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Prosimetro Moderno, ovvero Le avventure di K. – intervista ad Alessandro Ardigò

Abitazioni da metropoli
Block Blocks Metropolis City. Immagine in creative commons, sorgente: https://www.maxpixel.net/Block-Blocks-Metropolis-Adventures-City-3617651

Quella riportata di seguito è l’intervista condotta da Camilla Ronchi ad Alessandro Ardigò, autore di Prosimetro Moderno (Eretica edizioni, 2020) e ideatore del progetto Radici Digitali, in occasione della rassegna DocAmiata 2021. L’opera è un tentativo – misurato ma ambizioso, sostenuto da un dialogo sempre aperto con i classici di ogni tempo, da Dante a Kafka a Leopardi – di riflettere sul ruolo della poesia oggi, o meglio sul senso della poeticità in un mondo, come quello attuale, che pare costantemente negarla. In questo senso, Radici Digitali prosegue la serie di interviste ad autori contemporanei come Dome Bulfaro e Cristiano Poletti, alla ricerca, nel caos post-moderno del presente, di una possibile direzione per il futuro. Buona lettura.

(CR) Camilla Ronchi: Buonasera a tutte e a tutti, io sono Camilla Ronchi e questa sera, qui a DocAmiata 2021, abbiamo come ospite l’autore di Prosimetro Moderno, Alessandro Ardigò. Comincio subito con le domande: che cos’è Prosimetro moderno?
(AA) Alessandro Ardigò: Buonasera a tutte e tutti e grazie per avermi invitato. Dunque, Prosimetro moderno è un libro uscito nell’autunno 2020, è un libro molto agile di non molte pagine ed è, diciamo così, un po’ particolare. Il fil rouge è costituito da racconti brevi che hanno un unico protagonista, K. Queste narrazioni sono intervallate ogni volta da una poesia. Qualcuno lo ha definito un pochino surreale, qualcun altro un libro “alla Edward Hopper”. In effetti Prosimetro è particolare proprio perché è un genere non tipicamente contemporaneo. Il prosimetro c’è nella nostra letteratura, ma c’è soprattutto all’inizio. L’idea del prosimetro rispecchia una cultura che non è la cultura moderna, ma più che altro del Medioevo e dell’antichità. Secondo me, proporre un prosimetro oggi, in questo presente “liquido”, significa proporre un qualcosa di ibrido, un miscuglio di forme. Il miscuglio, l’essere multiforme, a mio parere, può essere sia significativo che descrittivo del mondo che ci troviamo a vivere. Un mondo che ha fame di molteplici forme e le fagocita incessantemente. Questa impostazione, ovviamente, ha un portato di interrogativi impliciti che fanno da fondamenta concettuali del libro: quale il limite delle forme? Quale l’effetto del contrasto e della contrapposizione? Soprattutto, il discorso sotteso che troviamo in Prosimetro moderno, un po’ ironico, un po’ caustico, è sulla natura della poesia oggi. Dove si trova la “poesia” in questo libro? Nelle poesie? Oppure nei racconti? Oppure per questo libro non sarebbe meglio parlare di anti-poesia? Questo non posso essere io a dirlo, io faccio la proposta letteraria, sarà poi il lettore a dare una sua risposta, magari ribaltando o negando la domanda del libro.

