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Vittoria Colonna

Donne invisibili – Come ridare voce alle autrici (SECONDA PARTE)

Isabella Andreini, poeta e una delle prime donne a calcare le scene teatrali.
Isabella Andreini, poeta e una delle prime donne a calcare le scene teatrali. In copertina Vittoria Colonna, dipinta dal pittore Jules Lefèvre

5. Ridare voce alle autrici.
Periodo medievale.
Il numero di donne che avevano accesso alla scrittura in epoca medievale era estremamente basso; la scrittura femminile non era però un fenomeno del tutto ignoto al medioevo, specialmente considerando le religiose. Tuttavia, una cosa è la scrittura, altra è la pubblicazione. Le donne non godevano certo di un credito o di un’autorità sufficienti da garantirsi un pubblico, elemento che è bene esplicitare: un conto è dire “non esistono scrittrici medievali” ben altra cosa è dire “non ci sono state trasmesse”!
È comunque possibile trovare alcuni esempi interessanti.
In termini generali, quando, introducendo il medioevo, si parlerà degli scriptoria monastici, dei copisti e dei miniatori, sarà utile spiegare che molte erano le donne copiste e miniatrici (Plebani, 2001). Si potranno poi citare le molte mistiche: Rosvita (Hrotsvitha, 935-1002), autrice di poesie e narrative religiose in latino (alcune con dettagli decisamente divertenti); Ildegarda di Bingen (1098-1179); Chiara d’Assisi (1194-1253) nota anche per la corrispondenza con Agnese di Boemia; la Beata Beatrice I d’Este (1192 ca-1226) che scambiò lettere con Papa Innocenzo III; la Beata Umiliana de’ Cerchi (1219-1246) molto venerata nella Firenze duecentesca; Umiltà da Faenza (1226-1310) autrice di quindici Sermones; Angela da Foligno (1248-1309) mistica e terziaria francescana che lascia lettere e un memoriale.
Si potranno inoltre menzionare le donne di medicina, già citate all’inizio di questo articolo, come Trotula de Ruggiero (1050-1097 circa), della quale restano alcune interessanti opere (Green, 2014).

Santa Chiara affrescata da Giotto. Immagine di pubblico dominio
Santa Chiara affrescata da Giotto. Immagine di pubblico dominio

Per una vera e propria analisi testuale, invece, si potrà considerare questa lista di autrici attive dal XII al XIV secolo (lista che non ha pretese di esaustività).
Beatrice di Dia o Contessa di Dia (1140 ca-…), torbairitz, autrice di quattro canzoni amorose e una tenzonen (una presente nel volume di Armellini et alii qui analizzato).

Beatriz de Dia - fonte: BN MS12473. Immagine di pubblico dominio
Beatriz de Dia – fonte: BN MS12473. Immagine di pubblico dominio

Compiuta Donzella (XIII sec.) della quale ci sono giunti tre sonetti (uno parte di una tenzone con Dante da Magliano). Il dubbio sull’esistenza di una vera donna dietro questo nome è stato instillato da Adolfo Borgognoni nel 1878 sulla base della tesi che nel medioevo non esistessero poete e non su prove documentarie. Se è vero che non ci sono dati certi che provino l’esistenza di Compiuta Donzella e Nina Siciliana (vedi infra) è anche vero che non ci sono dati che confermino che si tratti di personaggi fittizi. Si tratta, in ogni caso, di una questione che riguarda gli studiosi e le studiose più che gli e le studenti. Anche qualora si trattasse di figure fittizie, i componimenti loro attribuiti sono certamente letture interessanti per il loro punto di vista femminile che rappresentano, che esso corrisponda o meno al fattore biografico. Il sonetto A la stagion che ‘l mondo foglia e fiora (si vedano, come esempio, l’analisi del testo nel manuale La letteratura, a cura di Barberi Squarotti, Balbis, Genghini, Atlas, o quelle dei volumi Con altri occhi, di Armellini et alii, Le occasioni di Sboarina; Limpida meraviglia di Panebianco et alii; Felici approdi di Galli et alii) offre un’interessante prospettiva femminile e soprattutto un originale controcanto alle convenzioni cortesi. Steinberg nota che il Codice Vaticano Latino 3793, che contiene l’opera dell’autrice, è composto da sezioni; ognuna si apre con una figura di caposcuola, prosegue con le figure maggiori e si conclude con poesie anonime, alcune delle quali rappresentano un punto di vista femminile, che, dato ancor più interessante, rovesciano il punto di vista maschile espresso nei componimenti precedenti. Le poesie della Compiuta Donzella fiorentina rappresentano infatti una critica alla poesia cortese: al tormento sentimentale dell’amante cortese, si sostituisce la preoccupazione del tutto pratica della donna. “Se la franca gente può giocare a “servire” Amore […] la Compiuta […] sarà costretta, nella realtà, a servire un signore o sire, contro la sua volontà” (Steinberg, 2006, p. 17).

