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Drawing Elena Ferrante’s profile for good – ovvero, lo sappiamo benissimo chi è Elena Ferrante

L'invenzione occasionale
Immagine di copertina al link: https://www.amazon.it/Frantumaglia-geschriebenes-Leben-Elena-Ferrante/dp/3844529535 L’invenzione occasionale. Immagine originale al link: https://www.edizionieo.it/book/9788833570792/l-invenzione-occasionale

E se per capire i testi e chi li ha scritti la smettessimo di partire da quello che si dice o da quello che pensiamo e partissimo dai testi e dalla loro lettura?
E se per capire chi è Elena Ferrante, invece di interrogare l’intelligenza artificiale (si veda Drawing Elena Ferrante’s profile. Workshop Proceedings. Padova, 7 september 2017, a cura di Arjuna Tuzzi e Michele A. Cortellazzo, Padova, Padova University Press, 2018) o infiltrarsi nei conti bancari (come ha fatto Claudio Gatti, in Ecco la vera identità di Elena Ferrante, in «Il sole 24 ore», 2 ottobre 2016, https://www.ilsole24ore.com/art/ecco-vera-identita-elena-ferrante-ADEqsgUB), leggessimo quello che lei ha scritto, e in particolare quello che ha scritto di sé?
Trovo davvero poco senso e poca verità nelle sperticate dichiarazioni d’amore prive del più elementare livello di rispetto. Provo autentico orrore per il morboso desiderio di violare e invadere la sua sfera privata che così spesso le accompagna. Se i responsabili di tali violazioni avessero letto le parole di Ferrante capirebbero quanto dolore causano alla persona che dichiarano di amare così appassionatamente.

Ciò che segue altro non è che un’attenta lettura dell’opera ferrantiana, con particolare attenzione per La frantumaglia (2003, 2016) e L’invenzione occasionale (2019). 

La frantumaglia
La frantumaglia. Immagine reperibile qui: https://www.edizionieo.it/book/9788866327929/la-frantumaglia

1. La biografia
La persona che scrive con il nom de plume Elena Ferrante nasce in un rione popolare di Napoli nella prima metà degli anni ’40. Viene battezzata con il nome della sua bisnonna (Frantumaglia, II, 8). Della neonata non ci sono foto, la prima le viene scattata a due anni (L’invenzione occasionale, p. 73).
Ha almeno due sorelle minori, una di sei, l’altra di tre anni più giovane.
Il padre è molto geloso e incolpa la moglie di piacere troppo agli uomini, di attrarli con la sua bellezza involontariamente procace.
Da bambina, Elena ha un rapporto molto possessivo con la mamma, sente il padre come un rivale molesto (citazione tratta da Freud e che riecheggia nel titolo del suo primo romanzo).
L’autrice adulta confessa il suo desiderio infantile di trattenere e contenere la madre; il desiderio vano di imporle l’aspetto dimesso di casa al posto di quello elegante che assume ogni volta che esce; la smania di chiuderla a chiave perché non venga “rubata” (F, I, 16). Questo amore prepotente assume le forme del distacco, del risentimento, persino dell’odio e del disprezzo verso la madre, esiti estremi dell’angoscia costante di perderla (Invenzione, pp. 69-70).

La piccola Elena cresce fra il taglia e cuci. La madre è infatti sarta e il suo lavoro è sempre accompagnato dalle chiacchiere e dalle confidenze delle clienti che frequentano la casa.
Descrivendo quegli anni Ferrante non menziona mai le sorelle; forse la madre rinuncia al lavoro con la nascita delle altre due bambine, limitandosi, da quel momento in poi, a confezionare abiti per sé, le figlie e le parenti. Elena, tuttavia, detesta quei vestiti che la madre le cuce copiandoli dalle riviste e imitando sarti famosi; li ritiene eccessivi, eccentrici, ne vorrebbe di più normali, uguali a quelli delle coetanee (F, I, 16).
La famiglia cambia casa diverse volte (F, I, 3). 

