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Tra libri d’arte e poesia (1): «Il ragazzo innocuo» di Luciano Ragozzino – intervista di Alessandro Ardigò

«Sotto il vulcano», incisione di Luciano Ragozzino. In copertina: Luciano Ragozzino con una sua incisione
«Sotto il vulcano», incisione di Luciano Ragozzino mm 70 X 110 per il «Fuori Collana» del gennaio 2010 del poeta israeliano Ronny Someck. In copertina: Luciano Ragozzino al torchio mentre stampa un’incisione, fotografia di Vittorio Calore
Negli anni della smaterializzazione, del web compulsivo, della stampa on-demand, alcuni editori-artisti compiono invece il percorso opposto, mostrando al lettore la “rimaterializzazione” di forme d’arte come la poesia, l’incisione e la tipografia, per trovare l’unicità della forma-libro nella sua concretezza creativa irripetibile.
Fra queste realtà, una delle più prestigiose è «Il ragazzo innocuo» di Luciano Ragozzino (Milano), punto di incontro fra poeti, stampa tradizionale a caratteri mobili e tecniche incisorie.
Dal suo laboratorio tipografico, per la qualità delle sue creazioni librarie, sono passati molti dei maggiori autori di poesia contemporanea, come Alda Merini, Lawrence Ferlinghetti, Giampiero Neri, Franco Loi, Mario Benedetti, Philippe Jaccottet, Giorgio Orelli, ma anche artisti, come Emilio Isgrò, Kenjiro Azuma.
L’intervista che segue vuole essere la prima di una serie dedicata a questi “artisti della tipografia” che permettono al piccolo libro di poesia di presentarsi come una “forma d’arte” autonoma e significativa, soprattutto nei confronti del presente in cui siamo immersi.
A.A.

Tra i macchinari della tipografia
Alessandro Ardigò [AA]: Buongiorno Luciano, cosa stai creando oggi con quella macchina da stampa?
Luciano Ragozzino [LR]: [mentre lavora ad una stampa] Sto lavorando ad una poesia di Marco Vitale; correggevo i piombi perché c’erano errori nella prima stampa. Adesso li ho corretti e va bene. Questa è la poesia [ndr. mostra la pagina che ha stampato].

AA: E questa macchina che stai usando, come si chiama?
LR: È un tirabozze, che io uso in modo abbastanza anomalo. Infatti serviva ai tipografi per fare solo la prima prova e correggere la bozza, prendevano poi la versione corretta e la mettevano nelle macchine automatiche per tirarne centinaia o migliaia di copie. Io invece uso il tirabozze come fosse una macchina di stampa vera e propria, nel senso che ogni foglio lo stampo singolarmente a mano, girando questa manovella [ndr. mostra l’operazione sulla macchina]. I miei libretti li stampo tutti in questo modo.

AA: Prima tu componi i testi con i caratteri mobili, poi tiri le famose 44 copie delle tue collane…
LR: Sì, anche in questo caso ho fatto 44 copie, più tre prove d’artista, perché ho stampato qualche copia in più dell’incisione. Ad esempio questa incisione è stata stampata al torchio calcografico, ed è quella da cui sono partito per poi fare la pagina centrale del libretto.
Questo tirabozze risale agli anni ‘70 del Millennio scorso, un macchinone da una tonnellata che però, come ripeto, serviva solo per fare la prima prova. L’ho recuperata da un tipografo perché a cavallo del secolo c’è stato quel cambiamento epocale per cui i tipografi si sono dovuti convertire alla nuova “stampa offset” e poi alla “stampa digitale”, trovandosi così l’obsolescenza completa di tutti i loro macchinari e materiali usati fino ad allora. Non vedevano l’ora di liberarsene, anche perché sono materiali molto pesanti e il piombo è un materiale difficilmente smaltibile.