Alla stagion che il mondo foglia e fiora, di Compiuta Donzella
Alla stagion che il mondo foglia e fiora, di Compiuta Donzella

Nina Siciliana (XIII sec) la cui esistenza fu posta in dubbio dallo stesso Borgognoni con gli stessi argomenti, è un’altra rimatrice della Scuola siciliana che compare in una raccolta cinquecentesca. Il sonetto anonimo Tapina me che amava uno sparviero (Vat. Lat. 3793) riprende il tema dell’amante come sparviero, presente nei lai di Maria di Francia e il motivo della falconeria, attività comune per la nobiltà, incluse le nobildonne, e molto praticata alla corte di Federico II.
Una scuola poetica femminile marchigiana trecentesca composta da Ortensia di Guglielmo, Leonora della Genga, Livia da Chiavello, Giovanna d’Arcangelo di Fiore ed Elisabetta Trebbiani, è oggetto di un recente studio. Come già Compiuta Donzella e Nina Siciliana, queste autrici rivendicano una voce femminile nella poesia amorosa, protestando, ad esempio contro i matrimoni imposti e contro l’essere additate come impudiche o mostruose per la loro attività poetica (Cerrato, 2013; Arriga Flórez, Cerrato, 2020). Si suggerisce, in particolare Tacete, o maschi, della Genga.

Caterina da Siena (1347-1380) è senz’altro un personaggio femminile da non trascurare che compare frequentemente nelle antologie e nei manuali (tra quelli qui esaminati qui: Baricco, Baldi et alii, Armellini et alii). Oltre alla componente mistica, sulla quale non ci si sofferma qui, considerando la vastità della letteratura critica, varrà la pena sottolineare l’aspetto dirompente della santa senese. La letteratura del tempo raccomandava isolamento domestico e silenzio alle donne di ogni condizione, criticando persino la vocazione religiosa se non si accompagnava alla clausura in ambiente urbano e fortemente controllato (Francesco da Barberino, in Reggimento e costumi di donna, ad esempio, parla del grandissimo pericolo dell’eremitaggio vista la naturale debolezza e inclinazione al peccato delle donne). Per Caterina (che a 7 anni si consacrò a Dio vivendo in preghiera, digiuni e veglie nella sua cella domestica), tuttavia, la consacrazione religiosa non coincise mai con l’isolamento. Al contrario, giovanissima, si unì alle mantellate, gruppo di terziarie formato principalmente da vedove dedite al servizio dei poveri, scegliendo una vita attiva e raggiungendo presto grande fama. Nel corso della sua vita Caterina non fu solo una mistica e un angelo degli ultimi, ma un’importante figura politica e religiosa, agì infatti come diplomatica, trattò da pari con figure pubbliche, re e Papi, fu consigliera spirituale di religiosi e laici di entrambi i sessi e scrisse lettere in cui descriveva la vita spirituale in termini virili e militari, invitando religiosi e religiose a frequentare senza timori i luoghi pubblici per portare la carità e la parola di Dio (per un esempio di analisi della famosa lettera a Raimondo da Capua si possono vedere il manuale di Atlas e Pearson; Il sito biblioteca.scuola.zanichelli.it offre un’ampia scelta di lettere di Caterina).

