L’ultimo libro di Silvia Rosa, “L’ombra dell’infanzia” (peQuod, 2025), esplora, attraverso la restituzione memoriale di un’infanzia oscura e segnata da abusi, il legame tra identità e linguaggio. Il titolo stesso infatti pare inscriversi all’interno di tale chiave di lettura: l’ombra, come prolungamento dell’identità, tende a configurarsi in poesia come appendice di un io che ricostruisce, per mezzo di una lingua finemente cesellata, la storia di un idillio infantile infranto:
Il padre tiene in braccio la bambina
in una foto anni Settanta dalle atmosfere
inospitali, i toni pastosi che avvampano
tra le forme geometriche degli arredi
e le scarpe chiodate. Interno giorno
popolato di volti intorno a una torta
con tre lumini accesi, preludio all’assaggio
del buio e alla grandine di applausi. Una capriola
della sorte, il supremo sbaglio, lo squarcio
che lacera la velina dell’infanzia, il prima
e il dopo della storia: un padre che scompare
in un soffio, l’armata delle candeline a venire
un’attesa sterminata, le bandierine della resa
e la cantilena dei perché quanto baccano
nella testa, ma il regalo ero io, abbandonato
in un angolo, con un nastro nero al polso
e il vestitino della festa, macchiato.
Il rinvenimento di una vecchia fotografia fa riaffiorare “l’ombra” di un compleanno, durante il quale gli elementi festosi e le figure sbiadiscono di fronte all’imminenza di una vita destinata a rimanere segnata dall’assenza dell’imago paterna. La raccolta così procede nella descrizione memoriale, facendo emergere dal “chiostro” dei ricordi l’immagine di una bambina ferita, che accompagna l’io adulto nella comprensione della propria identità e di interrogativi archetipici:
Come succede che l’ombra dell’Orco
si addensi grigioblu e diventi sovrana
sulla nuca della bambina, che di lì a poco
farà la fine della cicala sull’altare dell’inverno?
È per via di un sortilegio che fa sgretolare
le foreste in pietruzze taglienti e ognuna riluce
il volto del Mostro nel frastuono del vento.
Ma chi è l’Orco, il Mostro, questo essere che
trasforma il latte azzurrino nell’uovo amniotico
della rovina, in cui la bambina si agglutina e
si annicchia, sbranata dal buio? Nel chiostro
della memoria il suo viso è puntellato
dalle piroette di centomila lumicini, un padre
finto, posticcio, impostore, un fantoccio
dalla voce imponente, un niente che spegne
il tintinnio lieto degli anni verdissimi, così
che si sradicano e sbiancano e sbordano
i contorni, diventando spighe di vetro.
Le immagini idilliche che dovrebbero fare da sfondo al tempo dell’infanzia sono tutte capovolte nelle loro rispettive contrarie, per rendere poi maggiormente esplicita la condanna di una figura paterna percepita come “finta” e “posticcia”. Crescere significa apprendere come sopravvivere a memorie infantili tanto dolorose: “È così che crescere è diventato un gioco a morte,/ un domestico orizzonte di cemento”. Il testo ripete la figura metaletteraria del “dono scartato”, immagine nella quale l’io lirico si identifica in quanto oggetto del rifiuto da parte del padre. Contrariamente, quest’ultimo appare pronto a giustificare la propria assenza come “regalo inaspettato” che si presenta in occasioni festive:
A Natale i padri fioccano come regali inaspettati,
padri di cioccolata caduti nella cenere dei camini,
il volto scuro della notte, fiocco dopo fiocco la neve
si scioglie macchiando le mani di freddo, padri
con barbe bianche in cui si incagliano silenzi
e densi presagi di stelle in transito dentro cieli
di miele e veleno, padri addobbati di rosso
esili vergogne che colorano guance tirate
a nuovo, padri che a ogni rinascita seminano
il destino di piccole morti, non ti portano doni,
solo l’ennesima desolata certezza che sfatto
il nodo di seta sarai scartata fino all’osso.
