisibile e nessuno nemmeno sapeva cosa fosse. L’agente patogeno, il vibrione del colera, fu studiato dettagliatamente solo a partire dal 1854, circa due decenni dopo la sua comparsa in Europa. Oggi in poche settimane la ricerca scientifica è riuscita a isolare, mappare geneticamente e capire almeno a livello elementare i meccanismi di propagazione di un virus. Tra poco cominceranno i primi test per i vaccini. Mi pare sia una differenza fondamentale.

Copertina della "Relazione amministrativa"
Copertina della “Relazione amministrativa”
[RD] In che modo le autorità reagirono per affrontare l’emergenza?

[FC] Per raccontarvelo, posso riassumere i provvedimenti che sono raccolti nella Relazione amministrativa sulla invasione del cholera in Bergamo negli anni 1866 e 1867, il libricino che citavo prima. Ricordo qui un fattore cronologicamente importante: sembra che un ruolo decisivo nel diffondere il contagio l’abbia avuto il contesto bellico, perché l’Italia e la nascente Germania stavano muovendo guerra in quel periodo all’Impero austro-ungarico. Le condizioni di vita dei soldati, gli spostamenti delle truppe, le necessarie attività di soccorso dei feriti favorirono in qualche modo il diffondersi incontrollato degli agenti patogeni.
Il difficile fu, lo anticipavo, riuscire a pronunciare la parola ‘colera’. Prima di ammettere che a Bergamo vi fossero stati casi ufficiali passarono settimane decisive. Da un lato i medici facevano fatica a identificarlo in modo univoco, dall’altro la politica aveva paura di scatenare il panico, quindi era restia ad ammettere che l’epidemia si stesse spargendo in città. Panico e meccanismi di contenimento delle epidemie non sono mai andati d’accordo. Il colera trovò le condizioni perfette per propagarsi in una città che non aveva ancora intrapreso tutta una serie di lavori – su tutto, la tutela della sanità dell’acqua pubblica e controllo dei meccanismi di scolo delle acque nere – che sarebbero stati fondamentali per contenere il morbo.

Si emanarono poi, in un vortice di provvedimenti, delle misure contenitive che erano basate solo su evidenze empiriche. Si ordinarono lavaggi con preparati chimici di dubbio funzionamento, ma soprattutto si intervenne sul mondo del commercio. Tra i primi provvedimenti, si bloccò la circolazione degli stracci, che erano fondamentali per la produzione delle cartiere: la cellulosa, infatti, arrivò solo dopo. Ed era chiaro che i vestiti indossati da chi era stato vittima di colera erano un veicolo del contagio. Si posero limitazioni al commercio della frutta e degli ortaggi, perché si pensava favorissero l’insorgere di disfunzioni all’apparato digerente. Si diedero misure stringenti per i luoghi di lavoro affollati, come i filatoi, per pulire e disinfettare gli ambienti. Infine si sospesero i mercati, le attività teatrali, gli spettacoli pubblici, le messe. Nel linguaggio del tempo si scrisse che la cerimonia religiosa «in forma solenne e pubblica, comunque lodevolissima nello scopo, è pratica meno opportuna, anzi pericolosa nelle attuali contingenze sanitarie». Sembra di leggere un copione già visto.

Si cercò subito anche la collaborazione della Chiesa, sia per limitare gli assembramenti di persone durante le cerimonie religiose, sia perché i parroci istruissero la popolazione a comportarsi opportunamente e denunciare alle autorità tutti i casi sospetti.

Vittima di colera. Immagine reperibile a questa URL
Vittima di colera. Immagine reperibile a questa URL
Stampa d'epoca.
Stampa d’epoca sul colera.
[RD] E come, invece, reagì la popolazione?

[FC] È sempre più difficile capire come reagì la massa della popolazione, che per definizione lascia meno traccia nella documentazione storica rispetto alle élite.
Sicuramente emergono alcuni elementi, il primo dei quali era il ricorso a pratiche di stampo superstizioso. I giornali dell’epoca raccontano che a un certo punto si diffuse la credenza che le acque termali di Trescore avessero poteri curativi e molte persone vi si recarono in massa per trarne beneficio, ottenendo in realtà l’effetto diametralmente opposto. Le autorità furono perciò costrette a intervenire repressivamente, perché i cittadini non prestavano ascolto alle disposizioni.
Dall’altro, intuiamo una certa reticenza della popolazione a denunciare i casi di contagio, perché gli ospedali e i lazzaretti erano visti in realtà non tanto come luogo di guarigione quanto come anticamera del cimitero. O della fossa comune più spesso: molti di questi malati non ebbero degna sepoltura. Si preferiva stare tra le proprie mura domestiche, a volte favorendo il contagio dei propri cari. In termini pratici, questo per lo storico significa che le cifre ufficiali fornite alla fine dell’epidemia – 803 contagiati in Bergamo città, di cui ben 538 decessi – sono fortemente sottostimate.
L’ultimo, tristissimo, provvedimento contro il colera fu preso alla fine di ottobre del 1867, quando il contagio era scemato da tempo: alla popolazione fu vietato di andare a portare fiori vicino alle fosse comuni, data la vicina ricorrenza del Giorno dei Morti. La autorità avevano paura che il contagio ripartisse.