Lungo tutta l’infanzia, Elena è esposta a “una napoletanità non camorrista sempre a rischio di camorra” per la quale “il salto criminale”, sempre in agguato, “è preparato oltre che dalla miseria […] dalla “normalità culturale”” (F, II, 7). A Napoli si sente “continuamente a rischio”, è una città violenta in tutti i sensi, non solo negli atti dei suoi abitanti, ma anche nei rumori, negli odori. “Una città di litigi improvvisi, di mazzate, di lacrime facili, di piccoli conflitti che finivano in bestemmie, oscenità irriferibili e fratture insanabili, di affetti così esibiti da diventare insopportabilmente falsi”. È la “Napoli volgare” di gente sistemata” ma ancora terrorizzata dalla necessità di tornare a doversi buscare la giornata con lavoretti precari, pomposamente onesta ma, nei fatti, pronta a piccole nefandezze per non sfigurare, chiassosa, di voce alta, sbruffona […], perbene e potenzialmente criminale, pronta a immolarsi alloccasione, o alla necessità, di non dimostrarsi più fessi degli altri”. Elena si sente diversa la vive “con repulsione” (F, I, 9).

Il periodo della scuola elementare è molto felice. “La meraviglia” dell’apprendere, dell’acquisire nuove competenze riempie la giovane alunna di gioia. Elena è una scolara diligente, ottiene ottimi risultati e si applica con grande disciplina. Per tutta la durata dei suoi studi, università compresa, tuttavia, il fine dell’istruzione le pare eccellere, per ottenere buoni voti e un buon lavoro (“non mi è mai sembrato che conoscere il latino o il greco avesse un valore […]. Li consideravo occasione di pura esercitazione scolastica, erano lingue morte il cui studio serviva a ottenere un buon voto, un diploma, un possibile lavoro”). Lo studio finalizzato al costruirsi una cultura, confessa, arriverà solo in seguito (“Solo dopo la laurea ho cominciato a imparare sul serio”, Invenzione, pp. 47-48).
Lettura e scrittura diventano ben presto attività quotidiane e totalizzanti. Elena legge molto e di tutto, non solo i grandi classici consigliati dagli e dalle insegnanti, ma anche i rotocalchi e i fotoromanzi che circolavano in casa (“mi appassionavo alle storie dei giornaletti femminili che circolavano in casa” F, I, 9; “il fotoromanzo è stato uno dei miei primi piaceri di lettrice in erba” F, II, 9). Scrive diari, prende appunti, rielabora le sue letture, abbozza racconti. Per lei leggere e scrivere sono attività complementari e inseparabili, non si può scrivere senza leggere, non si può leggere senza rielaborare scrivendo, non si può raccontare senza al contempo leggere e riutilizzare, ricreandolo, ciò che si è letto.
Scrive e riscrive continuamente innumerevoli racconti, sperimentando generi e stili, attingendo al grande serbatoio della letteratura.
Per qualche anno tiene un diario. Se nella vita è una ragazzina timida e taciturna, nella scrittura non conosce freni, si lascia andare a pensieri “audaci”, a un linguaggio che oralmente non oserebbe mai utilizzare. Vive nel terrore che i familiari trovino i suoi diari (Invenzione, p. 13). In questa fase scrive quasi ossessivamente ed è presa da una “smania di verità”, un desiderio insopprimibile di riprodurre la realtà dei fatti (I margini del dettato, pp. 57 e sgg.). Supererà questa smania angosciosa solo alcuni anni dopo.

Nonostante il carattere timoroso, la Ferrante bambina racconta molte bugie. Talora mente per sembrare migliore o per vantarsi di azioni che le sarebbe piaciuto compiere, altre volte per sottrarsi a pericoli. Ad alcune bugie si dedica con impegno costruendole nei dettagli perché sembrino reali, tanto da credere lei stessa che lo siano. Coetanei e coetanee spesso credono alle storie fantasiose che narra con convinzione, altre volte però pensano che siano troppo belle per essere reali. A causa di queste critiche e per un certo desiderio di diventare adulta, come spesse le accade, Elena si impone “da un giorno all’altro una disciplina feroce” e smette del tutto di mentire. Le menzogne restano nei racconti che scrive ma da quel momento diventa “una narratrice orale ossessivamente veritiera” (Invenzione, pp. 63-64).

