Tra libri d’arte e poesia (3): «Il Buon Tempo» di Lucio Passerini – intervista di Alessandro Ardigò

I famosi caratteri mobili in legno de “Il Buon Tempo” di Lucio Passerini


Quando, nel 2024, ho chiesto a Lucio Passerini se aveva piacere di essere intervistato a proposito del suo «Buon Tempo», mi ha risposto di sì, ma che in quel momento «non poteva, per motivi che poi mi avrebbe detto». Purtroppo le cose non hanno preso la piega che noi tutti speravamo e la rassegna cremasca Scripta 2025 è stata a lui dedicata. Rimane però la sua grande opera tipografica, l’opera di una vita. L’intervista che dovevamo fare nel 2024 la facciamo dunque lo stesso, ma con sua moglie, Chiara Bottelli, esperta nipponista, che ci  ci ha ospitato a Casteggio (Pv) dove «Il Buon Tempo» ha sede. 

«Le cose ci sopravviveranno, ciò che noi abbiamo sono i nostri ricordi (passato) e i nostri progetti (futuro) ma viviamo nel presente che salda il prima e il dopo, e possiamo affidare alle cose idee, riflessioni, sentimenti, per mezzo di parole (scritte), immagini; così fissato ad una cosa, il presente rimane e può tornare in vita ogni volta che qualcuno legge un libro o ascolta una musica oppure osserva un quadro o una scultura».

Questo è quanto io e Chiara Bottelli troviamo scritto, a penna, aprendo uno dei molti taccuini di appunti di Lucio Passerini riposti nel suo studio, non ancora letti da nessuno.
Sui tavoli si vedono stampe rimaste incartate e un’edizione che Chiara Bottelli sta cercando di concludere apponendo la rilegatura: «C’è da fare tutto un lavoro di catalogazione e archiviazione – spiega Chiara – in maniera che il materiale conservato qui possa essere conosciuto e fruito. La mente eclettica di Lucio lo portava ad aprire sempre molti progetti e infatti questo luogo ne è pieno, come vedi». E davvero sembra di stare in un luogo quasi magico, in cui  si cela, in ogni cassetto scostato, in ogni pila di carte, qualcosa di inaspettato che si disvela la prima volta. 

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Incisioni su linoleum di Lucio Passerini: https://ilbuontempo.it/  

Chiara mi apre davanti agli occhi cassettiere ricche di libri d’arte, alcuni ancora da rilegare, altre cassettiere contengono caratteri mobili, sia in piombo che in legno, altre monotipi, altre ancora poster composti da Lucio Passerini.
«Ho conosciuto Lucio nel 1982, lo stesso anno in cui ha iniziato l’attività de “Il Buon Tempo”» continua Chiara, «ho sempre svolto attività professionale nell’ambito del turismo internazionale. Grazie ad una borsa di studio a Tokyo, mi sono dedicata agli scambi culturali con il Giappone. Pur non avendo collaborato direttamente con lui, ho avuto modo di seguirne le diverse fasi di sviluppo, e ho contribuito a farlo conoscere all’estero».
«Il buon tempo – prosegue – è il tempo dedicato a fare le cose che uno ama, quindi per Lucio il tempo passato in stamperia, però anche il tempo atmosferico, perché se fa freddo in stamperia si gela se fa caldo si soffoca. Questa è una burla ovviamente, un gioco di parole; lui amava i giochi di parole, fanno parte degli “scherzi” presenti in molte sue opere».

Lucio Passerini - Sempre caro, 2010
Lucio Passerini – Sempre caro, 2010

Ciò che colpisce è la dimensione anche intellettuale dell’artista tipografo: Passerini instaura un dialogo circolare con le due sue anime, quella teoretica e quella di artista manuale. Infatti, guardando le composizioni di Lucio, di “giochi” tipografici se ne vedono molti, come ad esempio il poster «Mica tutti siamo buoni a stampar come Bodoni», oppure il poster dell’Infinito di Leopardi che mano a mano diventa illeggibile, con lettere messe a caso in rima. L’idea chiave credo sia riportata in un suo libretto e poster The Alphabet is Innocent, l’alfabeto è innocente. Dire che l’alfabeto è innocente implica l’idea che con le parole si può anche giocare, che le lettere siano qualcosa a cui possiamo affidarci.

