
«Parlare dello Strega significa anche parlare di noi: della nostra idea dell’arte, della nostra cultura, della nostra società»
(SIMONETTI 2023, p. 46)
1. Una possibile “trilogia”
1.1. Gli ultimi tre romanzi di Andrea Bajani
La tanto attesa data della Finale del Premio Strega è ormai vicina, ed è l’occasione per fare alcune considerazioni sull’opera del vincitore dello scorso anno, Andrea Bajani, con il suo “romanzo” L’anniversario (BAJANI 2025 Feltrinelli, 2025).
Rileggendo il percorso dello scrittore a un anno da quella proclamazione (a proposito di anniversari), mi sembra evidente come i suoi ultimi tre romanzi – Un bene al mondo (BAJANI 2016 l’ultima opera pubblicata con Einaudi, nel 2016, poi ripubblicata da Feltrinelli nel 2022 con testo introduttivo di Emanuele Trevi), Il libro delle case (BAJANI 2021 Feltrinelli, 2021) e L’anniversario – si distacchino dalla sua produzione precedente e presentino molti elementi in comune tra loro.
1.2. Diverse forme per narrare la violenza del sistema patriarcale
La prima affinità evidente consiste nel nucleo centrale dei tre romanzi, con il sistema patriarcale che domina e in cui si colloca la violenza, psicologica ma anche fisica, subita da ciascun protagonista per opera del padre; violenza da cui scaturisce la ricerca psicologico-letteraria del protagonista di dare un senso al proprio passato e presente tramite uno sforzo di memoria ed analisi variamente condotto e poi condiviso con il lettore tramite il dispositivo-romanzo, che assume in ciascuna opera una fisionomia diversa e nettamente riconoscibile come progetto editoriale autonomo dalla forte identità.
Nello specifico, le forme scelte dall’autore sono quelle della fiaba che definirei psicosociale nel primo romanzo; della rievocazione geometrica e ad incastro di luoghi, spazi, oggetti e personaggi (maschere pirandelliane senza nome), con tanto di planimetrie catastali (oggettivazione delle vicende di Io e dei personaggi che gravitano per varie ragioni anche solo spaziali o sentimentali intorno a lui, come il Prigioniero, Aldo Moro, e il Poeta, Pierpaolo Pasolini), nel secondo; del meta-romanzo, al confine tra romanzo-saggio, diario-confessione sveviano e autofiction, il genere catalizzatore del dibattito dei critici di questi ultimi decenni, nel terzo.
Tra questi L’anniversario costituisce di gran lunga il lavoro stilisticamente più rifinito, pulito dal punto di vista tematico e millimetricamente strutturato per quanto riguarda la composizione del testo; in esso trovano la loro forma definitiva (almeno per il momento) vari oggetti, personaggi, temi, luoghi e vicende che erano già presenti nei due romanzi precedenti, per cui per le tre ultime opere di Bajani si potrebbe parlare, a mio avviso, di una “trilogia del dolore”.

2. Confronto tematico tra i tre romanzi
2.1. Il “dolore” al centro e la madre sullo sfondo
In Un bene al mondo il ruolo centrale nella narrazione è occupato dal «bambino» (come viene indicato il protagonista per gran parte del libro, prima di diventare «uomo» nelle ultime sezioni) e dal suo «dolore», rappresentato per tutto il romanzo con la metafora-concretizzata del «cane», immaginario ma dolcemente e tristemente inseparabile dal suo padrone; in questo romanzo troviamo anche la «madre», con il suo «vuoto» (parola che ricorre molto spesso, quasi ossessivamente, abbinata a lei, per esempio con le espressioni «il vuoto bagnava la camicia da notte della madre», «vuoti il seno e gli occhi» BAJANI 2016, p. 10) e il suo «niente» («apriva la porta con i suoi occhi pieni di niente» BAJANI 2016, p.37), anticipando dunque quella che sarà la sua caratterizzazione tipica nell’Anniversario; ma, soprattutto, viene indicata la colpa originaria della madre dal punto di vista del narratore (che in questo romanzo, in terza persona, non coincide ancora con quello del protagonista anche se è focalizzato esclusivamente su di esso), cioè quella di aver lasciato il proprio figlio solo, a giocare col suo dolore fin dalla nascita, rievocata nel capitolo che inizia con «Quando il bambino era nato»: «Il terzo giorno la mamma gli aveva lasciato il dolore. Gliel’aveva messo dentro la culla metallica e poi aveva ricominciato a dormire. D’istinto il bambino l’aveva preso tra le mani e aveva iniziato a giocarci» (BAJANI 2016, p. 9).