A dodici anni, forse per lo stesso desiderio di diventare adulta, inizia a fumare. Si libererà del tabagismo solo in anni recenti (Invenzione, pp. 43-44).
Fin dal periodo del ginnasio è attratta dal mondo classico: il mito, la tragedia, l’epica (“sono stata una lettrice accanita e ho scritto parecchio sul mondo classico da ragazza” dice in F, II, 8) che diventano fonti di ispirazione. Le storie di Didone, Arianna, Medea, Leda, Elena sono infatti motivi e nomi ricorrenti nei suoi romanzi.
Da bambina la bellezza prorompente della madre la mette in soggezione, si sente una figlia “sbiadita”, “senza peso” (F, II, 9). Da adolescente rifiuta ogni abbellimento, cerca di nascondere il suo aspetto sotto abiti larghi, che alla madre, sempre molto curata, sembrano trasandati (“Da ragazza sono stata nemica dei tratti femminili. Truccarmi, la voglia di farlo, il desiderio di mettermi un vestito che mi stesse bene, lidea stessa dellabito che ti sta bene mi indispettivano, mi umiliavano. Temevo che qualcuno pensasse che mi vestissi a quel modo per piacergli e ridesse alle mie spalle […]. Perciò mi nascondevo in camicioni, maglioni di due misure più grandi, jeans larghi. Volevo cancellarmi di dosso lidea di bel vestito ereditata da mia madre, indossare vesti per tutti i giorni, non essere come lei che metteva solo abiti della festa malgrado la miseria della sua vita di donna” F, I, 16).

A circa sedici anni legge i Vangeli e giudica “l’intera vicenda di Gesù […] terribile”. Ne ricava il senso di una natura umana “votata o a mettere in croce i propri simili e tutti gli altri esseri viventi, o a farsi mettere in croce”, di un sovrumano che spaventa, di un Dio Padre crudele (Invenzione, pp. 35-36).
Intorno ai vent’anni finisce la fase dell’ossessione per la verità. Ferrante abbandona la scrittura diaristica e incanala il desiderio di verità “dentro racconti di invenzione”. La contraddizione è solo apparente; come dichiara più volte, Ferrante punta a una narrazione che, pur nell’invenzioni racconti sempre la verità. Una volta abbracciato questo nuovo stile butta via i suoi vecchi quaderni (gesto che non suonerà nuovo a lettori e lettrici dell’Amica geniale), che ormai le sembrano “di una scrittura rozza, senza pensieri degni, pieni di esagerazioni infantili” (Invenzione, p. 14).
Più o meno nello stesso periodo cresce il suo interesse per la politica e, di conseguenza, per l’informazione. Per paura di aver vissuto, fino a quel momento, senza sapere abbastanza del mondo, e nel timore di diventare superficiale, si impone la lettura di quotidiani, libri di storia, filosofia, sociologia (Invenzione, p. 59).
Molto giovane (forse dopo la maturità classica?) trova un lavoro fuori Napoli e lascia la città, che comunque le sembrava già “senza possibilità di redenzione” (F, II, 2).
Cambia, negli anni, diversi lavori (F, I, 10). 

Le biografie dei primi due romanzi dicono che l’autrice abbia vissuto a lungo in Grecia, ma in un’intervista a Francesco Erbani del 2003 Ferrante spiega: “la Grecia per me è […] un modo sintetico per dire che negli anni ho cambiato spesso luogo, in generale di mala voglia, per necessità. Adesso, però, tendo a diventare sedentaria […] non dipendo più dagli spostamenti degli altri, solo dai miei” (F, II, 2).