Incisione di Luciano Ragozzino per "Un empirico" prosa poetica di Giampiero Neri - Fuori collana n° XLVII - aprile 2017 - mm 115 X 100.
Incisione di Luciano Ragozzino per “Un empirico” prosa poetica di Giampiero Neri – Fuori collana n° XLVII – aprile 2017 – mm 115 X 100.

AA: C’è stata un’obsolescenza industriale, che però è diventata, nel tuo caso, un’infiorescenza artistica…
LR: Soprattutto negli ultimi tempi stanno fiorendo molte nuove piccole stamperie di giovani affascinati dal fatto di potersi comporre un testo e stamparselo, senza bisogno di mezzi elettronici.
In aggiunta alla stampa sul tirabozze, c’è un lavoro lungo di stampa calcografica da associare al testo. Questa è la matrice di stampa [ndr. mostra una lastra incisa], un’incisione che ho fatto su zinco. È un’acquaforte, la cui stampa al torchio calcografico richiede una serie di operazioni manuali piuttosto laboriose di inchiostrazione e pulizia da ripetere ex novo per ogni copia, e questo fa sì che spesso le stampe della tiratura possono risultare leggermente diverse tra loro.

AA: Invece tu girando quella manovella tiri una copia del testo tipografico.
LR: Tiro una copia di una facciata: se devo fare 40 copie faccio 40 giri di manovella e poi dovrò farne altri 40 per il retro, e così per ogni pagina scritta [ndr. mostra il movimento].

Luciano Ragozzino intento nella composizione di una pagina a caratteri mobili
Luciano Ragozzino intento nella composizione di una pagina a caratteri mobili, fotografia di Vittorio Calore

La scelta della carta
Ci sono poi molti altri aspetti, come la ricerca di una carta particolare…
Io ad esempio ne uso due o tre tipi. Purtroppo di cartiere italiane che producono carte di pregio ne sono rimaste pochissime, come la Amatruda di Amalfi, azienda che fa una carta bellissima, che uso. È a conduzione familiare e fa ancora la carta artigianalmente con metodi tradizionali come la si faceva nel ‘500.
In alternativa, in Germania, dove hanno più rispetto per le incisioni e per la stampa tipografica e una tradizione più consolidata, c’è la Hahnemuhle. È una carta molto bella, molto costosa, di difficile reperibilità. Uso anche quella.
La terza tipologia di carta che di solito usavo ormai non si trova più, perché la cartiera, la Magnani di Pescia, è stata assorbita da un’azienda molto più grande e con prevalenza di produzione di carte di tipo industriale

I caratteri mobili in piombo
Poi, oltre alla carta ci sono altri aspetti da curare,  i caratteri in piombo, che con l’uso si schiacciano e andrebbero sostituiti, operazione ormai impossibile non essendoci più le fonderie che li producevano. Spesso ci si deve accontentare di lettere che si stampano male, magari con qualche grazia rotta, e inoltre, essendo caratteri usati di recupero, capita che se il testo da comporre è piuttosto lungo, la dotazione non sia sufficiente.
Ad esempio, ho avuto una difficoltà con questo libretto [quello di Marco Vitale ndr.], come spesso mi capita. Dopo aver composto la prima poesia, (con caratteri Magister in corpo 12) ho iniziato a comporre il testo della seconda, ma mi sono dovuto fermare alla penultima riga perché nella cassettiera il cassettino delle “n” era ormai vuoto. Perciò in questo caso dovrò fare un doppio lavoro: eseguire la tiratura di stampa della prima poesia, poi smontare i piombi, completare la composizione della seconda e ristampare solo per le due righe mancanti.

Incisione di Luciano Ragozzino per "Due poesie" di Giorgio Orelli - Fuori collana n°XXXVII dicembre 2015 - mm 100 X 100.
Incisione di Luciano Ragozzino per “Due poesie” di Giorgio Orelli – Fuori collana n°XXXVII dicembre 2015 – mm 100 X 100.