Troviamo, altresì, la ragione più profonda per cui la madre di fatto non iniziò mai ad amarlo: a causa del suo matrimonio infelice la donna aveva «sepellito» il suo «dolore morto» «prima che lui venisse al mondo» (BAJANI 2016, p. 114): era da sola all’ospedale, senza il marito né altri, quando lui nacque, come capiamo dal capitolo finale: «Se questa fosse una favola per bambini, […] ci sarebbe un letto d’ospedale, e accanto un dottore e degli infermieri. Sopra il lettino ci sarebbe una donna che soffia e che grida, […] un passo più in là ci sarebbe l’uomo e l’uomo le terrebbe la mano soffiando ogni volta che soffia la donna» (BAJANI 2016, p. 133).
Molti temi di Un bene al mondo sono dunque analoghi a quelli poi ripercorsi ed analizzati dal protagonista-narratore dell’Anniversario; ne costituiscono potremmo dire il cartone preparatorio, o la narrazione in chiave dolorosa e fiabesca dell’adolescenza di un protagonista con molte analogie con quello, parimenti senza nome ma che narra in prima persona, dell’Anniversario e, in mezzo, dell’Io nel Libro delle case.
2.2. La fuga, i simboli-oggetto
In Un bene al mondo troviamo anche il tema della fuga del protagonista, da lui a lungo sognata e infine realizzata, dopo molto tempo, qui rappresentata dallo zaino, dalla ferrovia e dal passaggio a livello. Troviamo l’oggetto-simbolo della sveglia, come poi nel terzo capitolo dell’Anniversario, in cui è rievocata dalla nonna materna la scena della madre del protagonista che, diciassettenne, correva a uno dei primi appuntamenti col futuro marito «con una grossa sveglia da notte in mano», poiché «non trovava il suo orologio da polso, e temeva di arrivare in ritardo» (BAJANI 2025, p. 20); lo stesso «dispositivo» (BAJANI 2025, p. 20), la sveglia, in Un bene al mondo veniva «buttata sul pavimento con una zampata» dal «dolore» del bambino, che «mise sottosopra la camera» (BAJANI 2016, p. 40), rappresentando il simbolo concreto del tempo (interiore) interrotto dalla tensione causata dalla violenza del padre, che vincolava a sé e ai propri umori tutti i membri della famiglia. Tempo e vita sottratti, guasti e irreparabili: pur tornata a funzionare, infatti, la sveglia «per quanti giri facesse, non avrebbe più fatto un minuto, né i minuti avrebbero più portato giorni né ore né anni» (BAJANI 2016, p. 40).