Circa a metà degli anni Sessanta si laurea in Lettere antiche (F, II, 2). È da escludere una tesi sul quarto libro dell’Eneide. È da escludere altresì che abbia frequentato la Scuola Normale Superiore di Pisa.
Una persona che vuole mantenere l’anonimato non dichiarerebbe mai di aver frequentato un istituto che ammette solo cinquanta studenti l’anno e i cui allievi e allieve si conoscono tutti per nome, cognome e anno di iscrizione. Nel racconto dell’esperienza pisana di Elena Greco in Storia del nuovo cognome, l’autrice non inserisce nessun segreto noto solo agli adepti del prestigioso collegio e che facciano presumere un suo passato normalista. Al contrario, Ferrante descrive in modo piuttosto generico edifici, vie e ritrovi della città; dettagli noti a chiunque frequentasse l’ateneo in quegli anni. La ricostruzione di Marco Santagata presuppone (in modo troppo ingenuo per essere credibile in un filologo di fama) che la conoscenza di tali dettagli implicasse necessariamente la partecipazione diretta, mentre per la scrittura di tali passaggi sarebbero bastati racconti altrui. D’altra parte i racconti altrui sono da sempre una delle fonti principali delle trame ferrantiane.

Nelle rivelazioni biografiche centellinate negli anni, l’autrice non fa mai riferimento a un suo matrimonio, ma parla di almeno due figlie, nate, forse, tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta. Dice di essersi occupata della primogenita neonata “da sola, senza aiuti, senza denaro” (Invenzione, p. 23).
Tra gli innumerevoli racconti e romanzi mai pubblicati (quanto meno non come Elena Ferrante) nella seconda metà degli anni Ottanta scrive quelli che, dopo numerose rielaborazioni, pubblica a partire dagli anni Novanta (Margini, p. 59). Altri sono seguiti nei dieci anni che separano L’amore molesto (1992) e I giorni dell’abbandono (2002). Intorno al 1998, per esempio, abbozza un testo provvisoriamente intitolato Le lavoranti, ma non consegna mai il manoscritto alla casa editrice (F, I, 10).

Per quanto riguarda la sua attività lavorativa più recente, nel 2003 dichiara “studio, traduco, insegno” (F, II, 2).
Ammette anche di avere difficoltà a parlare in pubblico e di averlo fatto rarissime volte, controvoglia, dopo essersi preparata ossessivamente per giorni (Invenzione, p. 75).
Ama le piante. Forse più degli animali, in particolare dei gatti, che adora (Invenzione, p. 83). Il personaggio dei Giorni dell’abbandono che più le ha provocato sofferenza è il cane Otto (F, I, 12) e l’ispirazione del romanzo le è giunta da un pastore tedesco che ha molto amato (F, I, 14).
Quando va a una cena o a una festa è sempre l’ultima ad andarsene (Invenzione, p. 85).
Detesta i toni alti della voce (Invenzione, p. 29) ma adora ridere e far ridere, anche se questo le riesce poco (Invenzione, p. 21). Si definisce una pavida-combattiva (Invenzione, p. 12). La pizza le è indigesta, non mangia spesso gli spaghetti, non gesticola (Invenzione, p. 19). Per partito preso non dice male di altre donne (Invenzione, p. 25). Le sue figlie le ricordano quotidianamente che è “dell’epoca della penna stilografica e dei telefoni a gettone” (Invenzione, p. 27). Dopo aver sofferto per anni di insonnia a trent’anni ha cominciato a prendere sonniferi, per poi scoprire che arrendersi e dormire poco la notte e abbastanza nel primo pomeriggio era più salutare (Invenzione, p. 46). Non è mai stata in analisi (Invenzione, p. 49), lo ha detto tante volte ma continuano a chiederglielo (perché, chiaramente, nessuno prima di domandare legge). 

È più che evidente che di Elena Ferrante sappiamo moltissimo. Più di quello che sappiamo di tante altre scrittrici e scrittori.
Dunque perché non dovrebbe bastarci? Cos’altro ci è così necessario conoscere oltre a quello che lei stessa ha rivelato e a quello che di sé ha scritto nei suoi romanzi?
Forse il problema non è nella mancanza di informazioni, nella presunta lacuna biografica (che nulla toglie al valore, al significato o alla piacevolezza dei racconti), ma nel pubblico leggente (o non leggente).
Forse quello che manca sono buoni lettori e buone lettrici.