Caterina da Siena affrescata da Andrea Vanni (Basilica di San Domenico, Siena)
Caterina da Siena affrescata da Andrea Vanni (Basilica di San Domenico, Siena)

Tra le opere degli autori canonici, poi, si potranno selezionare passi che offrono una prospettiva alternativa sul genere femminile. Si potranno menzionare, ad esempio, il De mulieribus claris di Boccaccio, e la tradizione classica e medievale delle donne famose che il certaldese accosta a quella degli uomini illustri affrontata da Petrarca (De virus illustribus). Si potrà leggere, in particolare l’introduzione, in cui l’autore, difendendosi dall’accusa, già mossa dopo la pubblicazione del Decameron, di amare troppo le donne, dichiara che è lecito parlare di donne famose perché, considerando la naturale imperfezione e debolezza femminili, coloro che si sono distinte per forza o intelligenza superando i limiti imposti dalla natura, meritano di essere ricordate. Molte delle figure descritte da Boccaccio (Seminarimide, le amazzoni, Circe, Penelope, Lavinia, Didone, Rea Silvia, Saffo, Lucrezia, Claudia, Virginia, Sulpicia, Sofonisba, Ortensia etc.), l’idea stessa di catalogo, di una tradizione femminile, torneranno nelle opere di autrici e autori successivi, come Christine de Pizan, Laura Cereta, Isotta Nogarola e Baldassarre Castiglione e potrebbero costituire la base di un modulo sull’esemplarità femminile nelle varie epoche.

Si potrà anche creare un modulo sulla figura della donna guerriera, a partire dal mito delle amazzoni, alla rappresentazione guerresca di Laura nel Triumphus Pudicitie di Petrarca, alla riscrittura del mito delle amazzoni nel Teseida di Boccaccio, includendo anche il ritratto della principessa Aigiarne offerto da Marco Polo (1254-1324, si veda l’edizione LiberLiber p. 323), o dalle guerriere descritte da Antonio Pucci (c. 1310 – 1388), nei cantari di Madonna Lionessa o della Regina d’oriente.

Christine de Pizan (1365-1430 ca.), nata a Venezia (da padre nato a Pizzano, Bologna, da cui Pizan) e naturalizzata francese, è stata la prima scrittrice professionista d’Europa, ed è un’altra presenza consueta nei manuali (tra quelli qui analizzati, compare nel manuale di Sboarina). A lei è stato recentemente dedicato il film Christine, Cristina, di Stefania Sandrelli. Sarà quindi importante ricordarla sottolineando alcuni aspetti chiave della sua biografia oltre alle sue opere. Alla morte del marito e del padre, a soli 25 anni Christine si ritrova sola e in disgrazia, con un’anziana madre e tre figli da accudire ed è costretta a “trasformarsi in uomo”, come lei stessa scrive nel Livre de la mutation de Fortune, diventando calligrafa, illustratrice e scrittrice (per la biografia dell’autrice si vedano il Dizionario Biografico o Zanichelli, si consideri anche il volume per ragazzi Christine e la città delle dame di Silvia Ballestra, Laterza, 2015). Se dapprima Christine si dispera e si lamenta di non essere nata uomo, in seguito si pente di aver denigrato la sua natura femminile, capisce che le donne sono state a torto diffamate nel corso della storia, realizza che la conoscenza sarà la chiave della salvezza sua e del genere femminile, che si incarica di difendere. Nella sua opera più celebre, La città delle dame, un’allegoria della città ideale governata e abitata da donne, Christine riprende e corregge la tradizione dell’esemplarità femminile, rappresentata soprattutto da Boccaccio, confutando la tesi millenaria dell’inferiorità delle donne (per ulteriori suggerimenti e letture dal testo originale si può vedere Caraffi, 2004).

Christine de Pizan (1365-1430 ca.)
Christine de Pizan (1365-1430 ca.)

