Su «Il maestro del duce» di Alessandro Di Nuzzo (Recensione)

Nel 1951, Hannah Arendt pubblica a New York il suo monumentale «Le origini del totalitarismo», in cui definisce l’ideologia come «la logica di un’idea».
La funzione dell’ideologia, secondo la studiosa, è reinterpretare (tutta) la storia per arrivare alla formulazione di un pre-giudizio che informi di sé l’esperienza quotidiana alla luce di quell’idea-madre, che diviene “sistema”. «Le ideologie ritengono che una sola idea basti a spiegare ogni cosa, senza che nessuna esperienza possa insegnare alcunché, dato che è tutto compreso in questo processo coerente di deduzione logica».

Frutto delle ideologie nel ‘900 sono gli –ismi politici, storicamente in Italia il fascismo, in Germania il nazismo, nell’Urss il comunismo.
Ma anche l’oggi, dopo anni di cosiddetto «pensiero debole», sembra di nuovo affascinato della potenza di idee-sistema in grado reinterpretare la storia e fornire una spiegazione chiara dello stato di cose. Assistiamo ad un ritorno dell’ideologia, basti vedere la quantità di moralismo facile cui siamo suppliziati ogni giorno sui social. Il vantaggio è chiaro: essere sempre morali significa essere sempre dalla parte del giusto, essere depositari della verità.
Sintomo del ritorno delle ideologie è la lingua, anzi le lingue: i linguaggi tornano a credersi forti attorno a parole, locuzioni, sintagmi, dimostrazioni logiche o semi-logiche che si pretendono incontrovertibili, perché basate, come spiegava la Arendt, su una reintepretazione a proprio favore della storia («-ismi che per la soddisfazione dei loro aderenti possono spiegare ogni cosa e ogni avvenimento facendoli derivare da una singola premessa», scrive la Arendt nell’ultimo capitolo, «Ideologia e terrore»). Una mente, forte della propria macchina-ideologia, è in grado di giudicare tutto senza approfondire nulla, senza scendere mai nel singolare.

Ma è possibile sottrarsi alla seduzione della potenza di un’idea che vuole divenire -ismo?
Se la «logica di un’idea» pone sé stessa al di sopra di ogni cosa, piegando realtà e storia, allora credo si debba compiere il percorso inverso: tornare alla realtà, molteplice, a-logica, tornare alla pietà nei confronti della vita, abbandonando il linguaggio incontrovertibile degli -ismi.
Sembra essere questo, in definitiva, il messaggio del romanzo «Il maestro del duce» di Alessandro di Nuzzo, da poco edito per Bompiani.
Nell’anno scolastico ’37-38, il giovane maestro elementare Guido Centofanti, fervente fascista, si trova – per sua stessa scelta – ad insegnare, per la prima volta, a Morra Terzana, un paesino sperduto e montagnoso dell’entroterra meridionale. Qui Guido dovrebbe/vorrebbe «forgiare» le nuove menti e i nuovi corpi dei bambini all’ideologia fascista. Ma ciò che, dopo un primo momento di allucinazione ideologica, incontra è una realtà irriducibile alla retorica del regime.
Guido stesso non è fisicamente un perfetto fascista, perché ha una malformazione che segna il suo incedere, e che tutti vedono. La disabilità, che ne ha forse acuito la sensibilità, unita alla sua intelligenza gli impongono di fare i conti con la multiforme e molteplice realtà umana che si trova davanti nella piccola scuola ad una sola classe di Morra Terzana. La pietà umana, viva in lui, lo muove a comprendere i ragazzi che ha di fronte, uno ad uno, singolarmente, individualmente, rendendosi conto di quanto poco una griglia ideologica possa spiegare dei suoi ragazzi. Egli, da vero buon maestro, si spinge verso i discenti, invece del contrario, come vorrebbe il regime: prendere un qualsiasi bambino, spersonalizzarlo inculcandogli la retorica del perfetto fascista, a prescindere da ogni caratteristica umana soggettiva e irriducibile.

Non a caso, nel libro, il linguaggio dei bambini è quello «naturale» dei loro monti: un dialetto italianizzato simbolo della loro spontaneità, e in un certo senso «radicalità». Il linguaggio del maestro Guido è invece l’italiano nostro contemporaneo: da un lato, se così si perde l’occasione di fare il verso al lessico fascista dell’epoca, probabilmente per l’esigenza di essere comprensibili ai lettori di oggi, d’altro canto questa scelta apre l’«interessante» – è un eufemismo – prospettiva dell’innesto dell’ideologia fascista sulla lingua dell’Italia di oggi.   