L’importante è il libro, “di chi l’ha scritto, alle lettrici e ai lettori veri non importa niente” (F, I, 6, corsivo mio) ci rimprovera Ferrante comprensibilmente spazientita.
Il vero lettore e la vera lettrice, da non confondersi con il o la fan, cerca non la faccia friabile dellautrice in carne e ossa che si fa bella per loccasione, ma la fisionomia nuda che resta in ogni parola efficace” (F, I, 2), ci ammonisce.
Il così detto “mistero Ferrante”, montato ad arte dai soliti noti, non solo non esiste (come queste pur modeste 6 pagine di dati biografici dimostrano) ma “per i lettori veri” oltre che per l’autrice “è un disturbo” (F, I, 7).

Elena Ferrante gode di un successo internazionale. Immagine reperibile a questo link:
Elena Ferrante gode di un successo internazionale. Immagine reperibile a questo link: https://images-na.ssl-images-amazon.com/images/I/813jzif5ItL.jpg

2. L’anonimato
La prima dichiarazione di anonimato risale a una lettera inviata agli editori nel 1991.
Il primo rifiuto di un’apparizione pubblica segue l’assegnazione del Premio Procida Opera prima all’Amore molesto, nel 1992.
La prima intervista negata è quella richiesta dal giornalista Francesco Erbani, nel 1995.
La sua decisione di non comparire (“Non intendo fare niente […] che comporti limpegno pubblico della mia persona. […] Non parteciperò a dibattiti e convegni […]. Non andrò a ritirare premi […]. Non promuoverò il libro mai, soprattutto in televisione […]. Interverrò solo attraverso la scrittura”) non viene immediatamente motivata (“Tutte le ragioni di questa mia decisione mi riesce difficile esporle” F, I, 1). Ferrante accenna a “limiti soprattutto caratteriali” (F, I, 9).
Specifica tuttavia che la scelta è stata fatta in accordo con la famiglia (“Mi sono definitivamente impegnata in questo senso con me stessa e con i miei familiari” F, I, 1).
L’autrice motiva, invece, la sua ritrosia a concedere interviste con una sua – presunta – difficoltà a fornire risposte brevi. “Io cerco idee correndo dietro alle parole e ho bisogno di moltissime frasi – veri confusissimi sproloqui – per approdare a una risposta”, scrive nella sue lettera di rifiuto a Erbani (F, I, 6). “Ogni domanda mi fa venire voglia di raccogliere le idee, frugare in libri che amo, utilizzare vecchi appunti, chiosare, divagare, raccontare, confessare, argomentare […] alla fine mi accorgo che ho messo insieme i materiali non per unintervista […] ma per un racconto-saggio, e naturalmente mi perdo danimo” scrive, rifiutando un’intervista di Anna Maria Guadagni nel 1995 (F, I, 7). (La serie di brevissimi interventi pubblicati nel corso del 2018 per il The Guardian e confluiti nel volume L’invenzione occasionale, 2019, tuttavia, smentiscono la tesi dell’incapacità di sintesi).

Dopo la pubblicazione dei Giorni dell’abbandono, concede tre interviste. Altre seguono negli anni successivi, sempre in forma scritta e per tramite della casa editrice e/o.
Ferrante descrive la scrittura come atto doloroso, di scavo interiore, e la pubblicazione come uno sgravarsi con sofferenza, un doloroso separarsi da una parte di sé, la fine di una sensazione di eccessiva esposizione, cui segue il rifiuto di ulteriore contatto. Per usare le sue parole: “Quando il libro è finito, è come se si fosse stati frugati con eccessiva intimità e non si desidera altro che riguadagnare distanza, ritornare integri”. “Quando si smette di scrivere si ritorna se stessi”. L’autrice prova sollievo quando il libro, una volta stampato “se ne va altrove” lasciandola in pace (“Prima era lui a starmi addosso”). 