Quattrocento
Anche il Quattrocento ha le sue mistiche, come Caterina Vigri (Caterina da Bologna, 1413-1463 per le opere si veda Biblioteca Italiana), scrittrice, miniatrice, pittrice e badessa; Caterina Fieschi Adorno (Caterina da Genova, 1447- 1510), Illuminata Bembo (1410/20-1483), ma questo secolo è dominato dalle umaniste. L’accesso femminile all’istruzione cresce. Molte nobildonne ricevono un’educazione pari a quella dei loro parenti maschi, una donna colta è infatti considerata ornamento della corte e un mezzo di elevazione sociale per la famiglia; molti umanisti istruiscono le loro figlie (così ad esempio Costanza Barbaro, figlia dell’umanista Francesco, Caterina Caldiera, figlia di Giovanni, Alessandra Scala, figlia di Bartolomeo). Alla fine del secolo la figura dell’erudita è ormai stabile, tanto che la lode (laudatio) della nobildonna erudita diventa un genere in voga (come il componimento O decus Italia virgo di Poliziano per Cassandra Fedele; fra i molti saggi sulle erudite del Quattrocento, si possono vedere, per esempio, King, 1991 e Cox, 2008.).
Fra le tante erudite del Quattrocento meritano una menzione le donne Nogarola Angela (m. 1436) e le sue nipoti, Ginevra e Isotta, educate entrambe secondo il modello umanista, lodate dai maggiori intellettuali dell’epoca. Quando la prima lascia gli studi per sposarsi, la seconda, Isotta Nogarola (1418-1466), si dedica completamente all’erudizione (Opere; opere complete in latino). Isotta scambia lettere con noti umanisti e compone un dialogo filosofico sul tema del peccato originale: De pari aut impari Evae atque Adae peccato, in cui si dibatte su chi tra Adamo ed Eva abbia peccato maggiormente. Opera che si potrebbe citare come esempio di dialogo umanistico (sul quale si può vedere Boršić, Skuhala Karasman, 2015). Nel 1439 l’intera famiglia Nogarola (Isotta, sua madre e suo fratello) è costretta a trasferirsi per colpa di un pamphlet anonimo che accusava falsamente Isotta di condotta immorale. Questo episodio descrive perfettamente il rifiuto sociale e talora violento dell’erudizione femminile (e che potrebbe far parte di un modulo sul bullismo o l’hate speech), soprattutto l’idea di un contributo attivo alla società e di un ruolo pubblico (Isotta era stata invitata più volte dall’amministrazione cittadina a tenere orazioni pubbliche), invece di un’esistenza domestica, sobria e silenziosa. Da allora, per poter proseguire la sua attività intellettuale, Isotta assume uno stile di vita austero, lasciando raramente la sua stanza, trasformata in libraria cella.

Isotta e Angela Nogarola.
Isotta e Angela Nogarola.

Laura Cereta (1469-1499) è un’altra umanista, di cui ci rimangono alcune lettere. L’epistola XVIII, indirizzata a Bibulo Semproni, in particolare, costituisce una difesa delle donne e dell’istruzione femminile, che contiene un catalogo di donne famose. Cereta, opponendosi a Boccaccio, sostiene che le erudite così come le donne che si sono distinte per coraggio, non sono affatto un’eccezione, ma fanno parte di una tradizione millenaria, di cui partecipano anche lei e le sue contemporanee (testo latino dell’edizione seicentesca; un estratto dell’edizione moderna in inglese a cura di Diana Robin).

Fra le donne connesse a noti personaggi rinascimentali, invece, andranno senz’altro menzionate Lucrezia Tornabuoni (1425-1482), moglie di Piero di Cosimo de’ Medici e madre di Lorenzo il Magnifico. Donna di grande influenza che sostituisce spesso il marito, di salute cagionevole, nel governo della città. Dopo la morte di Piero è reggente in attesa della maggior età di Lorenzo e non manca di esercitare la sua influenza anche sulla politica del Magnifico. Molto attiva nelle opere di carità è autrice di numerose lettere, laudi e di poemetti religiosi ispirati principalmente a eroine bibliche. La istoria della casta Susanna, Storia di Judith vedova hebrea e Storia di Hester regina mettono in scena donne forti che, come l’autrice, “si intromettono” nella politica maschile, condividono responsabilità di governo e non esitano a mettere a rischio la loro reputazione con azioni pubbliche per salvare la loro comunità (si può poi vedere, ad esempio, Milligan, 2011; Edizioni moderne a cura di Tylus, 2001 e Ardissino, 2015).