Un po’ di storia
AA: Parliamo del tuo percorso. Oltre a esserti laureato in biologia e aver svolto la professione, contemporaneamente ti sei diplomato alla Scuola degli Artefici di Brera e alla Civica scuola di Arti Incisorie. È da tantissimi anni che incidi, ma come mai hai deciso di associare poesia e incisione, perché questa  particolarità?
LR: Mentre frequentavo il corso di incisione, stiamo parlando degli anni ‘80, l’insegnante che seguiva la parte di calcografia mi presentò ad un piccolo editore che da diversi anni stampava libri d’arte. Fu così che conobbi Alberto Casiraghi di Osnago e le sue edizioni Pulcinoelefante. Andai a trovarlo con una cartella di miei lavori e lui scelse una piccola incisione che rappresentava una mosca per accompagnare un suo libretto, mi chiese di stamparne un certo numero e io decisi di fare una tiratura di 33 copie. Da allora ad oggi abbiamo fatto insieme più di 250 libretti con incisioni, tutti tirati in 33 esemplari. Io mi tengo 7 esemplari del libretto finito e lui si tiene gli altri.
È così che ho cominciato a collaborare con diversi di questi piccoli editori, con le mie incisioni. E è da lì che è nata in me la volontà di associare sempre tra loro testo e incisione, tipografia e calcografia.

AA: Erano editori che già si rapportavano alla poesia?
LR: Sì, sempre con testi brevi. Oltre a Casiraghi, ho collaborato come incisore anche con altri editori, ad esempio Roberto Dossi delle Edizioni Quaderni di Orfeo, Fabrizio Mugnaini delle edizioni Luna e gufo,  e con un altro amico che studiava con me incisione, Gaetano Bevilacqua delle Edizioni dell’Ombra  che ora  vive e lavora a Salerno.

Luciano Ragozzino e le cassettiere di caratteri mobili
Luciano Ragozzino e le cassettiere di caratteri mobili, fotografia di Vittorio Calore

Verso «Il Ragazzo Innocuo»
Ad un certo punto, ad inizio ‘2000, cambiando casa, ho avuto a disposizione questo spazio, che è lo spazio di una ex fabbrica di gelati artigianali.

AA: Cosa a cui tu tieni molto, perché è sempre ricordata nel colophon dei tuoi libri.
LR: Pensa che in questa stanza dove siamo ora veniva prodotto il ghiaccio per mantenere i gelati. Quando ho avuto a disposizione questo spazio ho potuto dotarmi anch’io delle attrezzature e dei materiali per la stampa tipografica recuperandoli dalle tipografie tradizionali che non li usavano più. A cavallo del secolo era facile andare in queste tipografie che, in cambio dello sgombero e pulizia del locale si liberavano volentieri di cassettiere di caratteri mobili ormai in disuso. Non era facile per loro smaltire tutto questo piombo. Sono pesantissime, ogni cassetto pesa parecchi chili e ogni cassettiera ha 20 cassetti. Adesso i caratteri mobili sono diventati assolutamente di pregio perché ormai introvabili.

AA: In una tua conferenza raccontavi che se tu avessi bisogno una manutenzione meccanica faresti fatica a trovare qualcuno in grado di riparare quelle macchine.
LR: Che io sappia, è rimasta una sola persona in alta Italia che fa manutenzione a queste poche realtà tipografiche come la mia ed è inoltre avanti con l’età. Chi lo sostituirà?

AA: Così, una volta trovato lo spazio e i macchinari hai aperto “Il ragazzo innocuo”.
LR: Sì, nel 2005. Mi sono trasferito qui nel 2001 e nel 2005 ho iniziato con le pubblicazioni delle mie tre collane.