2.3. Una violenza che si trasmette di padre in figlio
In Un bene al mondo, quindi, troviamo la violenza animalesca ed estrema del padre, un «dolore» che «avrebbe potuto ammazzare» (BAJANI 2016, p. 19), che «a volte, senza preavviso», «buttava giù la porta della stanza in cui lo tenevano chiuso» (BAJANI 2016, p. 24) e che può arrivare a devastare la casa, come avviene quando una vicina, allarmata dalle «urla» che provengono dalla casa chiama la polizia ed entrando il bambino vede «un’anta dell’armadio divelta e buttata contro il divano», il lampadario a terra, «la mamma con la faccia dentro le mani» e «in mezzo ai capelli c’era del sangue, ma il poliziotto disse che non era niente di grave» (BAJANI 2016, p. 83), scena che ritorna pressoché identica, ma con maggiore tensione narrativa, nel decimo capitolo dell’Anniversario, che si apre così:
«Non mi è ancora chiaro se mio padre abbia realmente picchiato mia madre, anche se negli archivi della Polizia di Stato ci dev’essere per forza traccia della telefonata, a metà degli anni novanta, con cui il vicino di casa chiedeva l’intervento per le urla e i colpi che sentiva provenire dal nostro appartamento. Non vi fu denuncia, da parte di mia madre, di questo ho la certezza, né dunque inviti a comparire a processo per mio padre o sentenza di alcun tipo. E anche la ferita sulla testa di lei, che le macchiava i capelli di sangue quando entrai casa e la vidi seduta in cucina con un poliziotto accanto, si rimarginò la notte stessa» (BAJANI 2025, p. 64)
Il narratore tende a sminuire la rilevanza delle tracce fisiche della violenza, ad indicare che quelle psicologiche ed emotive furono ben maggiori, sia per lui che per la madre (e, sullo sfondo, per la sorella, come vedremo nel terzo e ultimo articolo).
In Un bene al mondo il dolore bestiale del padre «era un colpo che sfondava il silenzio» e poi compariva «con la bava alla bocca» (BAJANI 2016, p. 24); ringhia e colpisce con urla e improvvisi sfoghi di rabbia, soprattutto in cucina, l’ambiente domestico in cui la madre opera, ma che è dominato dalla figura paterna (così avviene in tutti e tre i romanzi della “trilogia”), ma un giorno il padre, col suo dolore senza freni, irrompe nella stanza del figlio, lo colpisce e, soprattutto, gli affida anche il peso del proprio dolore da sopportare e portare da allora in poi sempre con sé, divenendo quindi per il bambino un ulteriore peso insostenibile col quale convivere:
«Fermo sulla soglia il padre guardò il bambino seduto con le gambe incrociate e il libro sulle ginocchia. […] Il padre intanto si era piegato sul proprio dolore, gli aveva passato una mano sul muso e gli aveva tolto il guinzaglio. Quello corse dentro e in un attimo fu sul letto. Cominciò a strappare le lenzuola con i denti. Nella stanza si sentivano solo gli strappi e l’ansito del dolore del padre. Il padre fece un passo dentro la stanza e disse al figlio che da quel giorno doveva occuparsene lui. Gli disse che se la sarebbe cavata, visto che era così bravo a occuparsi del suo. Gli ordinò di alzarsi e dare il benvenuto al nuovo dolore» (BAJANI 2016, p. 38).
Ecco, dunque, il tema della trasmissione dell’aggressività di padre in figlio, tanto che il bambino poco dopo quell’episodio si sfogherà con un impeto di rabbia, altrettanto improvviso quanto quello del padre, con una spinta violenta verso la «bambina sottile», l’unica sua amica e il suo primo amore. La bambina sottile è a sua volta segretamente vittima di una «madre Tigre», figura poi persa nei successivi due romanzi di Bajani, che un giorno la schiaffeggia, poi scusandosi, anch’essa vittima di un marito che morirà suicida e causa di un «dolore segreto» alla bambina (la quale, però, sa tenerlo nascosto, chiuso dentro le pareti domestiche e non lo porta fuori con sé come invece fa il bambino).
Analogo fenomeno della genealogia della violenza sarà rievocato sia nell’Anniversario sia nel Libro delle case, in cui le violenze del nonno paterno, il «Nonno mai esistito» (BAJANI 2021, p. 160), verso il figlio e il consumo di alcolici diverranno tare ereditarie delle quali il protagonista prende gradualmente consapevolezza e da cui intende smarcarsi, ma che lo segneranno per sempre.