Similmente Antonia Pulci (1452 ca.-1501), moglie di Bernardo Pulci, rimasta presto vedova diventa terziaria e compone sacre rappresentazioni. Nella Rappresentazione di Santa Domitilla (si veda qui), ad esempio, l’autrice riscrive la storia narrata da Jacopo da Varazze nella Legenda aurea. Mentre nell’originale la fanciulla non aveva voce (la sua conversione e il suo martirio venivano narrati da due schiavi), nella versione di Pulci Domitilla è la vera protagonista, non solo ha un ruolo attivo ma è anche dipinta come una giovane colta e tanto coraggiosa da ingaggiare un duello erudito con l’imperatore in persona (edizione moderna a cura di Weaver, 2002).

La scrittrice Laura Cereta 1469-1499)
La scrittrice Laura Cereta (1469-1499)

Cinquecento
Il Cinquecento segna un ingresso di massa delle donne sulla scena letteraria, specialmente come esponenti di alcuni generi, come la poesia petrarchista e il dramma pastorale, che, cantando amori casti, sono considerati più consoni. A scrivere non sono più solo religiose, nobildonne e umaniste, ma anche artiste e cortigiane.
Cresce la consapevolezza delle potenzialità femminili, gli uomini leggono e apprezzano le autrici, gli autori ne parlano sempre più spesso, gli editori pubblicano le loro opere, e le Accademie le ammettono tra i loro membri.
Nelle sue Vite de’ più eccellenti pittori, scultori, e architettori, Giorgio Vasari cita alcune artiste: Properzia de’ Rossi (1490-1530), scultrice; Plautilla Nelli (1524-1588) suora, pittrice e capo di una bottega tutta femminile, e Sofonisba Anguissola (1532-1625), pittrice.
Ariosto, nel canto XX del Furioso, ricorda le donne illustri del passato (ottave 1-2) e accenna alle contemporanee, troppo spesso vittime di gelosie e infamie (3). Nel canto XXXVII invita le donne a prendere coscienza della tradizione erudita femminile e a intraprendere carriere letterarie (23). Nel canto XLVI, invece, cita numerose nobildonne e due note poete petrarchiste, Veronica Gambara (1485-1550) e Vittoria Colonna (1492-1547).
Nel Cortegiano – che per ammissione dello stesso autore fu ispirato da Vittoria Colonna – Castiglione dedica un libro alla descrizione della dama ideale, passando in rassegna le virtù e le potenzialità femminili, citando esempi classici e contemporanei di donne di valore. Come Ariosto accusa gli uomini di averle troppo a lungo taciute (si vedano i capitoli XIII, XXII-XXXVIII, XLIII-LII).
La “questione femminile” diventa uno dei temi del dibattito intellettuale, come dimostrano i molti trattati sul tema: Della eccellenza e dignità delle donne (1525) di Galeazzo Flavio Capra; De nobilitate et praeecellentia foeminei sexus (1529) di Heinrich Cornelius Agrippa di Nettesheim (tradotto col titolo Della nobiltà et eccelenza delle donne, da Alessandro Piccolomini lo stesso anno); De institutione feminae Christianae (1523) di Juan Luis Vives; il Dialogo della instituzion delle donne (1545, 1547, 1553) di Ludovico Dolce; La nobiltà delle donne (1549) di Ludovico Domenichi; l’Instituzione d’ogni stato lodevole delle donne cristiane (1575) di Agostino Valier; il Discorso della virtù femminile e donnesca (1582) di Torquato Tasso.
Intellettuali di prim’ordine come Castiglione, Bembo, Dolce, Domenichi, Giovio, corrispondono e dibattono con autrici e poete e frequentano i loro cenacoli intellettuali.