AA: “Il ragazzo innocuo” è l’anagramma del tuo nome, quindi già dall’inizio della tua attività di tipografo è insito il rapporto tra incisione e parola…
LR: Utilizzando lettere di nome e cognome è venuta fuori questa cosa che fa un po’ ridere, perché non ho certamente l’aspetto di un ragazzo e nessuno crede che sia anche “innocuo”. A questo proposito una curiosità: mi è capitato recentemente di imbattermi nell’immagine di un’epigrafe se non ricordo male conservata a Roma nei Musei Capitolini, una piccola lastra tombale con incise, tra l’altro, le parole “puer innocuus”. Così, a distanza di due millenni,  si ripropone la formula, anche se dubito che  anche allora fosse l’anagramma del nome del piccolo sepolto…

Incisione di Luciano Ragozzino per "Scultà" poesia di Franco Loi - Fuori collana luglio 2006 - mm 90 X 60.
Incisione di Luciano Ragozzino per “Scultà” poesia di Franco Loi – Fuori collana luglio 2006 – mm 90 X 60.

Le tre collane
AA: Il ragazzo innocuo dispone di tre collane, di cui due in un elegante formato quadrato di 16x16cm, la terza invece è a formato libero ed è il «Fuori collana».
LR: Sì, le due prime collane sono una dedicata agli scrittori [Scripsit sculpsit ndr.] e l’altra agli incisori [Sculpsit scripsit ndr.].
Per partecipare a queste due collane l’obbligo per i poeti è accompagnare il loro testo con una incisione di loro pugno. Allo stesso modo gli artisti devono inserire nel libretto un proprio testo.
Ai poeti faccio fare l’acquaforte, che tra le tecniche calcografiche  è relativamente più semplice come esecuzione, perché si tratta di disegnare su una lastrina preparata con un velo di cera scura, per mezzo di una punta. Più o meno è come disegnare con una matita sulla carta. Ma voglio precisare che quello che mi interessa non è però far diventare i poeti degli incisori,  mi interessa che esprimano con un altro mezzo il loro pensiero. Infatti affido loro solo la fase creativa dell’acquaforte, cioè il disegno relativo al loro scritto. Tutte le fasi successive della tecnica dell’acquaforte, che comportano la messa della lastra in acido fino alla stampa al torchio, chiaramente le faccio io, non le faccio fare al poeta.

AA: E come reagiscono gli uni e gli altri cimentandosi per la prima volta con un mezzo estraneo?  Ti ricordi qualche aneddoto in particolare?
LR: Forse il primo libro, quello di Alda Merini, che è stato il banco di prova per vedere se l’idea poteva funzionare. Andai da lei, che già conoscevo, con un mio amico, Roberto Dossi, le mostrai la lastrina e le proposi il progetto. Lei mi diede due sue poesie inedite e una di queste era intitolata “Il diavolo è rosso” perché parlava appunto del diavolo. Poi si mise a disegnare sulla lastrina, senza nessun problema, come se fosse una disegnatrice provetta. Questo è stato il libro numero 1 della collana Scripsit Sculpsit.
E ti devo dire che la  quasi totalità dei poeti in un primo istante ha un senso di ritrosia, di solito dicono: «Ma io non so disegnare, non l’ho mai fatto, non me la sento». Poi, vuoi perché hanno l’esempio della Merini, vuoi per altri motivi, dopo 5 minuti tutti quanti dicono «ci provo».

Alda Merini, Il diavolo è rosso, primo libro della collana «Scripsit sculpsit»
Alda Merini, Il diavolo è rosso, primo libro della collana «Scripsit sculpsit»
Incisione di Alda Merini per il libro «Il diavolo è rosso»
Incisione di Alda Merini per il libro «Il diavolo è rosso»

AA: E la collana in cui gli incisori provano a scrivere?
LR: È stato un passaggio obbligato: se il poeta può incidere, l’incisore può scrivere. Entrambi si devono cimentare con un mezzo che non conoscono.
Naturalmente se gli artisti praticano le varie tecniche incisorie, possono utilizzarne altre oltre all’acquaforte, come la puntasecca, la maniera nera, l’acquatinta ecc. Tra gli artisti della collana Sculpsit scripsit posso ricordare Emilio Isgrò. Con lui parlammo di insetti, che è un altro dei miei temi ricorrenti. Gli dissi, visto che è famoso per le sue cancellature, che esiste in natura un insetto che si chiama Carabus cancellatus, perché ha delle costolature nell’addome che sono interrotte e sembrano proprio delle cancellature di righe. Questo fece scattare l’idea a Isgrò, che disse: «Be’, dobbiamo fare questo libretto» e facemmo quel libretto che si intitola appunto  Carabus cancellatus.

