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Shalom, poeta. Omaggio a Luis Sepúlveda

Luis Sepúlveda, Le rose di Atacama

Oggi è il 25 aprile 2020, il settantacinquesimo anniversario della Liberazione d’Italia. In questa festa irrimediabilmente imprigionata dalla quarantena, ci sembra importante rendere omaggio a Luis Sepúlveda, che si è spento pochi giorni fa, il 16 aprile, dopo essere stato colpito dal virus Covid-19.
In particolare, vogliamo ricordarlo pubblicando un estratto dal breve racconto Shalom, poeta, dedicato al poeta ebreo Avrom Sutzkever (1913-2010), pubblicato nella raccolta Historias marginales del 2000 (in italiano, Le rose di Atacama).

Sutzkever è vissuto negli anni delle persecuzioni antisemite, durante il periodo della Seconda guerra mondiale, ed è riuscito a sopravvivere alla Shoah per diventarne testimone. Nel biennio 1943-1944 il poeta, che era riuscito a fuggire dal ghetto di Vilnius, combatté come partigiano contro le forze di occupazione che avevano invaso la Lituania.
A proposito della sua storia, Sepúlveda scrive:

Ammiro chi resiste, chi ha fatto del verbo resistere carne, sudore, sangue, e ha dimostrato senza grandi gesti che è possibile vivere, e vivere in piedi, anche nei momenti peggiori (SEPÚLVEDA 2000).

Resistenza, per lo scrittore cileno, non è una parola destinata a rimanere inerte su un foglio di carta; non è neppure un’esperienza che appartenga in modo esclusivo alla storia di una nazione o a quella di un’altra. Certamente, al verbo resistere Sepúlveda ha dato sostanza, molto più che letteraria. Basta scorrere la sua biografia per scoprire che quest’uomo, oltre che scrittore, è stato molto altro: guerrigliero, prigioniero, esule, ecologista. Basta leggere i suoi libri per rendersi conto che la leggerezza della sua scrittura non ha nulla a che fare con la superficialità, ma è frutto di una conoscenza viva, fin troppo ruvida, del mondo. È proprio in questa sua particolare sensibilità che risiede il valore, umano e quindi pedagogico, della sua scrittura.
Nipote di Gerardo Sepúlveda Tapia, un anarchico fuggito in America del Sud, Luis Sepúlveda nasce nel 1949 a Ovalle, in Cile. Da giovane, dopo una breve militanza nella Gioventù comunista cilena, parte per la Bolivia ed entra nelle fila dell’Esercito di liberazione nazionale. Nel 1970 rientra in Cile, si diploma in drammaturgia teatrale e diventa membro della guardia personale di Salvador Allende. L’11 settembre 1971 sposa Carmen Yáñez, da cui divorzierà in seguito; esattamente due anni dopo, l’11 settembre 1973, avviene il colpo di stato di Augusto Pinochet. Lo scrittore viene arrestato e torturato. Amnesty International interviene più volte a chiedere la sua liberazione e ottiene che la condanna a morte sia commutata in otto anni di esilio. Anziché partire per la Svezia com’era previsto, Sepúlveda scappa in Brasile, poi in Paraguay e infine in Ecuador, dove prende parte a una spedizione dell’Unesco per studiare l’impatto della civiltà occidentale sugli indios Shuar; poi  si sposta in Nicaragua e nel 1978 raggiunge le Brigate internazionali Simón Bolívar.
In seguito, lo scrittore decide di abbandonare il paese e di raggiungere l’Europa. Si trasferisce ad Amburgo, dove sposa in seconde nozze Margarita Seven. Questa unione non è destinata a durare: lo scrittore infatti riallaccia il legame sentimentale con la prima moglie Carmen, l’amore della sua vita, e la risposa il 21 agosto 2004. La sua vita è segnata da altri eventi importanti: nel 1982 si imbarca su una nave di Greenpeace, e il suo impegno di attivista per la causa ambientalista continua anche dopo il 1986, quando è fra i coordinatori dell’organizzazione.
Stabilisce la sua residenza a Gihón, in Spagna, ma non dimentica le vittime del golpe di Pinochet: dal 1998, anno dell’arresto del generale, ha chiesto a gran voce giustizia, ma la battaglia legale si è conclusa con il rifiuto dell’estradizione di Pinochet, ormai anziano, da parte dell’Inghilterra.

Nel febbraio 2020, mentre era in Portogallo, ospite di un festival letterario, Sepúlveda ha contratto il virus Covid-19 e si è spento a Oviedo il 16 aprile, pochi giorni fa. La notizia ha fatto il giro delle case di tutto il mondo: per i suoi lettori la sua morte ha significato una grave perdita in un momento storico già di per sé  difficile.

Nel corso della sua movimentata esistenza, Luis Sepúlveda ha scritto molti libri, alcuni dei quali sono diventati dei veri e propri best-seller: in ordine sparso, ricordiamo almeno Il vecchio che leggeva romanzi d’amore (1989), Il mondo alla fine del mondo (1989), Patagonia express (1995), Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare (1996), Diario di un killer sentimentale (1998), Il potere dei sogni (2006), Cronache dal cono Sud (2007), Storia di una balena bianca raccontata da lei stessa (2018).
Sepúlveda è stato, a seconda dei casi, criticato o amato perché leggibile senza alcuno sforzo, perché leggero anche nel trattare argomenti complessi, perché accessibile a tutti, bambini e adulti, quindi democratico tanto nella sua pratica letteraria quanto nei valori che hanno guidato la sua intera esistenza. Non l’ho mai conosciuto, ma i suoi versi e il suo esempio mi accompagnano come il pane e il vino.