CR: I racconti e le poesie, tecnicamente, non le ha scritte l’autore, cioè lei, ma si trovano in un “quadernetto ritrovato” durante una sorta di pellegrinaggio non religioso per non meglio specificate “campagne meccanizzate”. Lei semplicemente traduce questo quadernetto, come spiega nell’introduzione. Il protagonista non ha un vero nome, ma si chiama genericamente “K.”, come se ognuno potesse costruire l’identità del protagonista, dare una faccia diversa a questo K. Quindi volevo chiederle, per lei chi è K.?
AA: “Chi è K.?” è una domanda a cui non è immediato rispondere. Provo a farlo partendo dal titolo. Prima ho discusso del significato di “Prosimetro”, ora provo a discutere quello di “moderno”, per vedere se riesco ad avvicinarmi ad una risposta alla tua domanda. Voglio dire, l’idea del moderno, in realtà, nel libro è l’idea del post-moderno, cioè il tentativo di rintracciare dei “pezzi” della nostra tradizione, in questo caso della nostra tradizione letteraria occidentale, per riassemblarli in maniera inedita, per riproporli come qualcosa di nuovo. Ad esempio, la costruzione e la finzione letteraria per cui non sono io a scrivere, ma i testi sono nel quadernetto ritrovato, va a riprendere l’artifizio del Manzoni. Però attenzione, il fine del libro non è quello di essere “citazionista”, non ci si aspetta affatto che il lettore “individui” varie citazioni più o meno nascoste, non è un prurito acculturato. È piuttosto l’idea, come dicevo prima, del “pezzo” e del suo “riassemblaggio” per vedere che effetto fa, che effetto fanno le tante forme che si trovano nel libro. Anzi meglio se il lettore legge senza preoccuparsi troppo. L’idea del collage forse si avvicina. Oppure, a me piace molto l’immagine del mare o del fiume che depositano detriti sulla riva in maniera caotica, senza che ci sia una qualche logica predeterminata.
Per quanto riguarda il protagonista, K., egli è veramente etereo: mi sono già confrontato con altri lettori e altre lettrici e ho capito che K. come personaggio o risuona immediatamente nell’animo di chi legge, oppure viene rifiutato. Ci sono delle corde che questo protagonista va a toccare che possono risuonare o non risuonare a seconda di chi legge. Anche io non sono sicuro che potrei riscrivere le storie di K. in questo momento della mia vita. Probabilmente no. Ma quello che volevo dire, è che la forma “K.” in se stessa è però ancora una forma “post moderna”. Non so quante volte, non solo nella letteratura, ma anche nella musica e nelle varie altre forme di arte e di comunicazione, ho visto il nome “K.”. Talmente tante volte che, secondo me, questa forma arriva a essere caratteristica della contemporaneità, ma avendo un grado di significato pari a zero. K. è una scatola vuota, insomma. Noi, ad esempio, abbiamo un grandissimo della letteratura del XX secolo che è Kafka. K. certo parte da lì, ma non si rifà davvero a Kafka. Si rifà a tutto lo sterminato riutilizzo che la nostra cultura ne ha fatto. Ad esempio, mi dicono che ora c’è in commercio un libro che ha anch’esso, proprio nel titolo, il nome “K.”, “Trilogia della città di K.”. Io non l’ho ancora letto, ma siccome mi dicono che è bello mi propongo di leggerlo. Il fatto è che quando sono venuto a saperlo sono stato molto contento, perché questa mia idea di riutilizzare “K.” come una cifra dell’attualità, come una scatola che potesse contenere tutto e niente, era giusta e funzionava. Sempre per stare nella letteratura e nel rimaneggiamento di Kafka e delle sue forme, penso ad esempio a due autori che mi piacciono tantissimo e che sono Philip Roth e Haruki Murakami: entrambi riutilizzano la formula del “K.” ed entrambi riflettono moltissimo su Kafka e lo fanno entrare nei loro scritti e nelle loro storie. Ad esempio, Roth scrive Looking for Kafka e In search of Kafka. Murakami invece Kafka sulla spiaggia e Samsa innamorato.

Intervento del pubblico: Buonasera, volevo fare un intervento. Mi presento, sono Nicola. Ho letto questo libro prima di venire qui stasera. Io vedo ciò che lei descrive come un doppio passaggio di allontanamento da parte dello scrittore. Prima un allontanamento dato dal ritrovamento di un libretto, e poi la sigla “K.”, impersonale, che lo definisce come protagonista. Perché questo bisogno di allontanamento? Anche il fatto che “K.” non faccia parte dell’alfabeto italiano secondo me acuisce la distanza.
AA: È una domanda a cui è difficile rispondere e per cui la ringrazio. Ogni lettore e ogni lettrice che incontro trovano qualcosa di nuovo, a cui magari io non avevo pensato. Non c’è bisogno di citare il costruttivismo per dire che se un libro “funziona”, non in senso commerciale ovviamente, ma in senso letterario, il suo significato va oltre il significato che intendeva dare l’autore. In questo senso l’autore sparisce e rimane solo l’opera. Più che io, quindi, è K. che mette questo spazio tra lui e la realtà. La realtà per K. non è qualcosa di solido. È qui che si gioca la poetica del libro – se c’è della poetica in questo libro – nel continuo mettere spazio fra se stesso e l’esterno. La ringrazio molto per questo intervento che mi permette di focalizzare meglio le cose. Probabilmente se il libro ha qualcosa da dire lo dice proprio in funzione di questa lontananza. Potremmo definirla una “poetica della distanza” o qualcosa di simile.