Il libro si stacca dall’autrice, diventa merce, ma l’autrice rifiuta di seguirlo (“L’ho scritto per liberarmene, non per restarne prigioniera”, F, I, 9).
Il parallelo fra scrittura e maternità, così come è descritta nella Figlia oscura, è qui (per chi lo ha letto) del tutto evidente. La scrittura, come la maternità, è gioia estrema ed estrema sofferenza; è sentir crescere dentro di sé di un essere vorace che assorbe tutte le energie per poi espellerlo con dolore; il distacco è sollievo ma anche violenta sottrazione di una parte di sé.
In questo, con tutta probabilità vanno cercate le ragioni vere del suo desiderio un ponevrotico di intangibilità”, del suo anonimato.

Ferrante non sta nell’ombra (“stare nell’ombra è un’espressione che non mi piace. Sa di complotto, di sicari”, F, II, 7), semplicemente parla di violenza e dolore, e violenza e dolore vanno ricevuti con rispetto.
La sua è una scelta. E, in un mondo che immancabilmente biasima le vittime e giudica le donne per il loro aspetto e per la loro biografia più che per le loro competenze, una scelta politica.

I giorni dell'abbandono. Immagine reperibile a questo link:
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3. Una volta per tutte: Elena Ferrante non è un uomo
Dalla notte dei tempi le donne si travestono da uomo per ottenere attenzione, per accede all’istruzione o per acquistare maggiore autonomia. Mitologia, letteratura, agiografia e storia sono piene di esempi. Da sempre le donne hanno molto da guadagnare a farsi passare per uomini; al contrario, gli uomini hanno ben poco da guadagnare a farsi passare per donna. Gli esempi letterari di uomini che indossano abiti femminili hanno solo giustificazioni opportuniste (conquistare una fanciulla, infiltrarsi in ambienti femminili) o obiettivi comici. La massima abiezione di Ercole è vestire i panni di Iole.
Da sempre, quando si vuole fare un complimento a una donna, le si dice che è brava o valorosa come un uomo (sante, intellettuali e aristocratiche vengono lodate come donne virili), se si vuole insultare un uomo lo si paragona a una donna.
Mai si pensa che dietro un nome maschile si celi un personaggio femminile. Specialmente quando si parla di scrittori e scrittrici.
Fin dal medioevo l’esistenza delle scrittrici viene messa in dubbio; studiosi (maschi) hanno sollevato dubbi sulla reale esistenza di Compita Donzella o di Nina Siciliana. Dubbi basati sul fatto che le donne a quei tempi non avevano interesse né capacità di scrittura.
Mai però hanno ipotizzato che dietro uno dei tanti anonimi della letteratura (o dell’arte) potesse nascondersi una donna.
In un mondo in cui le donne sono meno ascoltate, meno pubblicate e lette quasi per nulla dagli uomini (che sono ancora la maggioranza di quelli che contano nell’accademia e nell’editoria), per quale motivo uno scrittore dovrebbe farsi passare per scrittrice? 

Gli uomini hanno solitamente poco o nulla da perdere nel mostrare la loro faccia, nello scoprire la loro biografia, anche qualora includesse dettagli scabrosi, tradimenti, violenze subite o perpetrate. Aver tradito la moglie può costare loro biasimo, raramente una condanna severe, al contrario, in alcuni casi può addirittura fruttare plauso e ammirazione. Aver subito una violenza non risulta quasi mai nell’odiosa accusa di essersela cercata.
Una donna, al contrario, ha quasi sempre tutto da perdere a rivelarsi.
Se mostra il suo aspetto fisico verrà giudicata per la sua età, la sua eccessiva bellezza o bruttezza, magrezza o pinguedine, per l’essere troppo curata o troppo dimessa più che per le sue opere.
La sua biografia, non i suoi meriti o demeriti professionali, le causeranno giudizi inappellabili.
La rivelazione di una violenza subita porterà immancabilmente forme di vittimizzazione secondaria. L’esposizione pubblica genererà giudizi, pressioni, e, nei casi peggiori, ma non rari, odio e aggressioni.
Il rapporto costi benefici dell’esposizione mediatica per una donna è raramente favorevole. Molto comprensibile è quindi la scelta femminile dell’anonimato, molto meno quella maschile.
Ma stiamo divagando. Per tornare all’aspetto pratico sul quale questo articolo vuole concentrarsi si leggano o rileggano queste poche citazioni.
Da I giorni dell’abbandono:

“Scrivevo […] [di] come mi sentivo: un grumo di cibo che i miei figli masticavano in continuazione; un bolo fatto di materia viva che amalgamava e ammorbidiva continuamente la sua sostanza vivente per permettere a due sanguisughe voraci di nutrirsi lasciandomi addosso l’odore e il sapore dei loro succhi gastrici. Allattare, che disgusto, una funzione animale. E poi gli aliti tiepidi e dolciastri della pappe. Per quanto mi lavassi, quel malodore non se ne andava. […] [la] mia carne quasi assente […] sapeva di latte, biscotti, semolini”.

Da La figlia oscura:

“Bianca l’avevo voluta […] era arrivata subito, avevo ventitré anni, suo padre e io eravamo nel bel mezzo di una dura lotta per restare entrambi a lavorare all’università. Lui ce la fece, io no. Un corpo di donna fa mille cose diverse, fatica, corre, studia, fantastica, inventa, si sfianca, e intanto i seni si fanno grossi, le labbra del sesso si gonfiano, la carne pulsa di una vita rotonda che è tua, la tua vita, e però spinge altrove, si distrae da te pur abitandoti la pancia, gioiosa e pesante, goduta come un impulso vorace e tuttavia repellente come l’innesto di un insetto velenoso in una vena. La tua vita vuole diventare di un altro. Bianca fu espulsa, si espulse, ma […] non poteva crescere da sola […] ci voleva un fratello, una sorella per compagnia. Perciò […] obbediente programmai, che mi crescesse nel ventre anche Marta. Così a venticinque anni ogni altro gioco per me era finito. Il padre correva per il mondo, un’occasione dietro l’altra”

“Come sono stata felice quando Bianca uscì da me e mi arrivò tra le braccia per qualche secondo, e mi resi conto che era stata il godimento più intenso della mia vita. […] Ma poi venne Marta. Fu lei ad aggredire il mio corpo costringendolo a rivoltarsi senza controllo. […] Il mio organismo diventò un liquore sanguigno, con una faccia poltigliosa in sospensione dentro cui cresceva un polipo violento, così lontano da ogni umanità da ridurmi, pur di nutrirsi lui ed espandersi, a una putrilagine senza più vita. […] Ero già infelice, allora, ma non lo sapevo. Mi pareva che la piccola Bianca, subito dopo la sua bella nascita, […] si fosse presa a tradimento tutte le mie energie, tutta la mia forza, […] era diventata vorace, esigente, antipatica […] mi pareva che non ci fosse […] [modo di] addomesticare la fiera buia che portavo in grembo. Il crollo vero per me fu quello: la rinuncia a una qualunche sublimazione della gravidanza, la destrutturazione della stessa memoria felice della prima gestazione, del primo parto”.