Le riapparizioni della figura paterna coincidono con piccole morti in dono, riassemblate dall’io lirico lungo l’arco della propria memoria e così trasposte in parola. Particolare è l’approccio analitico con cui Rosa descrive il contrasto tra i bisogni affettivi dell’infanzia e quelli di sopravvivere a un padre-orco:
Eppure si sforzava di essere docile, amabile,
la bambina raggiante che ogni padre porterebbe
orgoglioso al mare, ma nella periferia dello sguardo
di Lui era solo qualcosa da sbucciare, neranerrissima
bambina selvatica che non si lascia domare, una
piccola strega che mastica ingrati anatemi, era
la sentinella in piedi diroccata ma salda negli
avvitamenti del giorno, nelle rade del tempo
perpendicolare, immaginando di continuo come
uccidere l’Orco, come non farsi dominare.
La rabbia e il disprezzo verso l’Orco raggiungono l’apice nel testo a seguire:
Quella volta in montagna sull’orlo
di un burrone pensava di spingerlo
forte mentre la grazia verde del bosco
la guardava di spalle, con uno strappo
nella palpebra. Non farlo. Cadrai giù
con lui, senza più riparo dal male.
E nella vasca da bagno, il giorno che
chiedeva di essere lavato – era anche lui
un bambino, ma di quelli morti e risorti
nella calugine di un avvoltoio – fantasticava
di gettare nell’acqua il phon, con il suo cordone
ombelicale ficcato nel faccino quadrato
della presa elettrica, che occhieggiava severa
vicino allo specchio. Non farlo. Brucerai
anche tu nello sfrigolio lavico della colpa.
Così non è stato, l’incavo delle sue mani
è rimasto un lindo lino strappato, però l’odio,
il disprezzo, la rabbia hanno eroso tutti
i residui calcarei di una poca innocenza
e ogni incantamento da favola.
Eliminare l’Orco diviene una fantasia infantile ricorrente al punto da essere poi compensata e ammonita da una superiore consapevolezza morale, indizio di un embrione di adultità che comincia ad affiorare nella bambina. L’io lirico interviene ancora laddove il presente costringe a uno sforzo di raziocinio e comprensione: anche il padre era a suo modo un bambino, incattivito e volubile, capace di distruggere i sogni e le illusioni della figlia. E tuttavia, ribaltando i moduli narrativi fiabeschi, la narrazione raffigura una bambina adultizzata, costretta a salvarsi dalle violenze dell’Orco:
Il fato volle che la bambina riuscì a salvare
una lamella di sé stessa dall’ingordigia della
Bestia, che arraffava a piene mani fino a
scioglierlo il gomitolo bersaglio che era
diventata. Un gioco osceno che significava
la prepotenza del più forte, il suo tuttopotere
glorificato nella spettrale aura monocorde
che hanno certi incubi all’albeggiare, quando
si sente il cuore rintoccare a morto.
Sfilarsi dal suo corpo, ecco la via d’uscita,
e per questo l’Orco non ottenne di piegarla
alla sua legge, mai una volta alla domanda
sibilata nell’orecchio – ti piace? – lei rispose
con una menzogna. Il no di tutto il corpo
restò tale, radicato, il fracasso ribelle della
preda, un rombo come un botto nella quiete
stridula di certe inquadrature surreali, una
bandiera nera sventolante – non avrai mai
il mio consenso, né il mio piacere trafugato.
La chiusa configura il realizzarsi dell’emancipazione della bambina dai vincoli del potere patriarcale, che si esplica mediante l’abuso e la presa di possesso sul corpo della figlia. Il corpo infantile si contrae in opposizione all’Orco, divincolandosi dalla sua presa e affermandosi come soggetto di diritto. L’opera di Rosa restituisce, nella sua totalità, il quadro di un processo di liberazione dalla cultura patriarcale le cui radici affondano salde già a partire dalla dimensione infantile.

Pietro Romano
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