CR: I racconti molto spesso si aprono con immagini, immagini che raccontano di un paesaggio di capannoni e pianura, che poi vanno a finire in una riflessione più o meno universale. Cosa hanno a che fare i luoghi di K. con le domande che egli si pone?
AA: Effettivamente il paesaggio è uno degli elementi più significativi del libro. Ho di fatto descritto il paesaggio della città diffusa, la cui caratteristica è il continuo inframezzarsi fra scene industriali e scene agricole: nello stesso scorcio il capannone e, a fianco, il campo coltivato dalla trattrice. La terra e la lamiera nello stesso colpo d’occhio, cespugli sui fossi e onduline di eternit. È il paesaggio della megalopoli, dei suoi margini, è ciò che vive K. È importante l’ambiente perché è lì che K. cerca il senso, il significato. K. cerca di dare una poetica a questo paesaggio, si aggira alla ricerca di significati sottili in questo ambiente che è duro, è spesso poco umano e piegato all’interesse. Non è più il paesaggio contadino e non è nemmeno il paesaggio borghese della città. Questo tipo di territorio – la megalopoli diffusa – senza di fatto una tradizione culturale, è forse l’ambiente che la contemporaneità del post-capitalismo si è mangiata più velocemente rispetto ad altri ambienti, spinta dalla logica dell’interesse. Penso a enormi plinti di autostrade vuote che tagliano l’orizzonte poggiando su campi coltivati a mais. Così K., questa scatola aperta e un po’ distante da tutto, come dicevamo prima, cerca di dare un senso poetico a quel luogo, non solo un senso materiale o economico. Il continuo alternare l’orizzontalità della prosa con la verticalità della poesia è un tentativo di ricerca di senso. Non solo, il libro si apre con una citazione in epigrafe: “E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce”. Questa è la stessa epigrafe che usa Leopardi per una delle opere che apprezzo di più – forse il più bel componimento della letteratura italiana? non so – che è La Ginestra, la penultima poesia scritta prima di morire. L’inizio fa così:

Qui su l’arida schiena
del formidabil monte
sterminator Vesevo,
la qual null’altro allegra arbor né fiore,
tuoi cespi solitari intorno spargi,
odorata ginestra,
contenta dei deserti.

L’immagine è quella di un paesaggio in cui tutto è distrutto – in quel caso dall’eruzione del Vesuvio – eppure c’è una ricerca instancabile del profumo della ginestra. Anche in K. c’è un paesaggio distrutto da interessi materiali ma c’è l’instancabile tentativo, nonostante tutto, di cercare un profumo, un qualcosa di sottile. La ricerca della ginestra in K. è la ricerca di un significato pieno, che ovviamente è irraggiungibile nella contemporaneità. Un significato pieno, cioè un significato in cui si può credere, perché intelligenza razionale ed emotiva vanno nello stesso verso. Se tutto è distrutto, c’è però ancora il profumo che quella piantina lascia sul versante del Vesuvio. Leopardi in qualche modo è anche il nostro primo autore “moderno”, ma qui mi fermo perché sennò prendiamo un’altra china che ci porterebbe magari lontano dai temi dell’intervista. È lui che fonda in Italia l’idea della poesia moderna: un dialogo emotivamente profondo e sincero con se stessi e con la Natura, qualcosa che va dentro nell’essere.