Vittoria Colonna è la prima autrice di cui è pubblicato a stampa un intero volume (tredici edizioni in tutto, dalla prima, Pirogallo, 1538, a quella di Giolito, 1559, a quelle settecentesche e ottocentesche); seguita da Tullia d’Aragona (1510 ca.-1556), autrice del Dialogo della infinità dell’amore, di vari volumi di rime e del Meschino; e Laura Terracina (1519-1577), che ha all’attivo quarantacinque pubblicazioni tra il 1548 e il 1567.
La poesia petrarchista in cui l’amore è purificato da ogni componente terrena, spesso è amore coniugale per un marito morto e quasi deificato, diventa un genere particolarmente praticato alle donne. Come notato da King e Rabil, la visibilità delle scrittrici era vista come minaccia nel corso del Quattrocento. La vita austera e ritirata di queste poete cinquecentesche, l’assoluta fedeltà alla memoria dei mariti defunti e la deificazione della figura maschile, invece, sembrano rassicurare (e forse gratificare) letterati e studiosi del Cinquecento (e oltre), che non mancano di citare Gambara e Colonna come luminosi esempi poetici.
E non è un caso nemmeno che le poete petrarchiste, figure così in linea con una visione canonica della femminilità, siano una presenza comune nei manuali. In genere, però, non vengono inseriti più di uno o due componimenti preceduti da brevi introduzioni. Biografie e opere, invece, meriterebbero maggiori approfondimenti e confronti testuali. I testi possono facilmente essere reperiti online (le rime di Colonna, Gambara e Stampa, si possono trovare su biblioteca.scuola.zanichelli.it e su Liberliber, dove si troveranno anche le opere di Veronica Franco e Isabella Morra, o su bibliotecaitaliana.it), per gli approfondimenti si potrà vedere, ad esempio, Liriche del Cinquecento a cura di Monica Farnetti e Laura Fortini (Iacobelli, 2014).
Colonna, compare in Calitti, Armellini et Alii e Prandi. Isabella di Morra (1520 ca.-1545 ca., uccisa dai fratelli insieme al presunto amante, che potrebbe, insieme ad altri esempi storici, costituire un modulo sul femminicidio, e le cui rime si possono leggere su Liberliber), è citata da Iannaccone e Novelli e Prandi. Veronica Franco (1546-1591; anche in questo caso vita e rime valgono un approfondimento), compare in Armellini et alii e Prandi.
Interessante è la presenza di Gaspara Stampa (1523-1554), inclusa anche in alcuni manuali per il biennio (Calitti, Baldi et Alii, Armellini et Alii, Carneto e Iannaccone, Prandi per il triennio; Galli e Quinzio, Sboarina, per il biennio), nonostante la sua anticonvenzionalità. Oltre al grande amore, Collatino di Collalto, Stampa dedica le sue rime anche ad altri uomini e non descrive i suoi amori come “errori” o peccati, anzi, nel sonetto proemiale vengono detti “sublimi” e portatori di gloria, rovesciando la tradizione petrarchista (Farnetti e Fortini, 2014, p. 234-35). Pur lodando il valore dell’amato Collatino, Stampa descrive se stessa come superiore a lui nella virtù (sonetto Novo e raro miracolo di natura, XCI nell’ed. Salza).
Varrebbe la pena considerare però anche altre petrarchiste. Ad esempio Chiara Matraini (1515-1604), non solo per la sua vita fuori dagli schemi e il suo ruolo pubblico, ma per il suo “attraversare tutti i topoi della donna letterata senza abbracciarne totalmente uno”, misurando con tutti i generi (Farnetti e Fortini, 2014, p. 132), per la sua rivendicazione di un ruolo da protagonista come donna e poeta (si veda ad esempio il sonetto Quel sì dolce di gloria ardente sprone, Farnetti e Fortini, 2014, p. 148, in cui lamenta l’ingiusta segregazione femminile).
Così pure Laura Terracina (1519-1577), autrice di grande successo, la più pubblicata fra le contemporanee, che infrange la tradizione discostandosi da tema amoroso o devozione, tradizionalmente femminili, e affrontando argomenti come la guerra, il potere, il rapporto tra i sessi. Si potrebbero leggere, a corredo delle letture ariostesche, i suoi lamenti dei personaggi del Furioso (Sacripante, Rodomonte, Isabella, Bradamante, il lamento di Bradamante è presente in Farnetti e Fortini, 2014), così come qualche passaggio del suo Discorso sopra tutti li primi canti dell’Orlando furioso (non un commento in prosa, ma un centone di versi di Terracina e Ariosto), come le ottave in risposta al canto V e al canto XXVII di Ariosto, in cui Terracina affronta rispettivamente il tema della violenza contro le donne e della scrittura femminile (Farnetti e Fortini, 2014).