Nell’immagine, il poeta Avrom Sutzkever. Immagine reperibile a questo link

Luis Sepúlveda
Shalom, poeta (estratto)
Non ho mai incontrato il poeta ebreo Avrom Sutzkever, ma un volumetto dei suoi versi tradotti in spagnolo mi segue ovunque io vada.
Ammiro chi resiste, chi ha fatto del verbo resistere carne, sudore, sangue, e ha dimostrato senza grandi gesti che è possibile vivere, e vivere in piedi, anche nei momenti peggiori.
Avrom Sutzkever nacque un giorno di luglio del 1913 a Smorgon’, un paesino vicino a Vilnius, la capitale della Lituania. Imparò a dare un nome alle piccole meraviglie dell’infanzia in yiddish e in lituano, ma prima ancora di compiere sette anni, essendo ebreo e quindi condannato a errare, dovette emigrare con la sua famiglia a Omsk, in Siberia, e lì incontrò il kirghiso, l’unico mezzo per descrivere la malinconica natura siberiana. […]
A nove anni, dopo la morte del padre, tornò a Vilnius che, come tutte le città dell’Europa orientale dotate di una significativa presenza ebraica, era un influente centro culturale […], finché non si iniziò a sentir ringhiare la belva nazista e l’aggressione tedesca alla Polonia non scatenò la seconda guerra mondiale. […] I tedeschi invasero la Lituania e gli ebrei furono confinati in un ghetto.
La prima notte nel ghetto è la prima notte nel sepolcro, / poi ci si abitua, scrisse Sutzkever, ma i suoi versi non racchiudevano alcuna rassegnazione, anzi parlavano della necessità di resistere per uscire dal sepolcro.
Una mattina di due anni dopo, all’alba, nel ghetto di Vilnius, i nazisti dissero alle persone, agli esseri viventi, ai membri della grande famiglia umana, che quel giorno dovevano morire. Avrom Sutzkever si ritrovò in mezzo a loro a scavare la fossa in cui sarebbero caduti. […] All’improvviso, la vanga di Sutzkever tagliò un piccolo verme e il poeta si stupì che le due metà continuassero a muoversi…

… Il verme tagliato in due diventa quattro,
ancora un altro taglio e si moltiplicano in quattro,
e tutti quegli esseri creati dalla mia mano?
Torna allora il sole nel mio animo cupo
e la speranza rafforza il mio braccio:
se un vermiciattolo non si arrende alla pala,
tu sei forse meno di un verme?

Avrom Sutzkever sopravvisse alla fucilazione. Ferito, cadde nella fossa assieme ai suoi compagni morti e fu coperto di terra, ma resistette.
Resistette la sua ragione e fu più forte della paura e del dolore. Resistette la sua intelligenza e fu più forte dell’ira. Resistette il suo amore per la vita e in quello trovò le energie necessarie per uscire dalla morte, vivere clandestinamente nel ghetto e organizzare una colonna di combattenti che, capeggiati dal poeta, iniziarono la resistenza armata nei paesi baltici.
I sopravvissuti all’olocausto non mancheranno mai di ricordare i messaggi pieni di speranza che, in mezzo all’orrore, Sutzkever faceva avere loro nei ghetti dell’Europa centrale e poi addirittura nei campi di sterminio. […] Nel 1943, Sutzkever ha trent’anni ed è un importante leader della resistenza antinazista. Il suo prestigio supera le frontiere, tanto che, dopo vari tentativi falliti, un aereo militare sovietico riesce ad atterrare oltre le linee tedesche per condurlo a Mosca. […] Gli intellettuali lo invitano a restare in Unione Sovietica, i poeti lodano la sua poesia, gli offrono addirittura il premio Stalin, ma Avrom Sutzkever rifiuta tutto e decide che il suo posto è nella resistenza. Terminata la guerra, il poeta fu uno dei testimoni chiave nel processo di Norimberga contro i gerarchi nazisti.
[…] Non ho mai conosciuto il poeta ebreo Avrom Sutzkever, ma mi ha insegnato che noi sognatori dobbiamo diventare soldati. So che sta per compiere ottantotto anni e sicuramente detesta che gli venga ricordata la sua veneranda età perché i vecchi muoiono in piena gioventù / e i nonni sono solo bambini mascherati.
Non l’ho mai conosciuto, ma i suoi versi e il suo esempio mi accompagnano come il pane e il vino.

Fine dell’articolo
Autrice: Serena Lunardi
Revisione e cura: Arianna Sardella, Alessandro Ardigò

BIBLIOGRAFIA

  • SEPÚLVEDA 2000 = Luis Sepúlveda, Shalom, poeta, in Le Rose di Atacama, Parma, Guanda, 2000, trad. it. di Ilide Carmignani. Edizione originale: Luis Sepúlveda, Historias marginales, Barcelona, Seix Barral, 2000.

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