CR: Lei mi parla di Leopardi, ma so che è uno studioso di Dante. Quanto c’entra l’Alighieri in Prosimetro Moderno?
AA: Be’ sì, se si dice “Prosimetro” subito la mente va alla Vita Nova. Quest’anno poi è il settimo centenario e Dante è davvero sulla bocca di tutti, forse anche un po’ troppo, un po’ troppo nel senso che forse siamo andati oltre una legittima “attualizzazione” e Dante è stato proprio inglobato e masticato nelle dinamiche commerciali della nostra epoca, quando invece studiare il passato significa l’opposto secondo me, cioè riflettere su strade alternative alla proposta di vita del nostro presente. Significa vedere altre vie, che non siano per forza fagocitate dalle dinamiche dell’oggi. Comunque, tornando al mio libretto, almeno a livello superficiale Dante non ha grande influenza, nel senso che temi e immagini e parole non sono – almeno così mi pare – riprese da lui. Diverso invece se spostiamo il discorso più in profondità e poniamo attenzione alle strutture. Allora sì, lì credo sia possibile vedere il suo influsso, anche perché, mi piaccia o no, è l’autore con cui mi sono più a lungo confrontato nella vita. Ovviamente, ormai l’avrete capito, non è l’Alighieri “originale”, storico, filologico; è semmai l’Alighieri per come è stato riscoperto dagli scrittori del Novecento. L’anti Petrarca, cioè l’anti “poesia pura”, il miscuglio di stili, all’accostamento costante fra alto e basso, è il realismo associato allo sperimentalismo. Tra l’altro noi siamo abituati a dare grande credito a Dante, ma non è stato sempre così, anzi più lungamente è stato il contrario, cioè ha avuto la preminenza Petrarca. Ogni tanto mi chiedo se non siamo ormai alle soglie per un’altra ondata petrarchesca. Ovviamente non sarebbe soltanto una questione di stile, ma il gusto, come tu sai, si porta dietro anche i valori di un’epoca. Petrarca, ad esempio, era il difensore della tirannide, per lo meno secondo i suoi oppositori fiorentini. Mi fermo qui però… sennò, per l’ennesima volta, dovremmo prendere strade socio-letterarie che ci porterebbero fuori.

Brano Finalista del Premio internazionale Apollo Dionisiaco, Roma 2021
Brano Finalista del Premio internazionale Apollo Dionisiaco, Roma 2021

CR: Com’è il tempo invece nel Prosimetro moderno? In diversi punti, infatti, si parla del tempo come “mulinello”, come qualcosa di “sospeso”.
AA: Sì, diciamo che le due concezioni del tempo che ereditiamo sono quella del tempo lineare, e quindi della visione del tempo come progresso, e quella del tempo ciclico, e quindi l’idea dell’eterno ritorno. Il tempo che c’è nel Prosimetro è un tempo “esploso”. Prosimetro è costruito su storie che in realtà sono frammenti, non c’è una narrazione vera e propria. Già nell’introduzione si dice che ci sono solo tracce e che è impossibile, o comunque difficile, pur applicando il metodo di ricostruzione razionale-filologico, risalire ad un insieme unitario. Questo rifiuto della narrazione ovviamente è il rifiuto dell’incasellamento, del ruolo preciso all’interno di un contesto, della spiegazione chiara ed esauriente. Non c’è uno sviluppo nella storia, o meglio, c’è ma è talmente velato e solo intravisto, che l’immagine forte che si ha è che non c’è una storia. Sono pezzi, sono frammenti di un qualcosa e galleggiano sopra un mare, più o meno alla deriva, senza un andamento preciso. Si rifiuta una narrazione, e quindi si rifiuta l’essere in un ordine. Certo, siccome poi le cose sono sempre molto più complesse di come le si raccontano, in realtà poi nel libro c’è un tentativo di ingabbiamento del tempo, ma non come tempo lineare, piuttosto come tempo ciclico, il tempo delle stagioni. Il tempo ciclico permette di esprimere la sensazione senza che ci sia una storia. Devo dire che in Prosimetro Moderno un pochino c’è l’ammirazione per gli aspetti della Natura, vista come qualcosa che si oppone o fa da contrasto alla megalopoli. Ma questa natura non è necessariamente positiva, cioè è un’idea di Natura che cerca di andare al di là delle retoriche (delle narrazioni) che nei nostri anni si sono create sulla Natura come sempre positiva, buona, salutare. La Natura offre ancora delle parti molli che l’acciaio non può prendere. È una natura che guarda di sottecchi nascosta da una polla d’acqua di una risorgiva, che si nasconde, che si difende.