Nel corso del Cinquecento alla commedia di ispirazione classica, spesso licenziosa, si sostituisce il dramma pastorale che mette in scena amori casti, e che, come la lirica petrarchista, è vista come genere femminile. Contemporaneamente, con il diffondersi della commedia dell’arte le donne iniziano anche a calcare le scene teatrali.
La stagione del dramma pastorale cinquecentesco, al quale si potrebbe dedicare un modulo, si apre con l’Aminta di Tasso, 1573, e si conclude con il Pastor fido di Guarini, 1590, inframezzate dalla Mirtilla di Isabella Andreini (1562-1604) e la Flori di Maddalena Campiglia (1553-1595), pubblicate entrambe nel 1588.
Ci si potrà soffermare sull’interessante biografia di Andreini, che riceve una raffinata educazione, sedicenne entra come attrice nella Compagnia teatrale dei Gelosi, e, a partire dagli anni ’80 è anche poeta, molto apprezzata da Tasso, che incontra nel 1593 e con cui “duella” in versi. Isabella entra anche a far parte dell’Accademia degli Intenti di Pavia, pubblica un volume di Rime (1601), seguito da altri postumi (Rime, 1605; Lettere, 1607). Nei suoi scritti, come in teatro, Andreini ricopre sia ruoli femminili che maschili. Tra i suoi componimenti si potranno vedere, oltre a qualche estratto dalla Mirtilla, il sonetto proemiale o quello in morte di Tasso.
Anche Campiglia stimò e fu apprezzata da Tasso, che compare anche nella sua Flori come Alessi, al quale la protagonista, alter-ego dell’autrice, si lega con un amore casto e intellettuale.

Vittoria Colonna, del pittore Jules Lefèvre
Vittoria Colonna, dipinta dal pittore Jules Lefèvre

A chiusura del Cinquecento, non potrà poi mancare Moderata Fonte (1555-1592). Si potrà leggere qualche ottava del suo Floridoro insieme a quelle di Ariosto e Tasso, ma anche qualche passo de Il merito delle donne, scritto negli anni ’80 ma pubblicato postumo nel 1600. In questo rivoluzionario trattato, Fonte mette in scena un dialogo filosofico tra sole donne in cui le protagoniste, tutte onestissime signore veneziane riunite in una rispettabile dimora, rovesciano millenarie teorie sull’inferiorità femminile. Per secoli i filosofi hanno descritto le donne come creature fragili, predisposte al peccato, che la natura crea per vivere in casa, sotto il controllo dei maschi, per natura forti e predisposti al comando. Fonte, tuttavia, per bocca delle sue protagoniste, sostiene che la superiorità maschile, lungi dall’essere naturale, è risultato della sopraffazione (“Questa preminenza si hanno essi arrogata da loro […] usurpandosi arrogantemente la signoria, che vogliono avere sopra di noi; e la quale anzi dovremmo noi avere sopra di loro”) e che se la natura fa gli uomini più robusti è perché a loro spetta la condizione lavorativa e servile e alle donne quella domestica e patronale: (“si vede chiaramente che ’l loro proprio è di andarsi a faticar fuor di casa […] come fanno a punto i fattori o castaldi, acciò noi stiamo in casa a godere e commandare come patrone; e perciò sono nati più robusti e più forti di noi, acciò possino sopportar le fatiche in nostro servizio”, p. 16). Agli uomini è da attribuire la supposta immoralità femminile; anche le più peccaminose delle donne della storia, infatti, non sono nate tali, sono state corrotte dagli uomini. Rovesciando l’idea di segregazione domestica femminile, Fonte conclude che l’unico modo per le donne per realizzarsi appieno e diventare creature quasi divine, è vivere il più possibile separate dagli uomini (“la donna segregata dalla virile conversazione è una creatura quasi divina e può operar cose meravigliose” p. 30), assicurandosi una rendita autonoma e una dimora dignitosa (“una stanza tutta per sé”, come dirà Virginia Woolf).

Il merito delle donne. Immagine reperibile a questa Url.
Il merito delle donne. Immagine reperibile a questa Url.