immagini reperibili a questa URL
Immagini reperibili a questa URL
[RD] Professor Costantini, un suo campo di specializzazione è lo studio della variazione dei prezzi delle granaglie in età preindustriale. In che modo le epidemie hanno influito – se hanno influito – sul commercio delle materie prime?

 [FC] Sicuramente hanno influito. Anzitutto perché i cordoni sanitari sono sempre entrati in funzione ad ogni accenno di epidemia e questo ha significato di certo ostacolare i commerci. Ostacolarli, non bloccarli, perché l’obiettivo non era mai impedire il contatto o vietarlo in toto, ma anzi renderlo possibile sotto le dovute cautele.
Però è anche vero che il tasso di commercializzazione delle materie prime, e dei cereali in particolare, non era molto elevato, perché i sistemi di Antico Regime erano costruiti – è una semplificazione, ma in termini generali la possiamo accettare – per limitare il commercio dei beni alimentari il più possibile. La logica era quella di proteggere l’approvvigionamento degli abitanti e commerciare solo i surplus granari. Solo nella seconda metà del Settecento si levarono sempre più forti le voci dei favorevoli al libero commercio.
Dal punto di vista generale, le epidemie e le carestie spesso andavano di pari passo, perché quando le carestie si innescavano, magari per normalissime congiunture agricole, e si prolungavano nel tempo, le fasce più povere della popolazione si debilitavano, favorendo l’innalzamento dei tassi di mortalità e la diffusione di eventuali contagi. Negli anni successivi alle epidemie, invece, i prezzi spesso erano più bassi del solito e i salari più alti, perché era diminuita la domanda di derrate alimentari e nel contempo era diminuita la manodopera. Quindi chi sopravviveva a una violenta ondata epidemica, lutti familiari a parte, poi probabilmente se la passava meglio.

Fabrizio Costantini, In tutto differente dalle altre città – Mercato e contrabbando dei grani a Bergamo in età veneta, 2016.
Fabrizio Costantini, In tutto differente dalle altre città – Mercato e contrabbando dei grani a Bergamo in età veneta, 2016. 
[RD] Un eventuale aumento dei prezzi delle merci era dovuto più a fatti contingenti o ad una volontà speculativa di produttori e distributori?

[FC] A questa domanda è molto difficile rispondere! Purtroppo i dati numerici che abbiamo a disposizione per il Settecento non ci consentono di prendere una posizione chiara a riguardo. Sicuramente alcuni fattori indipendenti dalla politica avevano un peso rilevantissimo: prima ho citato le congiunture climatiche e metereologiche, ma anche il tasso di crescita della popolazione o fattori di tipo monetario potevano avere grande impatto.
A fronte di problemi sul lato della produzione dei beni alimentari, agivano sicuramente delle storture del sistema distributivo, che era sfera di competenza squisitamente politica. Qui potevano incidere fattori come cattivo funzionamento dei magazzini pubblici di riserva, manovre speculative di grandi produttori e avidi mercanti, scelte legislative non ottimali, diffusione incontrollata di voci di carestia quando magari non v’era alcun motivo di preoccupazione.
Risulta difficile perciò dire quanto incidesse l’uno o l’altro fattore, ma la mia personale sensazione è che il grosso dei problemi derivasse dalla sostanziale scarsità produzione, e non dalla distribuzione. Dopotutto, stiamo parlando di un mondo in cui se piantavi un chicco di grano in media potevi aspettarti di raccoglierne quattro o cinque, di cui uno andava ridestinato alla semina successiva. Oggi la produttività dei terreni viaggia su cifre completamente diverse. Non tener conto di questo dato di base mi sembrerebbe poco accorto. Ma è anche vero che spostare un carico di grano costava moltissimo e quindi anche i meccanismi distributivi a lungo e breve raggio erano fattori determinanti. Insomma, è un nodo facile da descrivere in termini qualitativi, ma molto difficile da sciogliere in termini quantitativi.