CR: Ultima domanda. L’esperienza della pandemia: se ne parla almeno in due punti del libro, a metà e alla fine, quando si sentono le ambulanze di sottofondo. Volevo chiederle che impatto ha avuto il coronavirus sulla stesura di questo libro.
AA: Sì, ci sono diversi momenti in Prosimetro moderno in cui si sentono le sirene delle ambulanze, ma non sono direttamente collegate al virus. Il loro rumore nevrotico e assordante è un leit motiv del libro. Ma, come dicevo, le sirene non sono per forza collegate alla pandemia. Sono piuttosto metafora del vivere in un allarme continuo, un allarme emotivo che si mette a suonare senza nessuna ragione, senza che nessun “ladro” sia entrato davvero in casa. Sono metafora dell’ansia e del panico, di un perenne e immotivato senso di allarme. Raccontano la sensazione di pericolo senza che ci sia un pericolo: sono una cifra dell’oggi, il panico come una straniante contrapposizione fra realtà e percezione. K. vive il più profondamente possibile queste emozioni perché è un non-eroe contemporaneo, e quindi le vive e le racconta, le descrive.
Più in generale su pandemia e letteratura già ora sono numerosissime le opere narrative che ne parlano, ma forse dobbiamo aspettare ancora qualche tempo, aspettare che le vicende vengano metabolizzate, per trovare un Paolo Diacono o un Boccaccio o un Manzoni che le descrivano così bene. Sicuramente questi tre autori in questo ultimo anno se non altro sono stati riscoperti e hanno avuto una loro visibilità pubblica. Sono stati molti gli articoli e gli interventi che cercavano un senso all’esperienza presente andando a prendere delle esperienze già esperite, già viste. E questo è anche il senso un po’ della coscienza storica, una coscienza che riesce ad ammorbidirci grazie al confronto con qualcosa che è già successo. Benedetto Croce diceva che ogni storia è storia contemporanea, proprio perché siamo noi che andiamo a cercare una determinata vicenda e poniamo ad essa delle domande. Così ogni presente ha bisogno di raccontare una nuova storia ponendo diverse domande al proprio passato. Ma così sto un po’ uscendo dal Prosimetro.

CR: Ma sono temi interessanti… anche se non direttamente connessi al suo libro.
AA: Dico l’ultima cosa, allora, per riassumere un po’ la chiacchierata di stasera: Prosimetro moderno è un libro che cerca il suo senso nella contrapposizione, nel presentare la contrapposizione, nel mostrarla. Fra prosa e poesia, fra orizzontalità e verticalità, fra natura e post capitalismo, fra un dentro e un fuori. Una contrapposizione che non ha una soluzione, ma che è significativa di per se stessa. Una contrapposizione che spesso però è sfumata, perché i limiti fra un gruppo e l’altro sono sfumati. I confini dell’antitesi sono sfumati. La contrapposizione è tanto evidente quanto poi è difficile da definire compiutamente, perché i contorni si sciolgono. Come c’è scritto nella quarta di copertina, “è un crocevia di forme in equilibrio mutevole sempre destinate a trasformarsi in qualcos’altro. È la prosa-poesia, il regno di una incerta antitesi, di una incerta identità.”
Grazie a tutte e a tutti.

CR: Grazie e lei e a tutti i presenti stasera.

Camilla Ronchi e Alessandro Ardigo alla Libreria Quanto Basta di Grosseto, luglio 2021
Camilla Ronchi e Alessandro Ardigò alla Libreria Quanto Basta di Grosseto, luglio 2021

Fine dell’articolo
Autore: Camilla Ronchi

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