2.4. Vicende familiari che ritornano
In Un bene al mondo, ancora, troviamo il citofono come mezzo di comunicazione, riuscita o impedita, analogamente a quanto avverrà poi con il telefono nel Libro delle case e ancora più insistentemente nell’Anniversario. Troviamo la sistematica alternanza di piani visivi tra il “dentro” (il paese, la casa, il vagone del treno, ma anche, in senso temporale, l’infanzia) e il “fuori”: l’oltre il passaggio a livello, il bosco, il fuori del finestrino sul treno, l’esterno rispetto alla finestra di casa; ma anche, in senso temporale, il dopo da cui «l’uomo», ritornando con la memoria alla propria infanzia, guarderà il sé «bambino», disegnando la propria «mappa» della città vista dall’alto, ovvero la ricostruzione mentale dei luoghi in cui era cresciuto, segnati dal dolore dell’infanzia (BAJANI 2016 p. 119).
Nel Libro delle case, invece, vengono ripercorse le vicende familiari e biografiche del protagonista-narratore Io in modo ancora più vicino a quanto avverrà nell’Anniversario: la Casa del sottosuolo, nella periferia romana, con la Nonna paterna, Padre, Madre, Sorella e Io; il trasferimento nella periferia torinese, prima in Casa sotto la montagna, poi in Casa del Recinto, un caseggiato anonimo, un «parallelepipedo grigio» in concessione dallo Stato al padre funzionario pubblico in «una specie di eterno offerto ai non abbienti, cioè 99 anni» (BAJANI 2021, p. 141); le vacanze nella casa lungo il litorale laziale, la Succursale di Casa del sottosuolo, lo spazio fisico in cui il padre per la prima volta compie violenza contro Io, come poi rievocato anche nel dodicesimo capitolo dell’Anniversario: «Mio padre mi prese a pugni un pomeriggio estivo, nella casa che sua madre affittava tutti gli anni sul litorale laziale a nord di Roma. Credo fossi adolescente, intorno ai sedici anni» (BAJANI 2025, p. 75).
Nel Libro delle case vi è spazio per i luoghi che hanno segnato il percorso di crescita di Io, con le sue esperienze di studio, lavorative e amorose, la sua nuova vita con Moglie e Bambina nella Casa di Famiglia, la malattia della moglie (il «tumore», «la parola che nessuno pronuncia» BAJANI 2021, p. 181), la separazione e il divorzio nella Casa della legge, il Tribunale, dove avviene la chiusura del ciclo matrimoniale (con un’altra pratica burocratica speculare a quella che nella Casa della felicità, ovvero il Comune, era iniziata): «È lì che la Casa di Famiglia trasloca per poi dissolversi» (BAJANI 2021, p. 224), in quell’edificio dove si sentono «i passi e il niente sudaticcio della noia della macchina statale, alle loro spalle» (BAJANI 2021, p. 226). Le stesse evoluzioni relative alla moglie e al divorzio torneranno nell’Anniversario.
Nel Libro delle case troviamo anche, in modo analogo a quanto avviene nell’Anniversario, il riferimento alle vicende della Nonna paterna, con il suo percorso di caduta sociale (nella Casa di Nonna Bambina, capitolo 56) e il fallito timido tentativo di fuga della madre del protagonista dalla casa matrimoniale verso i propri genitori, a Roma, nella Casa di Parenti (capitolo 53).
Troviamo, infine, la fuga del protagonista, la stessa con cui inizia e finisce il romanzo L’anniversario, che qui, nel Libro delle case, si presenta in una sorta di sinossi anticipata inserita in chiusura del capitolo 57 tra parentesi, con la descrizione della solitudine domestica che avvolge Madre e Padre, senza più contatti con Io, il quale, ormai lontano, ha rescisso definitivamente i legami con la propria famiglia:
«(Arriverà l’ora della cena, Madre proverà a estrarre Padre dal monitor, Padre non la sentirà, i piatti fumeranno da soli in cucina nell’attesa. […] Anche quest’anno, Madre dirà che si può provare a chiamare Io per fargli gli auguri e sentire come sta, e Padre non replicherà. Anche questa volta ci sarà una voce registrata che dirà che quel numero non è più in uso. Gli manderanno lo stesso messaggio che andrà a schiantarsi contro il muro di un numero cambiato. Dopo poco Padre prenderà il telefono e, togliendosi gli occhiali e avvicinando la faccia all’apparecchio, digiterà un insulto e una maledizione. […] Prima dell’una andranno a letto; le serrande, in camera, terranno fuori la luce della strada. Nelle altre stanze invece resteranno alzate, i lampioni del recinto continueranno a gettare malinconia nella casa nottetempo. Il telefonino resterà acceso sul tavolo in cucina. Riproveranno tutto l’anno dopo).» (BAJANI 2021, pp. 190-191).