Possiamo dire che il gioco di parole sia la versione “leggera” della dimensione intellettuale di Lucio Passerini, che è autore di manuali (es. Xilografia, i materiali, le tecniche, la storia della stampa a rilievo, il Castello, 1991) e ha tradotto molti classici della tipografia, in particolare per l’editore milanese Bonnard, come Sulla Tipografia di Eric Gill, Milano, Bonnard, 2005, oppure La forma del Libro di Jan Tschichold, Ronzani Editore 2022. «Lui era uno studioso e un intellettuale – commenta Chiara Bottelli – quando trovava testi importanti sulla tipografia li proponeva agli editori, e molti editori lo hanno ascoltato, portando nelle in Italia alcuni classici della tipografia».

Jan Tschichold, La forma del libro, Ronzani editore, traduzione di Lucio Passerini
Jan Tschichold, La forma del libro, Ronzani editore, traduzione di Lucio Passerini

Tra le varie peculiarità dell’opera tipografica di Lucio Passerini vi è quella dell’utilizzo di una tipografia a caratteri di legno. «Qui ad esempio c’è un bancone di caratteri mobili in legno che è stato preso dal Cottolengo di Torino», mostra Bottelli. La scelta del legno incide direttamente sul risultato estetico e sul significato delle sue opere. Ad esempio stampando libri in grande formato ma con poco testo si ottiene un risultato peculiare.
«Sì, ed era molto attento anche al colore. Lucio si era laureato in Lettere ad indirizzo Storia dell’arte. Insegnava già dall’80 alla Scuola di Arte Grafica del Comune di Milano. Poi il Comune ha trasformato quella scuola in una scuola d’Arte regolare e lui ha insegnato tutta la vita, e nel frattempo portava avanti le sue edizioni».

Le edizioni «Il Buon Tempo» per un po’ hanno stampato senza regolarità le opere (1982-1990) che poi sarebbero state catalogate sotto il nome di “Prolegomeni” (es. Dino Campana, Poesia facile, 1983),  trovando poi la loro prima collana definita nel 1991, «Una poesia». La collana segue la forma di un foglio ripiegato in tre e prevede la stampa di una poesia e di una incisione. «Una poesia» ha ospitato sia autori classici (es. Pound, Dickinson, Leopardi, Tasso, Shakespeare, Campana) sia contemporanei (es. Vitale, Castaldi, Raimondi, Scialoja). «Grazie alle edizioni Lucio è entrato in contatto con molti artisti e scrittori – spiega Chiara Bottelli – come l’artista giapponese Kenjiro Azuma, con cui ha stampato libri sia in italiano che in giapponese».

Ezra Pound, Song, 1991.Testo originale e traduzione italiana di Giuseppe Ungaretti, con una xilografia a due matrici di Lucio Passerini.
Ezra Pound, Song, 1991.Testo originale e traduzione italiana di Giuseppe Ungaretti, con una xilografia a due matrici di Lucio Passerini.

Il legame di Lucio Passerini con il Giappone è profondo e risale agli anni Ottanta, quando, nel 1989, allestì la sua prima mostra a Tokyo, rinnovandola poi a Osaka. «La mano di Lucio fu subito apprezzata» commenta Chiara Bottelli (lei stessa è esperta di cultura nipponica e grazie a lei Passerini ha incontrato la cultura orientale). «Lucio utilizzava volentieri particolari tipi di carta giapponese», spiega Chiara aprendo una delle tante cassettiere de «Il Buon Tempo». Probabilmente il contatto con l’oriente ha influenzato profondamente anche lo stile dei suoi monotipi “a timbro” e delle incisioni su linoleum, decisamente minimaliste, di cui lui stesso scriveva: «esse nascono da un processo di sottrazione di parti da un intero. A uno sguardo d’insieme si presentano come forme semplici, strutture elementari, immagini in bianco e nero».
Di questa linea minimalista fanno parte anche quelle che lui chiamava Rubber Prints, cioè impressioni fatte con una gomma incisa e ripetutamente stampigliata su di un foglio.
La forma del timbro ad un certo punto esce dalla bidimensionalità della carta ed entra nel mondo reale, con sculture in legno che riproducono un segno simile.
Una poetica della sottrazione insomma, mescolata al gioco, all’alfabeto, alla preziosità intrinseca dell’opera. Gli spazi armonizzano i pieni e i vuoti, i chiari e gli scuri.
Ecco quindi, come scrisse Ezra Pound e come Lucio Passerini stesso amava dire: «The artist is always beginning».

Fine dell’articolo
Si ringrazia Chiara Bottelli per l’intervista

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