“Mia madre si era sempre concessa pochissimo ai giochi che cercavo di fare col suo corpo. Si innervosiva subito, non le piaceva fare la bambola […]. Io invece no […]. Ho cercato di tenere a mente la sofferenza di non poter maneggiare i capelli il viso, il corpo di mia madre. Così sono stata pazientemente la bambola di Bianca, nei suoi primi anni di vita. Lei mi trascinava sotto il tavolo […], mi faceva sdraiare. Ero stanchissima, mi ricordo: Marta non chiudeva occhio la notte […] e Bianca mi stava sempre intorno piena di pretese […]. Tuttavia cercavo di tenere i nerbi saldi, volevo essere una buona madre. Mi sdraiavo sul pavimento, mi lasciavo curare come se fossi malata […]. Bianca […] mi pettinava. A volte mi addormentavo, ma lei era piccola, non sapeva usare il pettine, quando mi strappava i capelli sussultavo svegliandomi. Sentivo gli occhi che mi lacrimavano con dolore. Ero così desolata, in quegli anni. Non riuscivo più a studiare, giocavo senza gioia, mi sentivo il corpo inanimato, senza più desideri” Si dice che, se, in un paese dell’Europa occidentale, si sente per strada rumore di zoccoli è improbabile si tratti di zebre o gnu, ed è invece probabile che siano cavalli. 

Se una persona descrive nei dettagli più disturbanti un’esperienza materna (gravidanza, parto, allattamento, svezzamento, prima infanzia, nuova gravidanza) è più realistico pensare che sia un uomo con un’inusuale sensibilità e una conoscenza incredibilmente profonda della fisiologia e della psicologia femminile, o che sia semplicemente una donna che ne ha fatto esperienza diretta?
Dubito fortemente che esista un uomo capace descrivere lo stato delle grandi labbra durante la gravidanza, l’odore che il latte e i rigurgiti lasciano sul corpo durante l’allattamento, l’anedonia e gli altri sintomi della depressione post-partum, il cronico senso di colpa e inadeguatezza, le pressioni sociali, il sentirsi un oggetto inanimato fra le mani dei figli o addirittura un bolo di cibo da loro continuamente masticato e sputato. 

Le parole di Ferrante sul materno riecheggiano invece quelle di tante altre donne, scrittrici e madri, autrici di storie di maternità grondanti verità e sofferenza. La mostruosa catena, il sacrificio materno di Sibilla Aleramo in Una donna (1900); i figli divoratori delle madri nei Divoratori di Annie Vivanti (1911); le madre senza corpo nello Scialle andaluso di Elsa Morante (1953); il conflitto tra il ruolo di intellettuale quello socialmente imposto di madre in Le parole tra di noi leggere di Lalla Romano (1969) e in Bambino mio di Lidia Ravera (1979); la figlia che porta la madre sulle spalle in Althénopis di Fabrizia Ramondino (1981); lo spazio lasciato vuoto dal figlio in Sotto la neve di Susanna Tamaro (1994); gravidanza e parto come barbarie in Due partite di Cristina Comencini (2006) e molte altre. 

La maternità è l’essenza della differenza femminile, vero potere creativo delle donne. “Dobbiamo tenerci stretta la nostra prerogativa di concepire, di partorire” dice Ferrante nell’Invenzione occasionale, “Gli uomini sono da sempre gelosi di questa esperienza soltanto nostra e hanno sognato spesso, nel mito, in certi riti, forme di gravidanza maschile […]. Si sono […] appropriati del concepimento e del parto sul piano metaforico. Si sono attribuiti la capacità di concepire le forme del mondo”. Ma la maternità è delle donne. 

Quindi, per l’ultima volta, no, Elena Ferrante non è un uomo. 

Bibliografia

  • Elena Ferrante, L’amore molesto, Roma, e/o, 1992
  • I giorni dell’abbandono, Roma, e/o, 2002
  • La frantumaglia, Roma, e/o, 2003
  • La figlia oscura, Roma, e/o,  2006
  • L’amica geniale, Roma, e/o, 2011
  • Storia del nuovo cognomeL’amica geniale volume 2, Roma, e/o, 2012
  • Storia di chi fugge e di chi resta, L’amica geniale volume 3, Roma, e/o, 2013
  • Storia della bambina perduta, L’amica geniale volume 4, Roma, e/o, 2014
  • La frantumaglia, Roma, e/o, 2016
  • Linvenzione occasionale, Roma, e/o, 2019
  • I margini e il dettato, Roma, e/o, 2021

Fine dell’articolo
Autrice: Marianna Orsi
Revisione: Alessandro Ardigò
Licenza Creative Commons
Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.


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