3. La violenza subita: il trauma che ritorna
In tutti e tre i romanzi, comunque, il “punctum” dell’opera, il punto visivo ed emotivo, la “ferita” che colpisce nel dispositivo-romanzo come in un’immagine (secondo la teoria di Roland Barthes nel celebre saggio La camera chiara del 1980), il dettaglio verso cui converge l’attenzione del lettore-spettatore e che rimane poi impresso nella memoria e che costituisce il vero “trauma” da cui muovono le vicende, coincide sempre con la violenza fisica subita dal protagonista, senza cui il resto della narrazione, lo “studium”, non avrebbe uguale rilevanza e tensione intrinseca. Neanche, probabilmente, avrebbe uguale risonanza l’accusa di assenza (tema che diventa il filo conduttore dell’Anniversario) rivolta alla madre, la quale sempre assiste ai pochi ma significativi e segnanti episodi di violenza del padre contro il figlio da dietro, non interviene, anzi guarda dall’altra parte, complice: così avviene in Un bene al mondo, con la madre che assiste alla violenza, in questo romanzo non esplicitamente descritta ma chiaramente evocata, come visto in precedenza, assecondando la scelta fiabesca dell’opera («Accanto al padre, intanto, era comparsa la madre, e anche lei aveva guardato dentro la stanza. […] Il bambino cercò madre con gli occhi ma non la trovò», BAJANI 2016, p. 54); così avviene, in modo qui esplicito, nel Libro della case, in cui nel capitolo 64 la Madre, nella casa estiva sul litorale laziale (la stessa in cui avviene la prima violenza nel capitolo dodicesimo già citato dell’Anniversario), «al solito non dice niente, espettora una specie di piangere meccanico e lascia che succeda quel che deve, offre il figlio in sacrificio a suo marito», mentre «Padre colpisce al viso Io, ripetutamente, a pugno nudo» (BAJANI 2021, pp. 208-209); nell’Anniversario, invece, nei due episodi di violenza del padre contro il figlio la madre non compare, vittima del processo totalitario e di “sottrazione” di fatto imposto dal padre e stilisticamente reso dall’autore mettendo volutamente in ombra la madre nella rievocazione da parte del protagonista dei propri ricordi. Al primo episodio, già riportato, in cui Padre lo «riempì di pugni in faccia» (BAJANI 2025, p. 76) per aver sottratto soldi dal portafogli della Nonna paterna, segue la rievocazione, nello stesso capitolo dodicesimo, del secondo episodio, alcuni anni dopo, quando il figlio era ai primi anni di università, con «un pugno» sferrato contro di lui in cucina; episodio di violenza a cui seguirono negli anni altre manifestazioni di aggressività animalesca rivolte contro oggetti ma ugualmente traumatiche, una «costellazione di accessi d’ira» che costituivano «l’evidenza di una disperazione, di un quadro psichico complesso»:
«Altri ricordi di questo tipo, in ordine sparso. Mio padre che tira fuori dal frigorifero la torta di compleanno di mia sorella e la scaraventa in terra. Mio padre che con un’accetta si avventa sulla canoa in policarbonato che avevamo al mare, e tenta – senza troppo successo – di farne scempio, e dopo sta di fronte a me, accetta sguainata, senza colpire. Mio padre che caccia sua madre infartata dalla nostra casa – dopo una notte insonne in mezzo alla quale mia nonna, barcollando nel buio e con una voce strozzata, mi aveva strattonato nel letto e chiesto di aiutarla a cercare le sue pastiglie salvavita. Mio padre con il polso ingessato e il frigorifero ammaccato dai suoi colpi.» (BAJANI 2025, pp. 76-77).