Seicento
Margherita Sarrocchi (1560-1617) poeta, apprezzata da Galilei, con il quale intrattenne una corrispondenza fra il 1611 e il 1612, fu tra i membri delle maggiori accademie romane. Di lei si ricorda la Scanderbeide (1606), poema epico che mette in scena Giorgio Castriota, detto Skanderberg, condottiero quattrocentesco rapito dagli ottomani e cresciuto musulmano, poi ribellatosi, convertito al cristianesimo e divenuto capo dell’insurrezione dell’Albania contro l’impero ottomano. L’opera è perfettamente in linea con i canoni dell’epica post-tridentina e il protagonista largamente ispirato al Goffredo tassiano, come modello di saggezza, umiltà, magnanimità e virtù. Sarrocchi fu fieramente avversata da Marino che nell’Adone la descrive come “loquacissima pica” derisa dai cigni, allegoria dei veri poeti.
Lucrezia Marinella o Marinelli (1571-1653), veneziana, è stata scrittrice prolifica che si è misurata con ogni genere, dalle opere religiose (la Colomba sacra, 1595, poema eroico sul martirio di Colomba; diverse vite di santi e della Vergine), ai discorsi filosofici, al poema di argomento mitologico (Amore innamorato e impazzato, 1598), al trattato (La nobilità ed eccellenza delle donne et i difetti e mancamenti de gli huomini, 1600; risposta a I donneschi difetti di Giuseppe Passi, 1599), al romanzo pastorale (Arcadia felice, 1605), al poema eroico (L’Enrico, overo Bisanzio acquistato, 1635, sulla quarta crociata ed encomio della Repubblica di Venezia). Di Marinella si potranno leggere alcune ottave dell’Amore innamorato e impazzato, vista l’originalità del rovesciamento del tema mitologico e come anticipazione e contrappunto all’Adone di Marino.
Arcangela Tarabotti (1604-1652, biografia) destinata dalla famiglia al chiostro, autodidatta amica di importanti intellettuali e accademici dell’epoca, è autrice di opere dirompenti sulla monacazione forzata, come la Tirannia paterna o Semplicità ingannata, pubblicata postuma nel 1654 e l’Inferno monacale (mai pubblicato, probabilmente per volontà della stessa autrice che lo ritenne troppo compromettente) sulla condizione monacale, il Paradiso monacale, di tono più accettabile, pubblicata nel 1643; sulla condizione femminile, Antisatira, 1644, risposta alla satira Contro il lusso donnesco di Francesco Buoninsegni (1638).
Nella Tirannia, in particolare, Tarabotti definisce la violenza usata alle giovani costrette a prendere i voti, come peccato contro Dio e il dono del libero arbitrio (pp. 2-5) basata, da un lato sull’avidità dei familiari (le fanciulle venivano infatti monacate per evitare i costi di una dote e di un matrimonio e per escluderle dall’eredità di famiglia), dall’altro su una presunta superiorità maschile. Come già sostenuto da Fonte, tuttavia, anche per Tarabotti, la dominazione maschile è mera usurpazione, basata su arroganza e crudeltà (pp. 6-8). Utilizzando sapientemente il testo biblico e la letteratura religiosa, Tarabotti sostiene che inferiorità femminile e imposizione della clausura non compaiono mai nelle Sacre Scritture (15-18), anzi, contraddicono la volontà divina (34-36), che ha voluto creare la donna come aiuto simile all’uomo (11-14; 19-23) non come sua schiava o come essere imperfetto. Come Fonte, poi, Tarabotti si scaglia contro i vizi degli uomini, esaltando al contrario la fortezza femminile, rappresentata soprattutto dalla maggior capacità di dominare i propri istinti e conservare la virtù (11-12; 24-27). Uno degli aspetti più rivoluzionari dell’opera è poi il fatto che l’autrice non solo si scaglia contro il sesso maschile, contro padri e fratelli crudeli come tiranni (44-46), ma anche contro i governanti, preoccupati più della salvezza dei patrimoni individuali che della salvezza delle anime (49-51). Conscia della legislazione ecclesiastica, inoltre, Tarabotti sottolinea che le monacazioni forzate contraddicano i decreti papali (247), oltre a rappresentare un grave pericolo perché spingere le monache prive di vera vocazione al peccato (72-75; 108-111; 173-176).
La lettura di qualche passo della Tirannia potrebbe certamente accompagnare lo studio della figura manzoniana della monaca di Monza e facilitarne la contestualizzazione storica e sociale.

 

Bibliografia
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Fine dell’articolo.
Autrice: Marianna Orsi
Revisione e cura: Alessandro Ardigò

 

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