Emilio Isgrò, Carabus cancellatus, collana Sculpsit Scripsit
Emilio Isgrò, Carabus cancellatus, collana Sculpsit Scripsit
Incisione di Emilio Isgrò per il libro «Carabus cancellatus»
Incisione di Emilio Isgrò per il libro «Carabus cancellatus»

Temi cari a Luciano
AA: Gli insetti li troviamo spesso nei tuoi libri, soprattutto nelle copertine che fai tu. Ciò è dovuto ai tuoi studi accademici in biologia ed entomologia. La tua cultura fondeva già dall’inizio l’arte e la scienza…
LR: Sì, ecco, io intervengo spesso in copertina, ma solo sulle copertine della collana “Fuori collana” e in quelle della collana degli scrittori perché non voglio interferire con l’artista della collana degli artisti-scrittori. In questo caso chiedo a loro stessi, se vogliono anche fare un’illustrazione xilografica o linoleografica per la copertina del loro libretto.
Noi studiavamo [ndr. all’Università di Pavia] i veleni (così venivano chiamate generalmente le secrezioni degli insetti) da un punto di vista biochimico, per i loro eventuali utilizzi farmaceutici, e proprio sulle secrezioni di un insetto ho fatto la mia tesi di laurea.
Durante quel periodo all’Università mi fu affidata una serie di illustrazioni per riviste scientifiche di insetti che appunto producevano secrezioni difensive o offensive, disegni fatti a chine colorate molto particolareggiati eseguiti con l’ausilio di microscopio a 20-30 ingrandimenti.

AA: Questa tua passione per la natura ti ha portato anche a fare degli “en plein air” durante viaggi-cammini.
LR: Quello riguarda un periodo recente della mia vita. Negli ultimi anni ho fatto tre cammini in solitaria nei mesi di maggio di tre anni successivi. Uno da Norcia a Cassino, un altro dall’Adriatico al Tirreno e il terzo una parte della via Romea Germanica, da Forlì fino a Roma: 400 km presi a piccole dosi giornaliere di una ventina di km.
Questi cammini sono stati per me l’occasione per portarmi dietro un taccuino e disegnare en plein air con gli acquerelli.

Incisione di Luciano Ragozzino per il Eric Satie, Aforismi essicati, a cura di Sandro Montalto, Fuori collana LXXII
Incisione di Luciano Ragozzino per Eric Satie, Aforismi essicati, a cura di Sandro Montalto, Fuori collana LXXII

Nuovi tipografi
AA: L’ultimissima cosa. So che spesso vengono a trovarti studenti di Brera e quando arrivano sono molto curiosi e colpiti da queste attrezzature e da tecniche di stampa totalmente manuali
LR: Non solo gli studenti di Brera ma anche studenti della Facoltà del Design, dove io tenni alcuni anni or sono dei corsi di incisione. Vedere uscire manualmente un testo finito, fatto interamente con le proprie mani, è una cosa che li lascia felicemente sconcertati.

AA:…perché più i decenni passano più i materiali diventano delle rarità e si impreziosiscono…
LR: Sì e poi permettono di creare delle manufatti artistici notevoli in sé stessi. Comunque questa tradizione continua, perché conosco alcuni giovani che negli ultimi anni sono andati alla ricerca, sempre più difficile dei materiali e sono riusciti a dotarsi di tirabozze e caratteri in piombo e fanno  bellissime plaquettes , con grande passione ed entusiasmo .

AA: Grazie Luciano, a presto!
LR: A voi!

 

Per approfondire:
Sito web: Il ragazzo innocuo

Articoli:

Fine dell’articolo
Alessandro Ardigò

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