Fine
Autore: Fabio Delucchi

Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
BIBLIOGRAFIA
Opere di Andrea Bajani
- BAJANI 2016 = Andrea Bajani, Un bene al mondo, Torino, Einaudi, 2016 (edizione da cui cito; edizioni successive: Feltrinelli «I Narratori», 2022; Feltrinelli «Universale Economica Feltrinelli», 2024).
- BAJANI 2021 = Andrea Bajani, Il libro delle case, Milano, Feltrinelli «I Narratori», 2021; Feltrinelli «Universale Economica Feltrinelli», 2022).
- BAJANI 2025 = Andrea Bajani, L’anniversario, Milano, Feltrinelli «I Narratori», 2025.
Saggi critici su A.Bajani
- Alberto Casadei, Su “L’anniversario” di Andrea Bajani, in Le parole e le cose, 26 febbraio 2025. Su “L’anniversario” di Andrea Bajani – Le parole e le cose²
- Gianfranco Cordì, Andrea Bajani e «L’anniversario»: trascurabili madri, padri in disfatta, in MicroMega, 15 maggio 2024. Andrea Bajani e “L’anniversario”: trascurabili madri, padri in disfatta
- Andrea Cortellessa, Il cane nero di Andrea Bajani, in Alfabeta2, n. 27, marzo 2013, p. 23
- Chiara de Nardi, Andrea Bajani: una geometria famigliare, Doppiozero, 19 marzo 2025. Andrea Bajani: una geometria famigliare | Chiara De Nardi
- Mario De Santis, Tra romanzo e autofiction. “L’anniversario” di Andrea Bajani, in Minima et Moralia, 7 marzo 2025. Tra romanzo e autofiction. “L’anniversario” di Andrea Bajani – Minima et Moralia
- Laura Pugno, La manutenzione degli affetti: “Un bene al mondo” di Andrea Bajani, in Nuovi Argomenti, n. 75, 2016, pp. 125-128.
- Gianluigi Simonetti, Se la vita è una planimetria, in Domenica – Il Sole 24 Ore, 18 aprile 2021, p. 15.
- Elena Rausa, Questione di punti di vista #3: Bajani, Franchini, io secondo lui, in La ricerca, 5 marzo 2025. Questione di punti di vista #3: Bajani, Franchini, io secondo lui – La ricerca
Studi sulla letteratura contemporanea
- Raffaele Donnarumma, Ipermodernità. Dove va la narrativa contemporanea, Bologna, Il Mulino, 2014.
- Lorenzo Marchese, L’io possibile. L’autofiction come paradosso del romanzo contemporaneo, Recanati, Transeuropa, 2014.
- Gianluigi Simonetti, La letteratura circostante. Narrativa e poesia nell’Italia contemporanea, Bologna, Il Mulino, 2018.
- SIMONETTI 2023 = Gianluigi Simonetti, Caccia allo Strega. Autonomia anatomia di un premio letterario, Milano, Nottetempo, 2023.
- Gianluigi Simonetti, Declino e fine della letteratura “di una volta”, in Le parole e le cose, 18 maggio 2025. Declino e fine della letteratura “di una volta” – Le parole e le cose²
- Paolo Di Paolo, Nel trionfo dell’autofiction i romanzieri sembrano i Ferragnez, in Limina, 6 febbraio 2025. Nel trionfo dell’autofiction i romanzieri sembrano i Ferragnez – Limina | Rivista
- Carlo Pizzati, Scrivere di sé potrà salvare la letteratura?, in La Repubblica, 16 febbraio 2026, p. 28.
- Paolo Repetti, Scrivere di sé? È il destino della letteratura quando i miti si esauriscono, in La Repubblica, 21 febbraio 2026, p. 30.