“ Ecco se c’è il pane! ” gridarono cento voci insieme. “ Sì, per i tiranni, che notano nell’abbondanza, e voglion far morir noi di fame, ” dice uno; s’accosta al ragazzetto, avventa la mano all’orlo della gerla, dà una stratta, e dice: “ lascia vedere. ” Il ragazzetto diventa rosso, pallido, trema, vorrebbe dire: lasciatemi andare; ma la parola gli muore in bocca; allenta le braccia, e cerca di liberarle [p. 242 modifica]in fretta dalle cigne. “ Giù quella gerla, ” si grida intanto. (Promessi Sposi, CAp. XII)
[RD] La carenza di riserve viene spesso citata fra le cause di mortalità in caso di carestia ed epidemie: la scarsa disponibilità di derrate alimentari metteva a serio rischio soprattutto le fasce più povere della popolazione. Le risulta dai suoi studi?

[FC] Anzitutto, bisogna fare pulizia concettuale. Noi italiani siamo meno fortunati di alcuni colleghi stranieri che hanno nella loro lingua due parole diverse per indicare la ‘carestia’. Ci sono carestie che incidono molto sul livello dei prezzi, ma poco sui tassi di mortalità – se ci pensiamo, l’etimologia di carestia è proprio questa: tutto diventa più caro – e carestie il cui effetto si riverbera pesantemente non solo sul livello generale dei prezzi ma anche sul tasso di mortalità, ‘trasformandole’ e collegandole alle epidemie.
Detto ciò, è logicamente vero che ad alti prezzi dei cereali erano le fasce più povere a rimetterci di più in termini alimentari. Ciò che non pare certo a tutti gli storici della medicina o agli studiosi di demografia storica – o che almeno avrebbe bisogno di studi chiarificatori, perché non sembra per nulla scontato – è se siano esistite malattie che si svilupparono con più facilità in corpi sani o meglio nutriti. La dimensione ‘storica’ delle epidemie è particolarmente difficile da ricostruire, perché richiede un mix di competenze fra discipline e sensibilità molto diverse, come quella medica e quella storica. Perché alcune epidemie colpirono – e colpiscono – maggiormente i giovani, o gli anziani, i maschi, o le femmine, alcune aree ma non altre? Sono domande a cui è difficile rispondere anche in relazione all’epidemia odierna, figurarsi se proviamo a ricavare una risposta basandoci sui pochi dati che abbiamo a disposizione sulla Peste Nera del 1348, su quella manzoniana.

La folla si sparge ne’ magazzini. Metton mano ai sacchi, li strascicano, li rovesciano: chi se ne caccia uno tra le gambe, gli scioglie la bocca, e, per ridurlo a un carico da potersi portare, butta via una parte della farina: chi, gridando: “ aspetta, aspetta, ” si china a parare il grembiule, un fazzoletto, il cappello, per ricever quella grazia di Dio; uno corre a una madia, e prende un pezzo di pasta, che s’allunga, e gli scappa da ogni parte. (Promessi Sposi, cap. XII)
 [RD] Oggigiorno viviamo un momento di emergenza sanitaria che sta progressivamente coinvolgendo quasi ogni aspetto della vita civile. La storia può in qualche modo suggerirci qualcosa in proposito? Può aiutarci a interpretare il presente in maniera più significativa e meno allarmistica?

[FC] Non so se la storia ha qualcosa da insegnare su come gestire il presente. Di sicuro siamo in grado di dire che molte delle misure che ci vengono richieste oggi – lavarsi spesso le mani, evitare i contatti non assolutamente necessari, collaborare con le istruzioni e le direttive delle autorità – derivano da una tradizione molto antica e intrisa di pragmatismo.
Queste misure di contenimento a volte non hanno raggiunto i risultati attesi perché non si è riusciti a convincere la popolazione della bontà delle misure restrittive, o perché pochi approfittatori hanno pensato di poter beneficiare dell’infrazione delle regole. Oppure perché al rispetto di queste ultime, la popolazione ha preferito il ricorso a pratiche superstiziose e irrazionali, dettate non dal livello di conoscenze disponibili ma dalle credenze e dalle voci di corridoio. Quindi la storia se non altro ci insegna che le epidemie responsabilizzano sia la popolazione sia le autorità. Queste devono prendere decisioni chiare, spiegarle e convincere tutti della loro necessità: imporre non basta, non è mai bastato. La credibilità del legislatore è un fattore fondamentale per spingere la popolazione al rispetto delle regole.
Noi però oggi abbiamo dalla nostra un maggiore livello di conoscenze, la possibilità reale di arrivare a un vaccino in tempi oggettivamente non lunghi, una tecnologia che ci aiuta a superare difficoltà insormontabili dal punto di vista lavorativo o anche solo relazionale. Dobbiamo fare appello alla ragione e dobbiamo usare questi strumenti perché lo stato di eccezione che ha creato il Covid-19 si trasformi in un’opportunità per ripensare le forme tradizionali di organizzazione economica e sociale e non diventi invece solo la resa a un potere ancora più pervasivo o una situazione che provochi una frattura ancora più ampia tra popolazione e classi dirigenti.

Fine dell’articolo
Revisione: Arianna Sardella, Alessandro Ardigò

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