La parola e la materia: «Salgemma» di Silvia Comoglio (Recensione)

Silvia Comoglio scrive Salgemma (Book Editore 2026): un’opera liturgica, della liturgia antica del canto, un canto profondo come le parole ebraiche della Bibbia. Salgemma non permette di cogliere dei testi immediatamente il senso, quindi, in un certo modo, è un’opera «dura», ma di una durezza che non vuole essere respingente, perché sensuale, come il Cantico dei Cantici, che è canto d’amore.
Si prenda ad esempio la prima delle tre sezioni di cui è composta, L’allodola (le altre sezioni sono Salgemma e A fior di labbra): essa si apre con quattro versetti scritti sia in caratteri latini che ebraici, tratti da Genesi, Esodo e Samuele; tutti e quattro hanno a che fare con la materia, in particolare il legno: materia elementare e viva, spirituale. La parola dunque come elemento, come qualcosa di primordiale su cui basare la profondità e la spiritualità del canto.
Prendiamo – arbitrariamente, a mo’ di esempio – i primi sei componimenti della sezione prima, L’allodola:

1.
“l’ombra, amore, piantata, déntro,
nella gola, è ómbra, tutta senza fondo,
dell’unica tua ala che trilla, déntro,
nella gola, a eterno spígolo di vita

2.
“l’ala, l’ala tua, è dunque –
oracolo che trilla, a nome di parola,
déntro, déntro la tua gola?

3.
“(allora): faranno un’arca, piantata,
déntro, nella gola, a oracolo che trilla –
a nome di parola?

4.
“e, saranno, l’orácolo che trilla e l’ala –
a spigolo di vita, saranno tempo, piantato,
déntro, nella gola, a bersaglio appena –
sibilato?

5.
“(ma, allora,): è splendore –
che urta la tua terra l’ala,
piantata, déntro, nella gola,
a sacra, allodola di tempo?

6.
“(e poi –
fu detto): ha nome di parola
l’allodola piantata in terre,
di ombre, a meraviglia –

I concetti, le idee razionali, non sono i primi aspetti poetici a depositarsi in chi ascolta; per afferrarli serve passare da una lettura ripetuta nel tempo, come è proprio del carattere di questo tipo di poesia. Ciò che colpisce per prima, a mio parere, sono invece gli elementi propriamente sensibili, legati cioè ai sensi di chi ascolta.
I componimenti non sono leggibili singolarmente, ma come una concatenazione, sono uno legato all’altro mediamente fitte e costanti ripetizioni, non di singoli suoni, ma di intere allocuzioni. È la parola ebraica che emerge dall’ombra, dal nulla, la parola ontotetica che si fa essere dal nulla per mezzo di se stessa, cioè del suo suono. Questa poesia acquisisce un senso profondo se pensata tra il canto, la sillabazione e la salmodia, in un rito ad un tempo singolo e collettivo.
La centralità dell’oralità è ribadita da Silvia Comoglio con l’inserzione di accenti che sarebbero eccedenti rispetto alle norme grammaticali correnti: ma così è perché quegli accenti hanno un significato puramente espressivo e recitativo.
Questo tipo di lavoro sull’oralità lo definirei radicale, perché va all’origine, alla radice di dove sorge il bisogno poetico. Non c’è verso che non ne richiami un altro: I) v. 2 ombra v.3 dentro v.4 gola II) v.1 ala v. 2 trilla v.3 dentro; e via fino alla fine del libro. È chiaro allora perché questa oralità è sensuale, estetica nel senso più denso: essa non parla alla parte razionale della mente, ma è un canto interiore che, attraverso i sensi ed il rito e la ripetizione, entra dentro in chi la ascolta e a sua volta lo recita.
A tutti gli effetti una poesia che è sale, salgemma appunto, elemento conservativo, poiché conserva; radicale, perché è alimento e sta alla radice della vita dell’uomo dai suoi albori: è quindi immagine di una sostanza poetica che nella sua essenza vuole essere incorruttibile e sempiterna. Come a dire: per quanto c’è stata e ci sarà vita umana sulla Terra ci sarà questo modo di fare poesia.
A livello puramente compositivo l’anafora e la variazione minima costituiscono il motore ritmico primario. I versi si succedono come strofe di un salmo o di una nenia arcaica, dove la medesima struttura frasale ritorna, mutando soltanto un singolo elemento o una sfumatura prosodica. Questo modulo ripetitivo genera un effetto ipnotico di litania che avvolge chi legge, e trasforma la lettura in un atto incantatorio.

Salgemma vuole restituire alla poesia la sua funzione originaria. Essa, attraverso il dialogo con il testo sacro e un’orchestrazione fonica basata su ritorni, salmodie e minime variazioni,  chiede abbandonarsi al “puro sacro” della parola poetica.

Silvia Comoglio, Salgemma, Book editore 2006
Silvia Comoglio, Salgemma, Book editore 2006

Alessandro Ardigò

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2 commenti su “La parola e la materia: «Salgemma» di Silvia Comoglio (Recensione)”

  1. Una bellissima presentazione, che insieme ai sei testi esemplificativi invoglia senz’altro a leggere il lavoro per intero.
    Grazie al recensore e complimenti all’autrice.

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