Un episodio che mostra bene quanto l’essere intimamente «un buon maestro», pietoso e intelligente, impedisca a Guido di identificarsi appieno con l’ideologia fascista, è quello dell’orso, ambientato il 19 novembre del 1937, XVI anno dell’era fascista (pagg. 72-75):

Questa mattina, scendendo verso la scuola, mi parve di incrociare più paesani del solito.
Camminavano veloci per le vie. Nella piazza s’erano formati parecchi crocchi di uomini che parlavano fitto fra loro. Era un’atmosfera di eccitazione che non avevo mai osservato prima, in questo paese dai ritmi posati.
Gli alunni stessi erano tornati a essere vagamente irrequieti, in classe.
Da principio cercai di non dare peso a quella sensazione, sperando che si placasse.
Ma poi, visto che tutti si applicavano a fatica ai compiti assegnati e seguitavano a guardare fuori della finestra: “Che succede?” chiesi a Ferraiuolo, che mi sembrava il più affidabile sulle notizie del paese.
“Ma come, ‘gnor mae? Nun lo sapete?”
“È l’urze!” disse Tuccillo.
“Che?”
“L’orso, signor mae’. Si magnavi dieci pecurelle!”
“No, vienti!”
“No! Cinquanta!”
“S’è sfunnato proprio! Chi sa che cacata c’ha fatt’!”
Ancora con questo orso: una storia cui non sapevo se credere o meno. L’ordine in classe, comunque, stava di nuovo per sfuggirmi di mano. Dovevo fare qualcosa, subito.
Cominciai a sfogliare frettolosamente il Libro unico, alla ricerca di qualcosa che parlasse di orsi, plantigradi o altri animali equivalenti per stazza e pericolosità.
Non lo trovai. Allora finsi di dettare un testo sull’orso, inventandolo si sana pianta: L’orso è un mammifero appartenenete alla famiglia degli ursuli, ecc. ecc.
Ben presto, sollevando gli occhi, mi accorsi che nessuno seguiva il passo del dettato. Tutti ancora a sbirciare febbrilmente verso le montagne.
“Fermatevi. Basta così.”
Andai alla lavagna. Scrissi a caratteri cubitali: ORSO. Seguito da un altrettanto grande punto interrogativo.
“Allora, come è fatto questo benedetto urze? Descrivetemelo a voce.”
La parola scandita in dialetto diede inizio a una gara entusiasmante, a chi dava la descrizione più fantasiosa, paurosa, dettagliata.
“Chill’è enorme, ‘gnor mae’! Nun lo può uccidere nisciuno!”
“È comm’u drago grifone!”
“No, comm’u ciclope!”
“Tiene ‘na bocca grande come ‘na grotta, e le unghie lunghe comm’ chille r’o diavolo!”
“Sta bene. Sta bene, basta,” dissi, e mi venne un’altra idea. “Ora, disegniamo questo orso. Prendete l’album da disegno.”
“Nun lo teniamo, ‘gnor mae’.”
Già, che sciocco. Figuriamoci.
“Fatelo sul quaderno o sul foglio che avete.”
“E le matite?”
Presi dalla cartella il mazzo di Presbitero che avevo per me e le distribuii agli alunni.
“E i culure? Come facimmo a disegna senza culure?”
“Ora basta. Lavorate. Quel che conta nel disegno è l’immaginazione. Non i mezzi materiali.”
Si misero all’opera. Ma senza quell’entusiasmo che dovrebbe accompagnare le menti giovanissime e fresche nella creazione di fantasia. Compresi che quello non era il disegno che avrebbero voluto fare, ma quello ch’erano costretti a fare.
Piccolo e senza colori. Mentre le loro mani e i loro occhi desideravano fare qualcosa di grande: un orso gigantesco e terribile, in uno sconfinato paesaggio variopinto come l’arcobaleno.

Per trovare i colori ai suoi studenti, ‘gnor mae’ farà poi l’incontro del «professore», un intellettuale in esilio: due solitudini, quella del maestro e del professore, che si incontreranno. Ma, al di là dell’incedere della trama, gli elementi che caratterizzano il brano riportato sono chiari: il maestro si rende conto che seguire il Libro unico del regime, in uso allora nelle scuole elementari, sarebbe una forzatura nei confronti dei suoi ragazzi, tutti presi dalla presenza dell’orso nei boschi attorno al paese, quindi devia la propria didattica da quella “ufficiale”.
Inoltre, ’gnor mae’ utilizza egli stesso la parola urze per “orso”, cioè fa proprio il linguaggio dialettale dei propri studenti, un linguaggio che non ha nulla a che fare con la retorica belligerante dell’ideologia fascista, lui che non è nemmeno di quelle zone e il dialetto fatica a comprenderlo.
Guido è quindi un maestro – un uomo – che, molto prima di rendersi razionalmente conto di non essere fascista, non lo è nell’intimità e negli atti, perché rinuncia a calare la griglia dell’ideologia sopra una realtà – le menti e i corpi dei suoi studenti – che è troppo viva e troppo varia, troppo  degna di cura ed amore, troppo soggettiva, per essere contenuta in una «macchina-ideologia».

Alessandro di Nuzzo, Il maestro del duce
Alessandro di Nuzzo, Il maestro del duce

     

Alessandro Ardigò

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